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Il rigore analitico, i sensibili dati biografici e il genio ciclistico di Vittoria Bussi da una parte, la lente di Marcello Mannoni dall’altra: un’immersione nelle rivoluzionarie sfumature della donna che ha voluto, e saputo, ridisegnare i confini del velodromo

La matematica, se compresa fino in fondo, concede l’illusione di poter addomesticare il caos. Vittoria Bussi, laureata alla Sapienza di Roma e con un dottorato di ricerca a Oxford, è sempre stata abituata a muoversi tra equazioni e geometrie perfette. A poco più di 25 anni si scontra, però, con l’unica variabile che sfugge persino al rigore algebrico: l'imprevedibilità della vita. In quel frangente, la bici diviene l’inattesa risposta a tutto, specie al dolore del lutto. Sulle due ruote, Vittoria trova lo spazio cinetico ideale per applicare le proprie competenze scientifiche ed accogliere la fatica estrema, trasformandola in liberazione e obiettivi, soprattutto in una nuova direzione del proprio percorso.

È nell’eterno, magico teatro del velodromo che Vittoria riesce ad incanalare una forza interiore, ed una razionalità, fuori dall'ordinario: una determinazione composita, che la rende la prima donna capace di detenere contemporaneamente due primati mondiali agli antipodi della disciplina, il record dell'ora e quello dell'inseguimento sui 4 km. Pietre miliari che s’incasellano, l’una dopo l’altra, mostrando un’eccellenza dalle infinite sfumature, dagli altrettanti significati e significanti, e dal percorso tutt’altro che convenzionale. 

La consapevolezza umana e sportiva di Vittoria Bussi si svela in un flusso di coscienza, accompagnato dalle suggestioni estetiche e dalle riflessioni di Marcello Mannoni, che ha seguito quest’atleta già leggendaria per il panorama sportivo italiano, e non solo, lungo un processo d’esplicitazione, e declinazione, dei saperi acquisiti al bordo sella, atto a definire nuovi prototipi Seka Bikes.

A voi un dialogo tra scienza, volontà, apici ciclistici e narrazione visuale.

Vittoria Bussi

 

“Mai è stato vero amore tra me e la bici. Guardando indietro, io e lo sport non siamo andati subito d’accordo. Il mio primo approccio è avvenuto con la danza, ma le forme della me bambina non assecondavano quella dimensione. Praticare un’attività sportiva, però, era un mio desiderio fisso.

Ho faticato a trovare la giusta disciplina, finché non mi sono affacciata agli sport individuali. Preferivo il fatto che la responsabilità potesse ricadere interamente su di me. Gestire me stessa era ed è già abbastanza. Da sempre, sono affascinata dall’ambizione di spingermi oltre, consapevole che il risultato dipenda esclusivamente da me e nessun altro. Quindi, mi sono ritrovata a praticare nuoto prima, atletica poi. Al liceo, il professore di ginnastica mi ha proposto le corse campestri. Ho conquistato un podio al mio esordio. Ricordo quel giorno come fosse ieri: la pineta umida, l’odore dei boschi di Ostia... La corsa è stato il mio primo, vero amore sportivo: tuttora mi accompagna.

Il percorso di studi in matematica mi ha portata ad amplificare la mia parte razionale e analitica. Il numero o il dato, se pienamente compresi, ti concedono l’illusione di poter avere tutto sotto controllo. E l’avere tutto sotto controllo è un’abitudine, in alcuni casi un limite, che caratterizza il mio approccio alla vita. Sono continuamente spinta verso l’inconscia ricerca del controllo: questo mi conduce a vivere una sorta di solitudine quadrata, algebrica. Mi riferisco ad una condizione fisica, esteriore, mai interiore. Il controllo mi permette di essere in equilibrio con ciò che mi circonda. E di stare molto con me stessa, senza sentirmi mai, veramente, sola.

Nel mio percorso, il ciclismo è arrivato tardi. Avevo 27 anni. Nella mia famiglia non si era mai guardato un Giro d’Italia, i miei genitori non erano appassionati. La bici è entrata, semplicemente, a gamba tesa in un momento in cui cercavo disperatamente di ritrovarmi. La perdita di mio papà è coincisa con il mio dottorato a Oxford. Una situazione che si è trascinata per un anno intero, vissuta da pendolare tra l’Inghilterra e le cliniche italiane. Quel periodo mi ha costretta a prendere decisioni importanti, pur non avendo le necessarie consapevolezze per farlo. Sono stata chiamata a giocare una partita a carte con la vita, il cui finale era, però, già scritto.

