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La grandezza di Giacomo Agostini

Compie 78 anni il pilota più titolato nella storia del motomondiale

Era una sensazione, Giacomo Agostini. Era una sensazione di nobiltà secolare, di composta superiorità, di misurata eleganza.

Aveva cominciato a cavalcare i destrieri a due ruote tra i laghi e la valli bergamasche, preferendo ai Segni rupestri quelli sull’asfalto. Nei polverosi anni ’50 si lanciava in sfide di provincia, nate in osteria per scongiurare il banale scorrere del tempo.

Un amico fungeva da manager, bastavano mille lire appuntate sul tavolo e un ignaro sfidante per accendere i motori della folcloristica ‘Aquilotto’ di famiglia, per scatenare l’innata magia di un pilota destinato alla leggenda.

Papà Aurelio non approvava il passatempo del figlio adolescente. Troppi rischi per un rampollo dell’alta borghesia, per un figlio di un imprenditore affermato.

Servì una teatrale incomprensione per risolvere la situazione di stallo. Agostini, compiuti i 18 anni, necessitava di una firma paterna per iscriversi ai circuiti di gare ufficiali: intercedette un notaio, stimato amico di famiglia, che consigliò a papà Aurelio di mollare gli ormeggi e di concedere un po’ di sana attività sportiva al giovane Giacomo.

Aurelio firmò, qualche istante dopo si rese conto che l’opera di convincimento dell’amico notaio si riferiva, però, al ciclismo. Forse un udito debole, forse una premeditata ingerenza del destino, sta di fatto che Giacomo Agostini grazie a quell’insperata firma iniziò il suo percorso: un percorso che lo avrebbe portato a vincere 15 titoli mondiali.

Era una sensazione, Giacomo Agostini. Era una sensazione di eccellenza estetica, di fascino motociclistico, di meccanica perfetta.

Le sue gare erano rapidi e solenni assoli. ‘Ago’ faceva assaggiare la sua MV Agusta agli avversari, li irretiva, facendo loro assaporare la propria scia, il proprio charme. Poi, curva dopo curva, sbavatura dopo sbavatura, secondo dopo secondo, gli altri cavalieri delle due ruote scivolavano inermi nei gironi infernali dei doppiati, nelle retrovie più anonime e dolorose.

Ad attenderlo nel mondo dei grandi fu Mike Hailwood, ‘Mike the Bike’, il camaleontico genio delle piste. Un dualismo che raggiunse vette di raffinata poesia motociclistica. Lirica sportiva che si ripeté con Renzo Pasolini, il romagnolo dalla sigaretta sempre accesa, e con l’ingegnere finlandese Jarno Saarinen: centauri distanti nel carattere e nella geografia, uniti in eterno da un tragico destino e dalla prima curva di Monza 1973.

190 gare disputate, 123 vittorie, 162 podi. I numeri di Agostini furono un inno alla continua maestosità, all’irrinunciabile dominio. Egemonico, tirannico, splendido.

‘Ago’ curava ogni dettaglio della sua moto, ogni dettaglio del suo corpo. Instradò l’ideale di atleta a tutto tondo nel motociclismo, impegnandosi quotidianamente in esercizi fisici atti a forgiare un fisico perfetto.

Si alzava presto la mattina per andare a correre, le sere prima delle gare evitava la compagnia del gentil sesso e dell’alcol: unico, probabilmente, tra gli interpreti dei motori di quegli anni.

Era una sensazione, Giacomo Agostini. Era una sensazione di casco a scodella, di culto della personalità hollywoodiano, di straripante popolarità.

Registi e addetti ai lavori lo vollero sul grande schermo, le televisioni italiane sgomitarono veementemente per una comparsata del divino re della velocità, sponsor e grandi marchi furono ingolositi per la prima volta dal mondo a due ruote, inondandolo di pubblicità e simboli divenuti presto iconici.

Con ‘Ago’ furono le donne a trascinare i mariti sui circuiti, iniziarono a comporsi forme oceaniche ai lati dell’asfalto: fiumi di persone assieparono weekend dopo weekend spalti e tralicci, alberi e reticolati.

Bastava mezzo secondo, bastava un rombo sicuro, bastava una fugace apparizione di una MV Agusta in principio e in epilogo, di una Yamaha nel mezzo. Bastava questo al popolo italiano, in costante equilibrio tra l’odio per la perfezione e l’amore sconfinato per l’irraggiungibile mito.

Era una sensazione, Giacomo Agostini. Era una sensazione indimenticabile.

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