loader image

Lo Skeleton della già campionessa del mondo Tabby Stoecker e la lente di Tom Joy: due prospettive artistiche che si fondono sulle piste 

Storia vuole che lo skeleton derivi dal tobogagging, antica disciplina teorizzata, insieme al suo strumento principale, una slitta di trasporto, dai popoli nativi canadesi. Dopo la rivoluzione moderna, partorita tra le sempre-cosmopolite vette di St.Moritz, lo skeleton sta popolando, ormai da lungo tempo, un sottobosco sportivo dove i sacrifici pesano ben più della fama, e i sogni atletici ben più del conto in banca. 

Eppure, nel vortice cinetico e gravitazionale di questa disciplina è racchiuso tutto. L’avanguardismo e l’iper perfezionismo tecnologico. La sezione aurea di vortici gravitazionali e la pesante precisione del millimetro, del millesimo. La meraviglia. Il controllo. Come insegna la storia, è la bellezza della diversità sportiva. Del suo spettro così infinito, così composito. 

La passione colpisce all’improvviso, come ha fatto con l’atleta britannica Tabby Stoecker, che nello skeleton ha intravisto un output atletico al proprio istinto, oltre che vissuto, artistico, trovando un amore neanche lontanamente previsto. È in sport come lo skeleton, in quelle discipline che, incomprensibilmente, riemergono ogni 4 anni in occasione dei Giochi Olimpici Invernali, per poi tornare ad essere materia di una nicchia innamorata, che le icone contano molto. Tabby Stoecker sta assurgendo a tale. 

Abbiamo messo la sua giovane consapevolezza artistica e sportiva con la visione estetica e il background sportivo di Tom Joy. Nelle loro connessioni e sovrapposizioni assaporiamo i ritmo dell’arte. Lo stesso ritmo che continua a muovere, e a rinnovare, la linfa vitale dei cosiddetti sport minori: correnti underground, dove un solo talento può cambiare l’intera narrativa. 

A voi il dialogo tra le visioni fulminee di Tabby Stoecker e le calme composizioni di Tom Joy. 

Tabby Stoecker – Atleta del Team GB Skeleton

“Lo sport, per me, è sempre stato una passione. Ma mai, crescendo, l’ho immaginato come un possibile mestiere. Ero attratta dalla sua dimensione più artistica: amavo la danza, e fin da giovanissima ho intrapreso un percorso nelle arti circensi. A undici anni mi allenavo 25 ore a settimana, oltre alla scuola. Era estenuante, certo, ma io amavo quel mondo, quella comunità. Il mio sogno si chiamava Cirque du Soleil. Poi, a diciassette anni, qualcosa ha iniziato a incrinarsi. Ho cominciato a chiedermi se davvero sarei riuscita a 'sfondare'. In quel momento di incertezza, mi è comparsa una pubblicità su Instagram: cercavano nuovi talenti sportivi nel Regno Unito. Mi sono iscritta, senza sapere nemmeno a cosa andassi incontro. Mi hanno selezionata per lo skeleton. Al contrario di me, mia madre conosceva la disciplina. È stata lei a consigliarmi di provarci. L’ho fatto. 

Mi sono ritrovata a Bath, sede del programma nazionale. Non ero mai stata in una palestra, non possedevo scarpe da corsa, non avevo alcuna esperienza atletica. Sono arrivata con un body e dei leggings—quella era la mia ‘divisa da sport’. Tutti gli altri erano vestiti Nike, pronti, settati. Mi sentivo fuori posto, anche un po’ ridicola... Ma i coach hanno visto in me qualcosa: un corpo senza abitudini da smantellare, una tela vergine. E per loro, questo era oro. Il mio passato nel trapezio mi aveva dato tre cose preziose: consapevolezza corporea, audacia, e una certa tolleranza all’adrenalina. Tre qualità che, incredibilmente, nello skeleton contano moltissimo. Quando, nel 2019, mi hanno portata per la prima volta sul ghiaccio, ho provato qualcosa di immediato, di viscerale: pura adrenalina. Non c’è tempo per pensare, né per vedere. Scivoli giù, e tutto è guidato dall’istinto. O è parte di te, oppure no. I coach hanno creduto che potessi avere quel fattore extra. E che valesse la pena coltivarlo.

