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John McEnroe, ‘The Genius’

Con la racchetta fu artista e musicista, fu, semplicemente, il più creativo dei contemporanei

McEnroe era jazz, era ritmo e improvvisazione, era elasticità d’immaginazione e virtuosismo. “Il jazz è il tipo di uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia”, diceva il leggendario Duke Ellington. Ecco, lo stesso si può dire di John McEnroe, o perlomeno, del primo John McEnroe. Un arto sinistro baciato da chissà quale divinità tennistica, una mente e un carattere dagli ampi spazi grigi e inesplorati. Un talento, puro e cristallino, irrazionale, come solo i talenti dei benedetti e arcaici anni ’80 potevano e sapevano essere.

La pallina gialla per l’americano, nato in terra straniera a Wiesbaden, città termale incastonata nel cuore della Germania, non è mai stata una priorità. Il colpo di fulmine, a dire il vero, non scattò mai, fu semplicemente il tennis a bussare alla porta di John. “Credo di essere stato spinto verso una carriera che non desideravo affatto. Ovviamente per me il tennis si è rivelato un’avventura incredibile, ma la verità è che non cercai questa carriera fino a quando non fu il tennis a cercare me. Molti atleti amano il loro sport con tutto il cuore. Non credo di aver mai provato un sentimento simile nei confronti del tennis”.

Il padre incravattata figura di spicco di uno studio legale newyorchese, la madre timida casalinga. John crebbe in un tipico ambiente altoborghese, idolatrando Rod Laver, carpendo dal mito australiano ogni dettaglio, ogni abitudine tennistica.

Una cartacarbone usata sapientemente, sfruttando le caratteristiche comuni, a partire dalla struttura fisica. Laver sfiorava appena il metro e 70, McEnroe imbottendo le scarpe arrivava a qualche centimetro in più. Sottrasse al doppio re del Grande Slam anche l’impugnatura e una predilezione per il selvaggio serve & volley. Corse a rete figlie di un’irriproducibile sensibilità intellettiva, di una soprannaturale capacità anticipatoria. Le sue volèe erano attimi di genio, ispirate pennellate d’artista.

L’origine, la fonte del suo inconfondibile stile di gioco fu quel servizio inconsueto con i piedi paralleli alla rete, diretti verso il giudice di linea, con la schiena che, dolcemente, s’inarcava trovando angolazioni da contorsionista. “La bizzarra posizione di servizio di McEnroe, aperta e con le braccia rigide, con entrambi i piedi paralleli alla linea di fondo e il fianco rivolto così rigorosamente alla rete, sembra una figura su un fregio egizio”, diceva David Foster Wallace.

Gianni Clerici, sublime cantore della racchetta, osservò John quando era ancora minorenne, assistette a una partita in cui lo vide sbagliare quasi tutti i colpi di circa un palmo. Capì che, a distanza di qualche tempo, quel palmo sarebbe svanito, elevando McEnroe tra i più meravigliosi interpreti della disciplina.

Alzò la cornetta, l’esperto comasco, compose il numero di Sergio Tacchini, permettendo al brand del tennista novarese di vestire il ragazzo che, di lì a poco, sarebbe diventato ‘The Genius’. Leggenda vuole che, dopo quella telefonata, Sergio Tacchini in persona decise di fissare un incontro con il padre di McEnroe, in un imprecisato pub londinese, dove prese forma il connubio italoamericano che segnò lo stile tennistico per quasi tre decenni.

Tacchini e McEnroe, una marcia ascendente, rapida, outfit che rimangono ancora oggi cristallizzati nella memoria collettiva. La fascetta in testa, a contenere i ricci ribelli, l’abbigliamento casual che travalica l’atto sportivo, catapultandosi nella cultura di massa, vestendo giovani in ogni latitudine del globo.

Perché quando si parla di McEnroe si parla, inevitabilmente, anche di questo. Del suo impatto sul grande pubblico, della sua capacità innata di dividere appassionati, e non solo, tra detrattori e fanatici. Una capacità di spaccare l’opinione pubblica, quella del genio della Grande Mela, pari a pochissime altre nella storia dello sport. Amore totale o odio viscerale, da un estremo all’altro, bianco o nero, senza sfumature. La debordante personalità di McEnroe non ammetteva scale cromatiche articolate.

Il suo approccio al tennis era una sfida con sé stesso, con il personale equilibrio psichico, destinato inevitabilmente ad eruttare, il più delle volte ai danni d’inermi arbitri e giudici di linea.

“You cannot be serious”, “I can’t believe this!”, “Please tell me!”, e ancora, “Answer my question. The question, jerk!”. L’attesa dei suoi decolli verbali era spasmodica per molti, snervante per altri. I puristi inorridivano, i moderni andavano in estasi. McEnroe con la sua irascibilità demoliva tradizioni e regole cavalleresche, generava compilation pop di racchette trucidate, di telecamere spinte, di tifosi umiliati. I suoi match erano pièces teatrali, monologhi dissacranti da seconda serata. ‘SuperBrat’, moccioso, monello, bamboccio maleducato, i suoi atteggiamenti istrionici e fuori controllo diedero vita ad un’intera branca letteraria.

“Un Peter Pan con la racchetta. Ogni volta che giocava a Wimbledon, la Bbc imbavagliava i microfoni di campo, come i vittoriani coprivano le gambe dei pianoforti. Tom Hulce per la parte di Mozart nel film Amadeus di Forman confessò di essersi inspirato a McEnroe. Sir Ian McKellen nel provare Coriolano per la Royal Shakespeare Company usò McEnroe come modello per il capo ribelle. Un monello imbronciato e lentigginoso, uno in cui si rispecchiava la nuova società”, scrisse di lui Emanuela Audisio, storica penna di Repubblica. Atteggiamenti che, però, finirono per oscurare una grossa fetta della personalità mcenroniana.

John era insopportabile, ma solo con chi desiderava esserlo. Strinse amicizie nel circuito, poche ma profonde, come quella con il rivale eterno venuto dal nord, il biondo Björn Borg. Un legame sincero, descritto negli ultimi tempi dalla pellicola “Borg McEnroe”. “Nessuno ha un senso dell’amicizia come John”, ha rivelato l’uomo glaciale di Stoccolma. Per comprendere il loro rapporto speciale bisogna tornare indietro nel tempo, alla genesi di quello che sarebbe diventato uno dei dualismi più ammalianti della storia tennistica e mondiale: “Nel 1977 l’ho visto qui a Wimbledon per la prima volta, l’anno dopo mi ha battuto facile a Stoccolma, a casa mia. Poi in America giocammo un paio di grandi match, e iniziammo a rispettarci. A quei tempi John in campo dava fuori di matto, un giorno lo presi da parte gli dissi: Ehi, prenditela calma, dovresti divertirti a giocare!”.

Non sappiamo quanto si divertì McEnroe lungo la sua carriera, quello che è certo è che giocò, anzi, dominò. Elencare i suoi risultati è ormai un banale e battuto viaggio negli annali. 7 titoli del Grande Slam nel singolare, 9 nel doppio, al fianco del grande Peter Fleming, 77 vittorie nei tornei in singolare, stesso numero per quanto riguarda quelli di doppio, 5 coppe Davis.

McEnroe fu i trofei alzati, ma anche molto, molto di più. Fu per il tennis un carnivoro, un vincente di razza, un artista, un musicista, un trendsetter,  fu semplicemente, come cantò Gianni Clerici, “Il più creativo dei contemporanei”.

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