fbpx

Jorge Masvidal, il ragazzo di strada

Da giovane combatteva per soldi dentro cortili e parcheggi, oggi è una divinità della UFC

“Lo immaginavo già allora, quando dormivo in una macchina. Mi dicevo ‘un giorno avrò questo, questo e questo. Aprirò il frigo e lo troverò pieno di cibo, farò tutto quello che mi va di fare…’”

Nell’estate 2003 Jorge Masvidal ha poco meno di diciannove anni, le sue giornate si sviluppano sempre allo stesso modo: sveglia presto dopo aver dormito sui sedili posteriori di una vecchia Pontiac, allenamento in palestra per qualche ora, poi un pasto rapido e la fuga verso la giungla d’asfalto.

Masvidal combatte nei quartieri, nelle strade, nei cortili e nei parcheggi di Miami per procurarsi soldi e fama. Lo fa a mani nude, attorniato da decine di spettatori sovraeccitati davanti ad uno spettacolo ruvido e primordiale.

Il jeans basso, i capelli legati, la guardia alta. Il lottatore di origini cubane arriva a vincere anche mille dollari al giorno. I cellulari registrano ogni colpo, ogni taglio aperto sul viso dei suoi avversari: le visualizzazioni sui social diventano migliaia prima, milioni poi.

La popolarità sul web tocca l’apice con le oltre 12 milioni di views per i due match contro Reynaldo Rentes, un buttafuori arruolato da Kimbo Slice, figura leggendaria per questi ambienti.

“È come se ti mettessero in gabbia con un leone che può avere moltissime abilità e tu non lo sai. Non sapevi chi fosse quel ragazzo davanti a te”

Rey perde entrambi gli incontri, maciullato dall’incessante ritmo del ragazzo che, a distanza di diciassette anni, è riuscito a scalare vertginosamente il ranking UFC.

Masvidal tira pugni lungo tutto il suo percorso adolescenziale. Pugni per lo più illegali, figli di risse estemporanee e di un carattere particolarmente focoso. Presto i suoi amici, intravedendo doti uniche, si reinventano agenti di bassa lega, portandolo di quartiere in quartiere e chiedendo ai più duri di farsi avanti. Soldi in mano, via all’incontro. “Quando vincevo andavo subito a divorarmi un menu al McDonald”.

“Mia madre si alzava ogni mattina alle 4, faceva due lavori. Mi sono sempre sentito il ragazzo più povero del quartiere”

Anni finanziari traballanti, in cui l’unico credo di Jorge diventa il lavoro duro. Ancora oggi il ‘Gamebred’, l’animale che vuole spuntarla su tutto e tutti, ripropone alcuni degli allenamenti dell’epoca per non dimenticarsi del proprio passato. Lo si può vedere correre su e giù, instancabilmente, dalle scalinate dei palazzi popolari del suo quartiere d’origine; lo si può distinguere dagli altri per il capello fluente, la barba incolta e la potente aura.

“Molte volte sono andato a dormire affamato. Vi posso assicurare che il motivo non era il taglio del peso…”

Immancabile al suo fianco è il padre, Jorge Masvidal Sr., immigrato cubano arrivato negli USA all’interno di una ruota di trattore.

Un padre che, tra i 4 e i 22 anni, Jorge non ha mai visto girare per casa, fermato dai federali per traffico di sostanze stupefacenti. “Quando ero piccolo mia madre diceva che mio papà era nell’esercito. Poi a 13 anni sono stato cacciato da scuola e, una volta tornato a casa, lei mi ha detto: ‘Farai la fine di tuo padre’. E io: ‘Ma se è nell’esercito… Sarà qualche fottuto generale o qualcosa di simile’. ‘No, è in prigione’”.

Una volta conosciuta la verità, Jorge Masvidal comincia a intessere un rapporto forte con il padre, allietando la sua reclusione con tantissime visite. Masvidal Sr. assiste da dietro le sbarre ai primi incontri ufficiali del figlio. I match vengono registrati e trasmessi in replica, Masvidal Sr. applaude dopo ogni vittoria, incoraggia Jorge dopo le cocenti sconfitte.

Sconfitte che nella carriera di Masvidal sono state forse troppe, soprattutto alla luce di cosa rappresenti oggi per la UFC questo ex lottatore di strada.

“È sorprendente che il suo successo non sia arrivato molto tempo fa. Ma ora è come una tempesta perfetta. È tutto maturo e il ragazzo è più grande di quanto chiunque si possa aspettare. È una delle più grandi stelle dello sport”, ha riferito più volte ai media il suo coach Mike Brown.

Una tempesta perfetta in grado di produrre il ko più veloce della storia UFC: una ginocchiata volante alla tempia di Ben Askren al quinto secondo di lotta.

Una tempesta perfetta capace di piegare il chiacchierato Nate Diaz, conquistando la cintura di Best Mother F**er (Miglior Figlio di ***) del circuito: originale alloro istituito da Dana White e soci.

“Il motivo per cui sono in questo sport non è per chiacchierare o scrivere su Twitter. Sono qui per competere”

Masvidal ora dovrà vedersela con l’incubo nigeriano Kamaru Usman. Una sfida catalizzante, che ha già visto i due impegnarsi in durissimi scontri verbali.

La linea di pensiero del ragazzo di strada, davanti ai microfoni, è stata molto chiara: “La mia strategia di combattimento è semplice. Prima battezzo e poi rubo l’anima al mio avversario”.

Vedremo se il ‘Nigerian Nightmare’ sarà il prossimo battezzato. 

Related Posts

Share This