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Jorge Masvidal, il ragazzo di strada

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Tempo di lettura 3,5 minuti

Da giovane combatteva per soldi dentro cortili e parcheggi, oggi è una stella UFC

Gianmarco Pacione

31 ottobre 2019

“Lo immaginavo già allora, quando dormivo in una macchina. Mi dicevo ‘un giorno avrò questo, questo e questo. Aprirò il frigo e lo troverò pieno di cibo, farò tutto quello che mi va di fare…’”

Nell’estate 2003 Jorge Masvidal ha poco meno di diciannove anni, le sue giornate si sviluppano sempre allo stesso modo: sveglia presto dopo aver dormito sui sedili posteriori di una vecchia Pontiac, allenamento in palestra per qualche ora, poi un pasto rapido e la fuga verso la giungla d’asfalto.

Masvidal combatte nei quartieri, nelle strade, nei cortili e nei parcheggi di Miami per procurarsi soldi e fama. Lo fa a mani nude, attorniato da decine di spettatori sovraeccitati davanti ad uno spettacolo ruvido e primordiale. Il jeans basso, i capelli legati, la guardia alta. Il lottatore di origini cubane arriva a vincere anche mille dollari al giorno. I cellulari registrano ogni colpo, ogni taglio aperto sul viso dei suoi avversari: le visualizzazioni sui social diventano migliaia prima, milioni poi.

La popolarità sul web tocca l’apice con le oltre 12 milioni di views per i due match contro Reynaldo Rentes, un buttafuori arruolato da Kimbo Slice, figura leggendaria per questi ambienti. “È come se ti mettessero in gabbia con un leone che può avere moltissime abilità e tu non lo sai. Non sapevi chi fosse quel ragazzo davanti a te”. Rey perde entrambi gli incontri, maciullato dall’incessante ritmo del ragazzo che, a distanza di sedici anni, è riuscito a scalare il ranking UFC arrivando a sfidare Nate Diaz.

Masvidal tira pugni lungo tutta il suo percorso adolescenziale. Pugni per lo più illegali, figli di risse estemporanee e di un carattere particolarmente focoso. Presto i suoi amici, intravedendo doti uniche, si reinventano agenti di bassa lega, portandolo di quartiere in quartiere e chiedendo ai più duri di farsi avanti. Soldi in mano, via all’incontro. “Quando vincevo andavo subito a divorarmi un menu al McDonald”.

Anni finanziari traballanti, in cui l’unico credo di Jorge diventa il lavoro duro. Ancora oggi ripropone alcuni degli allenamenti dell’epoca per non dimenticarsi del proprio passato. Lo si può vedere correre su e giù, instancabilmente, dalle scalinate dei palazzi popolari del suo quartiere d’origine; lo si può distinguere dagli altri per il capello fluente, la barba incolta e la potente aura.

Al suo fianco domenica ci sarà il padre, Jorge Masvidal Sr., immigrato cubano arrivato negli USA all’interno di una ruota di trattore. Un padre che, tra i 4 e i 22 anni, Jorge non ha mai visto girare per casa, fermato dai federali per traffico di sostanze stupefacenti. “Quando ero piccolo mia madre diceva che mio papà era nell’esercito. Poi a 13 anni sono stato cacciato da scuola e, una volta tornato a casa, lei mi ha detto: ‘Farai la fine di tuo padre’. E io: ‘Ma se è nell’esercito… Sarà qualche fottuto generale o qualcosa di simile’. ‘No, è in prigione’”. Una volta conosciuta la verità, Jorge Masvidal comincia a intessere un rapporto forte con il padre, allietando la sua reclusione con tantissime visite. Masvidal Sr. vede dietro le sbarre i primi incontri ufficiali del figlio. Vengono registrati e trasmessi in replica, lo applaude dopo ogni vittoria, lo incoraggia dopo le cocenti sconfitte.

Sconfitte che nella carriera di Masvidal sono forse troppe, soprattutto alla luce di cosa rappresenti oggi per la UFC questo ex lottatore di strada. Non è un caso se l’occasione di una vita arriverà proprio questa domenica, all’apice di un periodo di forma mentale e fisica strepitosa. “È sorprendente che non sia successo molto tempo fa. Ma ora è come una tempesta perfetta. È tutto maturo e il ragazzo è più grande di quanto chiunque si possa aspettare. È una delle più grandi stelle dello sport”, ha detto pochi giorni fa il suo coach Mike Brown.

Una tempesta perfetta pronta a colpire un chiacchierato Nate Diaz. Una tempesta perfetta che arriva dal ko più veloce della storia UFC: una ginocchiata volante alla tempia di Ben Askren al quinto secondo di lotta. Una tempesta perfetta che potrebbe conquistare la cintura di Best Mother F**er (Miglior Figlio di ***) del circuito: originale alloro istituito da Dana White e soci per questo speciale evento. Un titolo metaforico che ha letteralmente mandato in visibilio un pubblico già esaltato e che sarà consegnato, pare, da un entertainer del calibro di The Rock.

L’incrocio di guantini tra questi due personaggi, stando alle previsioni, porterà incassi senza precedenti nella storia della UFC. Il pubblico americano e mondiale non vede l’ora di ammirare due ragazzi di strada, due lottatori anomali e così tanto affascinanti rinchiusi nello stesso ottagono.

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