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La grandezza di Claressa Shields

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Dall’estrema povertà e dagli abusi di Flint, Michigan, ai due ori olimpici e alle cinture mondiali. La boxe femminile ha una nuova, potentissima, icona

Nascere a Flint è una sfida persa in partenza. Nella città più povera degli States il sogno americano ha lasciato spazio, da tempo, ad un incubo di miseria sociale, povertà e criminalità. In questo triste angolo del Michigan gli anni d’oro della General Motors sono un ricordo ormai sbiadito, disperso tra le tristi facciate degli stabilimenti abbandonati.

Claressa Shields cresce, a partire dal 1995, in un’arteria periferica di questo tenebroso vespaio. Suo padre, seguendo un canovaccio inevitabile, osserva l’infanzia della figlia ammuffendo dietro le sbarre, colto in flagranza di reato durante la quotidiana sessione di spaccio. Sua madre, unico bastione casalingo, si disperde per giorni e giorni nella selva urbana, vittima dell’inarginabile dipendenza alcolica.

Claressa è costretta ad impegnarsi in lavoretti saltuari per racimolare qualche dollaro: compra ramen preconfezionato per la sorellina e il fratellino, lo scalda e si limita a mangiare quello che avanza. Veste i panni della giovane donna, della giovane mamma, personaggio tipico dei drammi da ghetto americano.

La vita riserva presto alla Shields un altro scoglio da superare, un fantasma impossibile da allontanare: subisce ripetuti abusi da un personaggio vicino alla famiglia, forse uno zio, forse un amico, forse l’amante della madre. Le tenebre di quei contatti fisici assalgono Claressa, plasmano i suoi lunghi silenzi, la terrorizzano per 6 lunghissimi mesi. Sta ancora frequentando la scuola primaria.

La boxe inizia farsi spazio quasi casualmente nella turbolenta maturazione della Shields: lo fa prima in maniera implicita, tra i banchi scolastici, quando Claressa decide di prendere a pugni una compagna di classe per difendersi da numerosi episodi di bullismo. La coetanea fatica a rialzarsi da terra. Claressa viene sospesa per qualche giorno, ma si sente sollevata, percepisce una primordiale soddisfazione. I guantoni si esplicitano definitivamente a distanza di qualche tempo, durante una chiacchierata con il padre da poco uscito di prigione.

“Mio padre stava disperatamente cercando lavoro, voleva rimettere in ordine la sua vita, ma non ci riusciva. Un giorno, dal nulla, mi disse “Se avessi continuato a fare quello che mi piaceva non sarei mai finito così…”. Gli chiesi a cosa si riferisse. “Parlo della boxe! Sul ring mi chiamavano palla di cannone”. Mi elencò le sue caratteristiche. Parlammo a lungo, arrivò a raccontarmi della figlia di Ali. In quel momento capii cosa volessi veramente fare nella vita”

Da quel giorno Claressa Shields si tramuta in una devota del ring, supera preconcetti, imposizioni sociali e dubbi familiari, trovando nella Berston Field House di Flint il suo luogo di redenzione. Comincia a ripetere a tutti lo stesso mantra: “Non sarò una modella. Non sarò una cantante. Sarò un’atleta, farò boxe”.

Quando pronuncia queste parole Claressa ha 11 anni. 6 anni dopo, nell’estate londinese del 2012, bacia la sua prima medaglia d’oro olimpica, scacciando tutti i demoni di Flint. Ad un’Olimpiade di distanza si conferma regina in quel di Rio de Janeiro, riuscendo in un’impresa sportiva unica nel suo genere: Joe Frazier, George Foreman Pernell Whitaker, Oscar de la Hoya, Leon Spinks, nessun pugile americano aveva mai difeso un oro a cinque cerchi.

La Shields diventa un’icona per un intero movimento, alle sue combinazioni sul ring associa dichiarazioni segnanti, trascinando con sé media e appassionati all’interno di un circuito precedentemente snobbato. 

“Mi farò avanti per me stessa e per le altre donne. Se dovrò gridare per i nostri diritti, lo farò”.

Il passaggio al professionismo è il preludio ad un’esplosione di vittorie e cinture conquistate. L’impatto dell’atleta di Flint sul panorama mondiale è violento e preciso, come i suoi colpi. Conquista con una velocità vertiginosa le cinture dei pesi medi WBA, WBC, IBF e WBO, entrando nell’olimpo popolato dai vari Hopkins, Taylor, Brækhus, Crawford e Usyk. Per farlo impiega solo 9 incontri.

La sua voce prende le sembianze di un’onda anomala, infrangendosi sull’anonimato e sull’apatia dell’universo pugilistico femminile. La neocampionessa richiede professionalità alle sue colleghe, richiede parità di trattamento a stampa e cultori, richiede, principalmente, rispetto per il duro lavoro.

“Provo a dire alle altre donne: evitate di postare sui social solo foto in bikini e in spiaggia. Per carità, vanno bene. Ma non dimenticate: siete delle lottatrici, è per questo che i fan dovrebbero seguirvi. Non siamo un freak show, quelli che vogliono vedere i nostri culi o il nostro seno non sono dei veri appassionati di boxe. Postate qualche video di sparring, promuovetevi in quanto atlete!”

La sua è un’irriverenza controllata, una giustificata sicurezza di sé, una durezza dai tratti ‘flintiani’ che la porta, spesso, ad affrontare le avversarie con duri faccia a faccia durante le cerimonie del peso, a riversare loro addosso un crudo vortice di trash talking.

GWOAT, Greatest Woman Of All Times. Arriva a definirsi la più grande boxer di tutti i tempi, lo fa con naturalezza, lo fa consapevole di una carriera destinata a rimanere scolpita nella storia.

Nella sua sfera privata si schiera al fianco dei giovani della sua comunità d’origine. Sensibilizza le istituzioni riguardo le condizioni scolastiche e sociali di Flint. Anche in questa lotta non ammette il fallimento. 

La chiamano ‘T-Rex’, esibisce una muscolatura strapotente e non ne fa segreto, non si vergogna di un corpo modellato da migliaia di ore di sacco.

“Sono nera e sono bella. Le donne che boxano sono potenti: la mia schiena, le mie braccia, la mia vita e il mio sedere sono muscolosi. Combatto, ma sono sempre una donna. Una donna nera”.

Una venticinquenne che oggi è pronta a conquistare, al decimo incontro da professionista, un altro titolo nella terza classe di peso differente.

Il match contro la croata Ivana Habazin è difatti l’evento di questo weekend: un duello che sta creando tante, tantissime aspettative, soprattutto alla luce della rissa tra i rispettivi team avvenuta durante la cerimonia del peso dello scorso ottobre. La colluttazione, scaturita da un eccessivo alterco, ha portato il fratello della Shields a colpire violentemente l’allenatore avversario, mandandolo all’ospedale e obbligando gli organizzatori a posticipare la prima campanella a venerdì 10 gennaio. Un episodio increscioso che, come usuale nella boxe moderna, ha incredibilmente alzato l’hype attorno a questo evento.

In caso di vittoria la GWOAT della boxe aggiungerà un altro tassello alla gloriosa scalata verso la leggenda. Dai bassifondi di Flint ai libri di storia, dagli abusi alle cinture alzate: la grandezza di Claressa Shield merita di restare tale.

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