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La caduta degli dèi

Quanto ci è piaciuto veder fallire gli All Blacks?

Gianmarco Pacione

29 ottobre 2019

Gli All Blacks non vinceranno la Rugby World Cup. Sabato il mondo si è fermato. Un’Inghilterra perfetta ha strangolato la Nuova Zelanda, chiudendo la contesa con un solido 19-7. Inglesi in finale, neozelandesi fuori: una festa popolare da una parte, un dramma nazionale dall’altra.

L’ultima sconfitta mondiale della Nuova Zelanda risaliva a 12, distantissimi, anni fa. All’epoca erano stati i francesi a far sussultare il mondo rugbistico. Più di un decennio dopo le espressioni degli appassionati sono le stesse: un misto di meraviglia, incredulità, goduria e trasalimento.

Va detto, la macchina inglese ha funzionato alla perfezione,  seguendo alla lettera i dettami del guru Eddie Jones e demolendo gli avversari. I XV della Rosa hanno cavalcato la propria personalità, il proprio cuore e la consapevolezza di essere interpreti di altissimo livello in questo momento storico. Un risultato corretto, meritato, che avremmo potuto tutti vivere con apparente serenità e comprensione se solo, dall’altra parte, non ci fossero stati i neozelandesi.

Nel vedere gli dei vestiti di nero uscire dal campo sconfitti ci pervade una strana, atavica sensazione. Il fallimento dei mostri sacri ha sempre il suo fascino, è innegabile. Lo scricchiolio e il crollo di un castello sportivo perfetto, inespugnabile, ci incanta lasciandoci contemporaneamente scioccati e contemplanti. Anche il divino è corruttibile, anche il magico è umano: eventi epici come la partita di Yokohama non fanno altro che ricordarcelo.

L’epicità, per essere firmata a fuoco, ha bisogno poi di immagini iconiche: l’highlight di sabato è, senza dubbio alcuno, lo schieramento inglese durante l’esecuzione della haka. Una V lunga, aperta, sicura di sé. Un’affermazione corporea di compattezza e irriverenza, preludio ideale e leggendario ad una partita che rimarrà a lungo nella memoria collettiva.

 

In patria, all’ombra di Wellington, si è cercato di camuffare l’incredibile delusione seguita alla sconfitta degli All Blacks. Alcuni hanno parlato di uscita prevedibile, altri di comprensibile scivolone. La verità è che l’abitudine al dominio incontrastato non ha lasciato scampo all’animo dei tifosi neozelandesi. La loro pische è stata colpita inesorabilmente da un’amarezza acuta e inattesa; la loro routine di braccia alzate e medaglie d’oro è stata spezzata, di punto in bianco, senza lasciare il tempo di reagire razionalmente o di prepararsi con comodo al turbine emotivo del tracollo.

La prima pagina del New Zeland Herald parla chiaro: uno sfondo nero, quattro piccole righe di testo. “Gli All Blacks sono fuori dalla Coppa del Mondo. Se volete saperne di più, andate alla sezione sportiva”. Un telegrafico lamento, un singhiozzo composto ed incisivo.

Nel resto del mondo, intanto, si spillano birre al grido di “Gli dèi sono caduti”, si festeggia per la distruzione di un’egemonia apparentemente inattaccabile. Vedere fallire gli All Blacks ci è piaciuto e chi dice di no, probabilmente, mente a se stesso. Anche solo una piccola parte di noi ha gioito vedendo i giganti in nero tornare ad avere sembianze umane. Il metallo che diventa pelle, i sorrisi che diventano smorfie di sofferenza, la sicurezza estrema che muta in frenetica ricerca della meta.

Loro sono come noi. Questa Rugby World Cup ci ha insegnato qualcosa che va oltre i placcaggi tonanti, le trasformazioni millimetriche e i tremendi duelli fisici. Ci ha insegnato che anche gli dèi possono cadere. Ci ha insegnato che in fondo la perfezione non esiste.

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