Da quel momento, lo skeleton è diventato tutto. Il programma britannico sa come coinvolgerti. Ti dicono: “Uno di voi, qui dentro, salirà su un podio olimpico con l’oro al collo.” E tu ci credi, perché è già successo. È lì che senti accendere un fuoco dentro. Sono stata fortunata. Ho scoperto, quasi per caso, qualcosa che amo davvero. E mi è stata data la possibilità di trasformare questo sport nella mia vita.

Quando ho incontrato Tom Joy, in Austria, ha portato con sé un’energia unica. La mia squadra lo ha accolto con entusiasmo. Era curioso, aperto, pronto a immergersi davvero. Ciò che mi ha colpito è stata la sua autenticità: voleva raccontare la verità, non una versione patinata. Cercava l’intensità, la fatica, l’essenza grezza di quello che facciamo. E voleva capire. Capire davvero lo skeleton: la velocità, la fisica, la mente. Non capita spesso. Ma il suo lavoro lo dimostra: ha catturato l’anima di questo sport.

Quello che molti ignorano è quanto lo skeleton sia tecnico. Si raggiungono i 145 chilometri orari, sotto sei G di forza, e tutto si gioca sulla gestione di pressioni e vibrazioni. Non è solo questione di velocità: è questione di ascolto, di percezione, di micro-movimenti. Non c’è tempo per pensare—il corpo prende il comando. È come danzare o dipingere: serve fluidità, abbandono, precisione. C’è qualcosa di profondamente artistico in questa sintonia assoluta con il proprio corpo. E poi c’è l’ingegneria. Come in Formula 1, ogni atleta ha un team che lavora per perfezionare la slitta. La mia è frutto di 25 anni di esperienza. Quando tutto si allinea—slitta, pista, condizioni climatiche—non corri: voli.”

Certo, vorrei che questo sport fosse più conosciuto. In Gran Bretagna non abbiamo neve, non abbiamo una pista, non esiste un sistema giovanile. Non si comincia da bambini. Si parte dal nulla, e si arriva subito in alto. In Austria o in Germania si comincia a dieci anni, si cresce nei club, le gare sono trasmesse in diretta nazionale. Per noi, quando va bene, c’è uno streaming su YouTube. Nessuna visibilità, pochissimi sponsor. Poi, però, arrivano le Olimpiadi, e qualcosa cambia. La curiosità si riaccende. Ed è bellissimo. Lo so: lo skeleton è di nicchia. Ma lo pratico perché lo amo. Mi rende felice, ogni giorno. Vivo qualcosa che per me ha senso. Ma sì, desidero anche che ci sia più riconoscimento. Per la disciplina, non solo per me. 

Lo sport ha un potere straordinario: può unire, può ispirare. Se la mia storia potrà aiutare anche solo una ragazza, soprattutto una ragazza mista, come me, a credere di più in sé stessa, allora sarà valsa la pena. La rappresentazione è tutto. Immagina di vedere qualcuno simile a te, sul podio olimpico. È un’immagine che può accendere una rivoluzione interiore. Le Olimpiadi sono uno di quei rari momenti in cui possiamo aprire il nostro mondo al mondo intero. E io voglio che quel momento conti. Non solo per me. Ma per chi verrà dopo.”