Tuttora fatico a perdonarmi i ‘sì’ e i ‘no’ pronunciati in quel periodo. Quando sono tornata alla mia vecchia vita, senza mio papà, non c’era cosa o passione in cui mi ritrovassi. In fondo, trascorri anni illudendoti di poter controllare tutto, per poi realizzare come il tempo e la vita non siano inclini alle nostre volontà: come il presente sia l’unica dimensione che ci appartiene, e da cui dipendiamo.

La bici è apparsa in questo frangente, per puro caso. A causa del mio percorso accademico, l’atletica leggera era stata messa da parte ormai da tempo. Ad Oxford andava di moda il triathlon. Nuotare e correre facevano già parte della mia identità, mancava solo il terzo elemento. Dopo qualche mese di allenamento, mi sono ritrovata a completare molto bene la frazione in bici durante una gara, ed un ex pro del ciclismo italiano mi ha notata: pedalavo forte, anche se completamente priva di tecnica. Di lì a poco tempo, mi sono ritrovata a correre le grandi classiche delle due ruote, con vari team. Ma non era quello il mondo che cercavo, il mondo che volevo.

Della bici, mi ha piuttosto catturato il folle piacere fatto scaturire dalla fatica, dalla sopportazione. Ancora oggi, ricerco queste sensazioni in modo costante. Sin dal primo momento, è stato un rapporto di amore e odio: quando monti in sella per la prima volta a 27 anni, la bici non può diventare davvero parte di te. Crei un senso d’insieme con essa, ma composto da parti che rimangono, inevitabilmente, distinte.

Abito questa tensione tra due anime, in un dialogo costante che cerca di mediare tra i poli del mio essere: scienza e istinto. Lo stesso è valso per la ricerca del record dell’ora. Da un lato è stata una scelta di pancia, coraggio e cuore: lasciare tutto per puntare fin da subito ad un record del mondo. Dall'altro, un’intuizione supportata da formule matematiche che provavano la fattibilità dell’impresa. Dopo essermi studiata, ed aver studiato la tipologia d’impresa, ho appuntato su un foglio di carta quanto mi serviva e ho cominciato a bussare porte che non si sono mai, realmente, aperte. Ho fatto tutto da sola. E ho raggiunto i 48,007 km nel 2018, a Città del Messico. Poi, vedendomi sottrarre quel record, mi sono detta che avrei potuto sfondare il muro dei 50. Non lo nego, la ricerca di quell’ulteriore step è diventata un’ossessione. Ho dovuto vedere orizzonti dove altri vedevano confini e per due volte sono riuscita ad andare oltre quella barriera, segnando altri due record: l’ultimo dei quali, 50,455 km, ancora oggi imbattuto.

Lo stesso tipo di forza interiore e preparazione scientifica, oltre che fisica, mi ha condotto a tentare il record dei 4 km. Nel ciclismo su pista, l'ora e l'inseguimento sono considerate le specialità più distanti tra loro. È come competere nella maratona e sugli 800 metri. La mia motivazione principale risiedeva nel voler dimostrare che anche le donne, o meglio, il corpo femminile, potesse spingersi così in là. Studiando i vari protocolli di allenamento, ho notato come il riferimento proposto fosse sempre l’uomo: il corpo femminile veniva bollato come limitato da troppe incognite… Nulla di più falso.  Ho sollevato questo tema a gran voce dopo aver raggiunto entrambi i traguardi, ma l’interesse generato non è stato all'altezza dell’argomento. È triste vedere come siano passate alla storia solamente tempi e risultati: i giornalisti non hanno fatto menzione e gli allenatori del settore non hanno sollevato l’argomento, nessuno mi ha chiesto, per esempio, che tipo di preparazione avessi sostenuto per sopportare sforzi così differenti tra loro.

Sotto questo punto di vista, vestire i panni dell’atleta professionista ha sempre significato, per me, qualcosa che va molto oltre il risultato. Trattare lo sport come una professione significa dare dignità al proprio lavoro, rifiutando di ridurlo a una mera esibizione. Prima dell’atleta viene la persona. Nel mio caso, la bici è diventata una sorta di teatro, uno spazio funzionale alla narrazione e ad ispirare. I miei record custodiscono una storia precisa. Raccontano una possibile via per elaborare un lutto. Parlano di un cambio radicale di vita, del coraggio di iniziare tardi e di farlo alle proprie condizioni. Quando lo sport si fa narrazione, l’attenzione si accende: arriva ai giovani e a chiunque abbia bisogno di ascoltare. Ho spesso detto che, al posto della bici, in quel momento della mia vita sarebbe potuto arrivare un pennello per dipingere... In fondo, lo sport è una forma d'arte: lo è quando riflette i valori e i pensieri più profondi dei suoi protagonisti.

