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Junko Tabei, la prima donna sull’Everest

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Tempo di lettura 4 minuti

Un’eroina femminista, una leggenda dell’alpinismo

Gianmarco Pacione

30 ottobre 2019

Sono giorni gloriosi per l’alpinismo mondiale. Nirmal Purja, fenomenale ascensionista nepalese, ha scritto la storia sfiorando il cielo in cima ai 14 Ottomila sparsi sulla superficie terrestre. Vetta dopo vetta dopo vetta. Una rapida marcia verso l’alto, portata a termine in poco più di 6 mesi: impresa epica che gli consente l’ingresso nel gotha degli scalatori.

Un olimpo esclusivo dove l’ossigeno è poco e l’aria rarefatta, un circolo elitario di superumani capaci di dominare i propri sensi, la natura, la paura e la fatica. In questo paradiso sportivo spunta, gracile e sorridente, la singolare figura di Junko Tabei.

“La maggior parte degli uomini giapponesi della mia generazione si aspetta che la donna stia a casa e faccia le pulizie”

Per capire la portata sportiva e storica del personaggio Junko Tabei bisogna partire da queste sue parole. La giapponese nasce a Miharu, prefettura di Fukushima, allo scoccare della Seconda Guerra Mondiale. Durante l’infanzia la situazione familiare è uguale a quella di migliaia di altri nuclei sparsi nelle realtà rurali nipponiche: quattro sorelle, due fratelli, poco cibo, poche sicurezze e poche notizie dal mondo.

A 10 anni la folgorazione. Una gita scolastica la vede impegnata nella scalata di due rispettati giganti giapponesi: il Monte Asahi e il Monte Chausu, il primo sopra i duemila metri, il secondo di poco sopra i mille. La giovane Junko s’innamora immediatamente di quella strana, unica sensazione di libertà. Inizia a sognare nuove vette da scalare, nuovi paesaggi da scoprire, nuove correnti da cui farsi scalfire. Nel Giappone dell’epoca, però, vige un silente divieto: alle donne non è concesso praticare l’alpinisimo, o meglio, nessuno ha mai anche solo lontanamente pensato alla possibilità di una donna scalatrice.

Per la società nipponica di metà Novecento è un tabù l’idea di donna-indipendente, di donna-atleta che snobba il focolare domestico per dedicarsi alla propria passione. La famiglia Tabei, poi, non potrebbe permettersi in alcun caso un passatempo così dispendioso per la giovane figlia. Junko non si cura di questi preconcetti e di questi problemi, si limita a maturare interiormente il sogno di salire in alto, sopra pianure e colline, sopra pregiudizi e leggi non scritte.

Durante gli anni liceali inizia a porre le basi per la personale battaglia contro una società immobile. Si avvicina a gruppi di appassionati d’alpinismo per estrapolarne nozioni e curiosità. Poi, dopo aver studiato letteratura inglese all’Università di Tokyo, fonda il primo Club di alpiniste giapponesi nella storia del Paese, il “Ladies Climbing Club”. A 30 anni, nel 1969, inizia a gridare pubblicamente il suo dissenso verso l’obsoleta logica della moglie casalinga, accompagnata da una manciata di visionarie compagne di lotta. Lo slogan urlato a squarciagola è chiaro, lineare, potente: “Andiamo a fare una spedizione all’estero, da sole!”.

Pochi anni dopo, nel 1975, Junko Tabei diventa la prima donna della storia a raggiungere la vetta del sacro Monte Everest. Lo fa partendo dal Sol Levante con 14 temerarie colleghe scalatrici: una squadra al femminile di madri, insegnanti e impiegate determinate a scrivere la storia.

Il progetto avanguardista viene inizialmente osteggiato dalle condizioni metereologiche e ambientali. Junko, durante l’ascesa, vede il suo campo base spazzato via da una valanga improvvisa e resta bloccata per quasi sei minuti perdendo conoscenza. Ang Tsering, il suo sherpa, riesce a liberarla dopo lunghi e affannosi attimi di paura. Un incidente che non fa vittime ma che crea tanta, tantissima tensione tra le giovani nipponiche. Junko, percependo il momento, decide di rimettersi subito in marcia, precedendo tutti gli sherpa e tutte le amiche, scrollando loro di dosso fantasmi e ombre psicologiche. Nei 12 giorni successivi, dopo aver percorso impavidamente il tragitto effettuato da Edmund Hillary (primo uomo a completare la scalata nel maggio ‘53), Junko Tabei riesce ad alzare le braccia osservando l’infinito terrestre. È il 16 marzo 1975. È un giorno leggendario per la storia sportiva e femminile.

“L’Everest per me, e credo per il mondo intero, è la dimostrazione fisica e simbolica di superare le probabilità per realizzare un sogno”

Dopo l’Everest la donna giapponese non si ferma più, arrivando a tagliare un altro traguardo assoluto nel 1992: a 53 anni diventa la prima scalatrice a conquistare le Seven Summits, le sette vette più alte dei vari continenti. I suoi ultimi sforzi si concentrano poi sul fronte ecologista, dove Junko diventa punto di riferimento scrivendo studi e sensibilizzando la comunità internazionale riguardo il degrado ambientale dell’Everest e di altre importanti vette: luoghi benedetti, vessati dai rifiuti prodotti da gruppi di noncuranti alpinisti.

Junko Tabei muore nel 2016. Pur essendo malata di cancro dal 2012, in quest’ultima dolorosa finestra temporale, organizza continuamente spedizioni sui monti giapponesi, coinvolgendo gruppi di giovani appassionati e, soprattutto, appassionate. Oggi nel Paese del Sol Levante e nel mondo è riconosciuta come una figura cardine della lotta femminista.

“La tecnica e l’abilità da sole non ti portano in vetta. È la forza di volontà la cosa più importante. Questa forza di volontà non puoi comprarla con i soldi e non puoi riceverla da altri… Ti arriva dal cuore”

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