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Julio, gli occhi della tigre

Matteo Fontana

14 agosto 2019

Trent’anni fa Julio Velasco accettava l’incarico di commissario tecnico della nazionale di pallavolo dell’Italia, la sua seconda patria. Arrivava dalla guida della leggendaria e titolatissima Panini Modena, e gli furono sufficienti pochi allenamenti per rivoluzionare la storia di un movimento che, fin lì, si era fermato prima di essere grande

La prima cosa furono gli occhi della tigre. Il volto di Julio Velasco non era quello di un milonguero. Era molto, del tutto argentino, ma ricordava piuttosto la traccia di un gaucho, un cowboy della Pampa. Decine di coach di volley, ancora oggi, lo definiscono un maestro. Non è soltanto una questione di risultati, di vittorie colte, di abilità tattica. Si riferiscono al modo in cui Velasco sapeva, e sa, cambiare la mentalità di una squadra. Farle venire, appunto, gli occhi della tigre. Trent’anni fa, quando accettò l’incarico di commissario tecnico dell’Italia, la sua seconda patria, gli furono sufficienti pochi allenamenti per rivoluzionare la storia di un movimento che, fin lì, si era fermato prima di essere grande.

Era il 1989. Trent’anni fa, la pallavolo mondiale era sotto il comando delle superpotenze del pianeta. L’Unione Sovietica e gli Stati Uniti si sfidavano con soverchianti mezzi. Poi c’era il contorno: il Brasile, la Bulgaria, l’Argentina. Molto Est Europa, il Sudamerica, qualche fiammata del Giappone. L’Italia contava su un campionato dal forte richiamo, in cui iniziavano a girare i soldi, e le squadre che vi partecipavano mietevano successi internazionali. A dominare la scena era la leggendaria Panini Modena, pluriscudettata e titolatissima. Ad allenarla, in quel periodo, era Julio Velasco. La Nazionale, invece, non brillava. Dopo il bronzo vinto alle Olimpiadi di Los Angeles, nel 1984 (monche per il boicottaggio di tutti i Paesi del blocco sovietico), erano arrivati il sesto posto all’Europeo del 1985, in Olanda e l’eliminazione già nella prima fase nel 1987, in Belgio. Al Mondiale, l’Italia aveva chiuso, a Francia 1986, da malinconica undicesima. E di nuovo ai Giochi Olimpici, a Seul, nel 1988, il ricordo di quattro anni prima era presto sbiadito: terminò nona. Era in atto un ricambio generazionale. Il coach azzurro, Carmelo Pittera, aveva guidato un gruppo che aveva attirato, per la prima volta, l’interesse per la pallavolo del “ceto medio” degli appassionati di sport italiani, a cavallo tra gli anni ’70 e ‘80. Un’epoca, però, si era accomiatata. Al suo posto era stata scelta un’altra figura poderosa: Silvano Prando. La medaglia di Los Angeles l’aveva costruita lui, insieme a una squadra in cui spiccavano Piero Rebaudengo, Gianni Errichiello,  Franco Bertoli, Giancarlo Dametto e due giovani talentuosi e in piena affermazione, Fabio Vullo e Andrea Lucchetta. Dopo, però, l’Italia non era sbocciata. Eppure stava per fiorire una primavera di bellezza. A curarla con la certosina pazienza di un botanico laureato fu lui: Julio Velasco.

Il debutto fu in una  partita con la Spagna, il 26 maggio 1989. Un agevole 3-0. Le tracce della rivoluzione erano già nell’aria, fluttuavano come cirri spinti dal vento. Velasco introdusse dei metodi che ribaltavano usi e costumi del club Italia. Rivide lo staff, personalizzò le sedute di allenamento, rafforzò l’esame al video degli avversari. Il dettaglio era la sua religione. L’aveva imparato presto, da coach neppure trentenne, nella sua terra, l’Argentina. Dal 1979 al 1982, al Ferrocaril Oeste, aveva vinto quattro campionati di fila. Altri quattro consecutivi ne avrebbe conquistati in Italia, con Modena. Il nucleo iniziale della sua Nazionale fu quello della Panini: con Lucchetta e Vullo, già nel giro azzurro, c’erano Luca Cantagalli, ribattezzato emblematicamente “Bazooka”, e Lorenzo Bernardi. Ma l’Italia di Velasco fu presto un melting pot di rabbia giovane ed elaborato mestiere, di tecnica e psicologia, di applicazione e raziocinio.

L’appuntamento era fissato per settembre, in Svezia, per l’Europeo. Le scelte fatte da Velasco lungo il tragitto di avvicinamento al torneo furono nette. Vullo non venne convocato: sebbene fosse considerato il miglior palleggiatore italiano, la decisione di Velasco si orientò verso Paolo Tofoli, il regista del Petrarca Padova. Il fronte di fuoco, poi, era composto da Lucchetta come centrale, insieme ad Andrea Gardini, fulcro di Treviso, con Cantagalli e Bernardi schiacciatori e, nel ruolo di opposto, un giocatore che avrebbe fatto irruzione nell’immaginario collettivo per il suo soprannome (Zorro), per il look (i capelli lunghi e selvaggi che gli davano le sembianze di una rockstar) e per la sua micidiale precisione, abbinata a una furiosa potenza. Andrea Zorzi era il rullo di Parma, la grande rivale della Modena di Velasco: nato a Noale, in provincia di Venezia, era una macchina da punti che, nel momento in cui entrava in trance agonistica non conosceva ostacoli, fisici o mentali, che lo potessero fermare. Con una pattuglia di ricambi di totale affidabilità, con l’altro palleggiatore Fefè De Giorgi, gli efficientissimi martelli Marco Bracci e Andrea Anastasi a collimare con Roberto Masciarelli, Stefano Margutti e Gilberto Passani, Velasco salì sull’aereo per la Svezia con la ferma persuasione che quell’Italia avrebbe stupito. Le sue sensazioni si rivelarono più che mai azzeccate.

