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Jutta Kleinschmidt, la ‘Regina del Deserto’

Nel 2001 una donna riuscì a vincere la Parigi-Dakar: ancora oggi resta l’unica nella storia del rally più famoso del mondo

La chiamavano ‘Regina del deserto’, guidava avvolta dal bollore africano, saliva e scendeva tra dune alte come grattacieli. Regina tra i re dell’incoscienza a motori, regina tra i re dei deserti più aridi, dei tracciati meno segnati. Jutta Kleinschmidt era il suo nome, la Dakar era il suo florido impero.

La storia di Jutta comincia nelle stradine bavaresi un po’ per scherzo, un po’ per sfida. Sono gli anni ’70 e una ragazza dal capello dorato sta facendo scalpore. Attonite matrone di paese la osservano intenta ad impennare, ad entrare con foga nelle rilassate curve di campagna.

Sonnolenti bar e immutabili casali vibrano di fronte al passaggio dell’adolescente Kleinschmidt, contornano le sue instancabili cavalcate a due ruote. 

Lei finisce scuola, studia qualche ora e poi si dedica maniacalmente alla cura della sua moto. Lo fa in cucina, dove si ritaglia un piccolo boxe personale. In una stanza minsucola l’olio da cucina si mischia con quello per motori, le pentole cadono sui manubri, i bulloni e le  guarnizioni affollano il lavandino. Ore ed ore a studiare assetto, messa a punto, aerodinamicità.

La prima grande sfida al di fuori delle lingue d’asfalto provinciali arriva nel 1987, quando, zaino in spalla, la 25enne Jutta attraversa il Mediterraneo per seguire da spettatrice un rally nel deserto. È un’epifania, un’illuminazione. Il panorama giallo e rosso, l’assenza di civiltà, la sensazione di correre in luoghi evocativi, in spazi temporali non identificabili… Un anno e mezzo dopo Jutta esordisce: è ai nastri di partenza del Pharaos Rally, in territorio egiziano.

Le piramidi sullo sfondo, il disco solare come unico riferimento credibile, mari di dune da affrontare senza timore reverenziale, saltando nel soffice vuoto dell’ignoto.

La Kleinschmidt alterna l’adrenalina al pensiero, le sfide desertiche al suo lavoro da scrivania. Dopo una laurea viene assunta in BMW, dove lavora come ingegnere. 

Nel 1992 compie il grande salto nel professionismo. Passa dalle 2 alle 4 ruote e accumula esperienza per qualche anno. Nel 1997 arriva il primo grande exploit per la ragazza bavarese: è la prima donna a vincere una tappa della Parigi-Dakar, è solo il preludio di un risultato ancora più rilevante.

Alla fine del 1998 Jutta entra nel Mitsubishi Ladies Team, esperimento rosa per le quattro ruote estreme. A distanza di due anni, accompagnata dallo spirito guida e dalla voce di Andreas Schulz, la ‘Regina del deserto’ trova la sua corona più preziosa. Nel gennaio 2001, a bordo dell’iconica Mitsubishi Pajero, vince la Parigi-Dakar: nessuna pilota del gentil sesso era riuscita a dominare la competizione sahariana, nessuna ci riuscirà in futuro (almeno fino ad oggi).

La vernice rossa, la scritta Playstation su banda nera, il numero 205: il mezzo accompagnato al traguardo dalla Kleinschmidt resta un immutato fermo immagine del mondo ultrarallystico. Jutta sale alla ribalta, diventa un’eroina sportiva e sociale, una donna capace di mandare in frantumi barriere sessiste e preconcetti. Ha guidato nel deserto, ha guidato meglio di qualsiasi uomo.

Il suo sorriso, il cappello sistemato con cura sulla corta chioma, le attenzioni riservate alla sua macchina. Ogni foto, ogni istante di Jutta diventano dichiarazioni di semplice grandezza, di umana superiorità. Funge da ispirazione, funge da chiave di volta verso il cambiamento di un mondo tanto, troppo maschile.

Jutta, dopo una carriera di altissimo livello, ancora oggi è attiva nel mondo dei motori. Pochi giorni fa è stata incaricata di presiedere la commissione FIA riguardante i Rally-Raid. La ‘Regina del deserto’, a distanza di 20 anni dalla conquista del suo regno, può ancora fregiarsi del proprio titolo. Il suo status resta ancora immutato. 

Gianmarco Pacione

31 gennaio 2020

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