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La peggiore Spagna di sempre

Non potevano vincere il Mondiale. L’hanno fatto dominando

Gianmarco Pacione

16 settembre 2019

Li avevano dati per morti, si erano messi le mani nei capelli per la mancata eliminazione di quella squadra a loro dire limitata, avevano gridato allo scandalo sventolando fazzoletti bianchi contro Gallinari e soci.

Verranno distrutti dalla Serbia, dicevano. Con la Polonia vinceranno, per carità, ma con un’Australia in fiducia non avranno scampo, continuavano. Poi era iniziata a crescere l’impercettibile paura, quella sensazione inquietante di aver sbagliato predizione e non di poco.

Si erano aggrappati, sì, al bene contro il male, ai paladini Scola e Campazzo, alla retorica dell’alma argentina e alla malsana idea che la finale potesse essere una partita equilibrata e storica. Ce l’avevano messa tutta, i gufi, affacciandosi nell’oscurità e chiedendo la grazia a coach Hernandez, votandosi ai floater di san Laprovittola e accendendo ceri al martire Delía. Avevano persino iniziato sulla palla a due a cantare a squarciagola, ciondolando le mani avanti e indietro, seguendo il ritmo passionale degli argentini presenti alla Wukesong Sport Arena.

Poi hanno assistito a 40 minuti di clinic cestistico. Ammutoliti, intontiti e, è innegabile, meravigliati da una macchina perfetta, da un basket estetico e controllato.

La Spagna l’ha rifatto, ha ancora dominato, zittendo critici e presunti santoni della pallacanestro. Ci è riuscita grazie ad un collettivo di menti, di personalità formate ed evolute appositamente per giocare in questo tipo di contesti. Ci è riuscita grazie al maestro Scariolo da Brescia, calmo psicologo dalla spiccata sensibilità umana. Ci è riuscita grazie a chi, per settimane, ha sminuito una squadra vincente per natura, destinandola ad un fallimento rapido e indolore.

Il riassunto della finale si ha in un preciso passaggio all’interno del terzo quarto. L’Oveja Hernandez chiama timeout, i suoi stanno rincorrendo le Furie Rosse dalla palla a due e sono cristallizzati sopra la doppia cifra di distacco. Hanno cercato in tutti i modi, senza riuscirci, di metterle in difficoltà con una pressione asfissiante.

Il match sembra già spento, per la prima volta gli occhi di capitan Scola sono rivolti a terra, irritati. L’allenatore di Bahìa Blanca, in un disperato tentativo di cambiare l’inerzia, prova ad imbastire una box and one con Rudy Fernandez preso faccia a faccia. L’Albiceleste rientra sul parquet leggermente rivitalizzata, ma l’effetto dura per poco, pochissimo tempo. Dall’altra parte Rubio, Llull e Gasol irridono la scelta tattica, passeggiano sulle braccia tese degli argentini disegnando linee di passaggio sicure, efficaci, rilassate.

La Spagna non va in confusione. La Spagna esegue. La Spagna affonda una bimane con Juancho Hernangomez abbandonato sulla linea di fondo. La partita è finita a più di un quarto di distanza dall’ultima sirena. La partita, forse, non è mai iniziata.

I peggiori spagnoli di sempre, dunque, o almeno degli ultimi trent’anni. Così dicevano.

Una Spagna talmente malridotta da potersi permettere un Marc Gasol nella figura di totem onnisciente: 14, 7, 7 e 8 falli subiti. Una Spagna cullata dolcemente da Ricky Rubio e Sergio Llull: pensatori sopraffini, fini dicitori dalla personalità cestistica sadica e strabordante. Una Spagna priva di “huevos”, come no, con 28 minuti di presenza incisiva, istituzionale e iperattiva di capitan Rudy Fernandez.

Una Spagna, in realtà, fortissima. Sospinta dal fresco talento dei fratelli Hernangomez; trascinata silenziosamente da giocatori di sistema, soldati speciali come Claver, Oriola e Ribas che sanno perfettamente dove e in che momento affondare il proprio QI nelle pieghe della partita.

Una Spagna vincente che ascolta, come d’abitudine, la Marcha Real dal gradino più alto del podio.

Sorridono sornione le Furie Rosse, l’hanno fatto ancora una volta. Ancora una volta alla faccia vostra.

Gianmarco Pacione

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