Raggiungere obiettivi così drenanti, almeno nel mio caso, ha lasciato una sensazione strana. La felicità che provi al traguardo, svanisce nell'esatto momento in cui realizzi di avercela fatta. Quando raggiungi la vetta della montagna non ci rimani mai a lungo, è un momento fugace. Tiri un sospiro di sollievo e subito ti domandi: “Adesso cosa faccio?”. Oggi, a 39 anni, detenere contemporaneamente questi due record significa aver raggiunto l’obiettivo di una vita, pagato con l'unico vero sacrificio di aver tolto tempo alla mia famiglia, a cui ora desidero dedicarmi.

Professionalmente, il mio percorso è arrivato ad essere sintesi delle mie vite precedenti: quella da matematica e da atleta. Lavoro nell’ambito dell’intelligenza artificiale, applicando modelli matematici al business e allo sport, con l’obiettivo di portare un approccio scientifico in questo mondo. Da questa visione e dall'incontro a Eurobike 2025 è nata la sinergia con il brand Seka, da cui ha preso vita Kayroi, una bici da crono ingegnerizzata per la massima efficienza aerodinamica. Marcello mi ha seguito con la sua macchina fotografica durante la fase di creazione e testing di questa bici, accompagnandomi in fasi distinte: la galleria del vento, l’elaborazione scientifica, l’atto pratico in velodromo… Le stesse fasi attraverso cui si ho composto i miei record.”

Marcello Mannoni – Photographer

 

“È Marzo. Mattina presto. In un paesino sperduto nel cuore del Belgio. Vittoria entra a lavoro con i suoi capelli ricci, specchio del groviglio di pensieri e idee e che le abitano la mente. Si presenta a me e alla crew che la segue in questo lavoro. Dirigendosi alla lavagna, senza troppi convenevoli, inizia a dare forma algebrica ai suoi pensieri. Discute di dettagli tecnici insieme al tecnico della galleria del vento, ai suoi ingegneri e meccanici.

Seka Bikes le ha commissionato lo sviluppo della prossima bici da TT. Provo a mascherare l’emozione di assistere a questi momenti, che deviano da qualsiasi traiettoria ordinaria. Stanno iniziando delle sessioni per raccogliere i dati necessari allo sviluppo aerodinamico della bici. Il programma prevede tanti piccoli turni da 2/3 minuti ciascuno, con modifiche continue per 8 ore di lavoro incessante. Niente pause. 

Ho sempre subito il fascino del lavoro, fisico e, soprattutto, mentale. Mi riferisco al potere della mente, in grado di spingere un atleta a raggiungere i propri obiettivi. Trasformare un passatempo in lavoro, e quest’ultimo in necessità. Un’ossessione che permette di raggiungere qualcosa al di fuori dell’ordinario. Sin dal primo scambio che ho avuto con Vittoria ho percepito questa sua enorme forza. Vari record del mondo non si creano di certo per caso.

Seguirla in un progetto del genere, in un capitolo della sua tanto meravigliosa, quanto atipica carriera sportiva, mi ha stimolato enormemente. Accompagnarla nella galleria del vento, alla ricerca della perfezione ingegneristica, nell’atto pratico stesso è un qualcosa che mi ha restituito, in tutta la sua interezza, la sua serie d’imprese, e ciò che le ha plasmate, in termini di studio e allenamento.

Guardarla girare dalla mattina alla sera, nel velodromo svizzero di Aigle, per 4 giorni consecutivi, mi ha trasmesso un senso di determinazione che è raro incontrare. Ascoltare il suono del suo respiro mentre sfrecciava al mio fianco è un'esperienza difficile descrivere a parole. Lo stesso vale per le ore trascorse ad aggiustare un dettaglio di pochi millimetri, a ripetere esperimenti, o trascrivere formule… Per tutte queste ragioni, sono genuinamente felice e onorato di aver potuto accostare la mia lente al suo mondo, alla sua storia.”