Stava nascendo la “generazione di fenomeni” che avrebbe dominato il volley internazionale per un decennio. Destinata a diventare il paradigma del concetto di Squadra (la maiuscuola non è un errore di battitura) in un senso che travalica la singola disciplina sportiva, l’Italia scoprì, in quelle settimane svedesi, che la sua gloria non sarebbe stata né effimera, né di passaggio. Il manifesto di Velasco era stato virtualmente inchiodato alla porta dello spogliatoio e aveva sprigionato la stessa potenza iconoclasta delle 95 tesi che Martin Lutero aveva affisso fuori dalla chiesa del castello di Wittenberg. Il Velasco-pensiero non era soltanto un insieme di nozioni. Era molto di più. Ovvero, ideologia. La Grande Riforma era appena partita e la sua ondata non si sarebbe infranta in tempi brevi. I giocatori italiani erano discepoli di una religione apocrifa, le scritture cui facevano riferimento uscivano dalla tradizione, dalla vulgata della pallavolo. L’effetto fu dirompente e la prima ad accorgersene, suo malgrado, fu la Bulgaria, una delle grandi potenze del blocco orientale. Il 23 settembre, l’Italia perse il primo set per 15-10 e parve che il copione di giornata volesse proporre un atto unico in replica. Non fu così: il crescendo azzurro scoppiò giocoso e feroce, fino a un 3-1 che vide la Bulgaria cedere in maniera fragorosa. L’Italia concesse 9, 5 e 6 punti a un avversario che, fino a quel momento, percorreva un’orbita distinta e che non poteva essere intersecata. La lezione di Velasco dilagò, rompendo gli argini di un fiume lutulento che, d’improvviso, si era ingrossato. Il girone A, quello che era di stanza a Stoccolma, fu una marcia trionfale, rallentata soltanto dalla Francia, nell’ultimo turno, con l’Italia che già si era garantita il primo posto e aveva potuto permettersi una sosta. Velasco parlava ai suoi giocatori e chiedeva che avessero gli occhi della tigre. Erano l’opposto filosofico degli occhi della mucca, simbolo di arrendevolezza,  di una pigrizia che è meno governabile dell’indolenza: “Bisogna essere aggressivi, non isterici; determinati, non furiosi. La tigre, se la guardi nel suo insieme, pare un gattone. Se la fissi negli occhi, la paura ti inchioda”, ha spiegato Velasco, molti anni dopo, ricordando la creazione di quell’immagine, citata e tratta dal terzo capitolo della saga di Rocky, in cui Balboa, afflosciato dagli ozi della ricchezza e della fama, viene sconfitto da Clubber Lang, perde il titolo, ma poi torna a combattere e a vincere, demolendo Lang: “Sylvester Stallone è giù di motivazioni. L’allenatore lo porta in una palestra, piena di giovani affamati, e gli dice: “Li vedi quelli sguardi, Rocky? Tu devi tornare ad avere gli occhi della tigre””, fu il chiarimento dato da Velasco per descrivere il senso dell’intuizioni. Gli occhi della tigre ce li avevano tutti, nell’Italia del 1989. E li avrebbero avuti per molto tempo.

Non sapevano che l’ultima ascensione nel Mito, l’oro olimpico, gliel’avrebbero negato gli stessi giocatori che annientarono il 30 settembre. L’Olanda sarebbe stata la tremenda nemesi per il volley azzurro. Fatale nei quarti a Barcellona, nel 1992. Peggio ancora, in finale ad Atlanta, quattro anni dopo. Due sconfitte al tie-break che (più di tutte la seconda, com’è ovvio che sia) tolsero all’Italia di Julio Velasco l’unico trionfo che le sarebbe sempre mancato: l’oro alle Olimpiadi. Il resto, l’aveva vinto, rovesciando gerarchie, destrutturando la piramide della pallavolo, in concomitanza con la deflagrazione dei regimi comunisti oltre la cosiddetta “cortina di ferro” che portò l’impero dell’Unione Sovietica a dissolversi. L’Italia prese manu militari, in senso agonistico, il posto che era stato dell’URSS. Velasco era stato il Gorbaciov del volley: aveva cambiato le leggi, portato luce dove prima c’era buio. La sua fu una perestrojka che non aveva bisogno di dichiarazioni programmatiche. Gli unici principi che la dettavano erano le vittorie. Due Mondiali, cinque World League, una Coppa del Mondo. E tre Europei. Il primo, in Svezia, contro la Svezia, dopo aver eliminato l’Olanda, che pure stava per aprire un ciclo formidabile. L’Italia di Velasco la stritolò: le permise di totalizzare 12 punti, una bazzecola. In questo modo arrivò la finale, in questo modo la sciamanica magia della Squadra si materializzò. L’1 ottobre 1989 era una domenica. Poche settimane dopo, a Berlino, sarebbe crollato il Muro. In Italia il governo era saldamente a guida democristiana, retto dal Pentapartito. A restarne fuori era il PCI, anch’esso destinato a cambiare, nella forma del nome e nella linea istituzionale, nel giro di poco. E proprio in quel Paese che aspettava con lo stesso fervore di un credente che attende un’apparizione sacra i Mondiali di calcio che avrebbe ospitato nel 1990, a comparire, improvvisa e non annunciata, fu l’Italia di Velasco: la Svezia fu sconfitta in rimonta, per 3-1. L’ultimo punto lo mise Andrea Zorzi. Il segno di Zorro, già. E l’inizio di un’epoca.

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