Tom Joy - Fotografo

“Ho studiato graphic design all’università, ma nel profondo ho sempre saputo che volevo fare il fotografo. Così, una volta laureato, ho deciso di compiere il salto: mi sono dedicato completamente alla fotografia. Le mie radici, però, affondano nello sport. Ho praticato atletica da quando avevo otto anni, fino ai ventuno. E la mia famiglia, in Scozia, è sempre stata profondamente legata a quel mondo. Oggi, tutto quel passato ha trovato nuova vita attraverso il mio lavoro fotografico. Capire come si muove un corpo, come si trasforma nello sforzo e nella precisione, e riuscire a restituirlo in modo autentico e sincero: è questo ciò che amo. È lì che la fotografia diventa passione piena, vera. La parte che preferisco del mio lavoro è stare a contatto con gli specialisti—atleti come Tabby. Passare giorni interi ad assorbire la loro disciplina, osservare da vicino la loro dedizione, raccontarne il percorso con immagini: è un privilegio. È gioia pura.

Ero alla ricerca di atleti invernali con cui lavorare, soprattutto pensando all’orizzonte delle Olimpiadi di Milano-Cortina. Quando ho ricevuto una lista di nomi, Tabby mi ha colpito immediatamente. Sapevo cos’era lo skeleton, certo, ma non avevo davvero idea di cosa comportasse viverlo dall’interno. Prima di partire ho dedicato una settimana a studiarlo online—non volevo arrivare impreparato. Ma è stato solo incontrando Tabby e la sua squadra che ho compreso davvero la portata di questo sport: la concentrazione assoluta, l’etica del lavoro, la dedizione instancabile. Sono rimasto colpito, quasi travolto.

Quello che cerco sempre è andare oltre la superficie—capire non solo cosa fanno gli atleti, ma come e perché. È da lì che parte il mio processo creativo: dalla fiducia, costruita attraverso una curiosità sincera. E gli atleti lo percepiscono. Quando si accorgono che capisci, che parli la loro lingua, si aprono. Il mio passato nell’atletica, tra i 400 ostacoli e un po’ di giavellotto, mi ha insegnato qualcosa di essenziale: che la precisione nasce dalla ripetizione. Non sono mai stato un atleta d’élite, ma so cosa significa cercare la perfezione, gesto dopo gesto. Ed è proprio questo che ho visto nel lavoro di Tabby e della sua squadra: la tecnica affinata nel tempo, tra pista e palestra, fino a quell’attimo di pura esplosività che è la spinta, e la discesa. Vederlo traslare sul ghiaccio, con le tute aerodinamiche, i caschi, la neve che cadeva attorno… È stato un prodigio visivo, e fisico.

Fotografare sul ghiaccio è stato impegnativo, tecnicamente complesso. Ma altrettanto appagante. Abbiamo avuto modo di testare qualche scatto con atleti austriaci, poi sapevo che Tabby sarebbe stata la quinta a partire. Ho settato tutto, trattenuto il respiro—e sperato di catturare l’attimo giusto. Quando lo slittino sfreccia davanti a te, è un momento da dentro o fuori. Scatti, guardi l’immagine, e se c’è la giusta composizione… È oro.

Ho sempre amato mostrare il lato umano dello sport. Non solo la performance, ma la storia. La preparazione. La fatica. L’identità. Immergermi nel mondo di uno specialista, comprenderne il percorso, è ciò che mi ossessiona. E credo che questo traspaia dalle mie immagini. Quando Tabby mi ha parlato della scarsa visibilità dello skeleton, del poco accesso, mi ha colpito profondamente. Se perfino il ciclismo, uno sport ormai mainstream, sta diventando difficile da seguire in UK, cosa rimane per lo skeleton? A volte YouTube è l’unico spiraglio, e anche quello è fragile. Ma è per questo che sono orgoglioso di ciò che abbiamo realizzato: non è solo il ritratto di un atleta, è un modo per alimentare interesse, per dare voce e forma a una disciplina tanto affascinante quanto dimenticata. Spero che questo progetto possa servire. A Tabby, al suo team, al movimento. Che possa diventare uno strumento per ottenere attenzione, riconoscimento, passione nuova—soprattutto in vista del percorso olimpico che ci attende.”