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La testimonianza di Tim Walsh da una parte, la lente di Daniel Mazzarella dall’altra: viaggio nell’atmosfera calcistica, e nelle sfumature artistiche e sociali, del Venice Beach Football Club

Pensi a Venice Beach e associ questo paradiso californiano, noto in tutto il mondo, al concetto di libertà. Ad una spiaggia mistica, radicata nella leggenda, dove palloni, pesi e tavole non hanno fatto altro che stagliarsi, per decenni e decenni, sul dolce sfondo oceanico.

Poi, entri nelle pieghe di questa società a ritmi ondosi e cosmopoliti, e finisci per scoprire che il Beautiful Game ha saputo trovare il proprio posto anche qui, in una delle sue terre più esotiche, divenendo parte essenziale dell’atmosfera stessa di questo luogo. Lo osservi in corpi che si muovono su note che diventano dribbling: nella sinfonia del Venice Beach Football Club. Nata dall’intuizione dell’ex calciatore Tim Walsh e del partner Dillon Chapman, questa community esotica per il mappamondo del Beautiful Game sta rivoluzionando il concetto di calcio vissuto a stelle e strisce.

Punto d’incontro di culture e storie. Tela bianca in cui confluiscono biografie personali ed eredità culturali, intuizioni nello stretto e tramonti ipnotici. Spazio magico, aperto a tutti e popolato da tutti, anche dai monumenti del calcio contemporaneo. Soggetto perfetto per lenti ispirate, come dimostrano gli scatti del fotografo australiano Daniel Mazzarella. In un periodo particolarmente significativo, come quello che vede arrivare il Mondiale a queste latitudini, abbiamo l’onore di ammirare ed esplorare una community unica nel suo genere.

Lo facciamo proprio grazie ad una preziosa conversazione con chi ha plasmato, e continua ad evolvere, questa eldorado calcistica, e con chi l’ha voluta omaggiare con le proprie composizioni visuali.

Prima di tutto, mi piacerebbe sapere cosa rappresenta il calcio per voi e come è entrato a far parte delle vostre vite?

Tim Walsh: “Non saprei dire con esattezza come sia nata questa passione, ma credo che la scintilla sia scoccata durante i Mondiali USA '94. Nella mia famiglia nessuno aveva mai giocato a calcio; sono essenzialmente un outsider che, per qualche ragione, è rimasto folgorato dalla bellezza di questo sport. Ho osservato la crescita della MLS e ho sempre considerato il calcio come una porta d’accesso verso il resto del mondo. Che fosse per la cultura che porta con sé o per le sue derive geografiche, il calcio ha sempre esercitato su di me un fascino che nessun altro sport è mai riuscito a replicare. A dieci anni, dentro di me, mi sentivo già un calciatore.”

Daniel Mazzarella: “Le mie origini italiane hanno fatto sì che, per me, il calcio fosse un destino inevitabile. Mio padre era juventino, io sono il più piccolo di quattro fratelli. Ho iniziato a tirare calci al pallone non appena ho imparato a camminare. I primi ricordi nitidi che ho risalgono a Italia '90, a nomi come Totò Schillaci e Roberto Baggio. Crescendo in Australia, il fuso ci imponeva di svegliarci alle quattro del mattino per guardare le partite. Posso dire di avere davvero vissuto quelle ‘Notti Magiche’ cantate da Gianna Nannini, conservo quei vividi ricordi con affetto. Sono cresciuto giocando a calcio a scuola, qualsiasi cosa facessi ruotava intorno al mondo del pallone; è stato il filo conduttore di tutta la mia vita.”

 

E se dovessi citare il calciatore che vi ha ispirato di più durante il vostro percorso?

Tim Walsh: “Mi sono innamorato dell'Arsenal di fine anni Novanta. Dennis Bergkamp, Thierry Henry e Nicolas Anelka mi affascinavano: quell'era racchiude perfettamente i miei calciatori preferiti di sempre”

Daniel Mazzarella: “Sono un po' combattuto. Da tifoso del Napoli, Maradona occupa un posto speciale nel mio cuore, ma devo dire Baggio. Lui è il re”

 

Tim, come nasce la community Venice Beach Football Club e su che filosofia si fonda?

 

Tim Walsh: “Venice Beach FC è nato nel 2016, dopo che io e Dillon ci siamo conosciuti giocando in squadre amatoriali e semi pro tra Santa Monica e dintorni. Eravamo entrambi stanchi di leghe maschili senz’anima: niente musica, nessuna atmosfera, zero identità. Solo quote settimanali da pagare a qualche arbitro frustrato in cerca di potere, pronto a buttarti fuori perché non indossi i parastinchi, mentre vieni falciato da un contabile represso, che cerca disperatamente di dimostrare di essere stato qualcuno, un tempo. Era deprimente. Soprattutto, non volevamo vivere così lo sport che amavamo.

Abbiamo deciso di ritagliarci uno spazio nostro, lungo il caos del boardwalk, su un campo da handball di cemento crepato e sporco, a pochi metri dall’oceano. Abbiamo messo insieme una banda di talenti sul viale del tramonto e creato la situazione ideale per goderci il gioco: calcio, spiaggia e libertà. All’inizio, trascinavamo dentro chiunque passasse di lì pur di mettere in piedi una partita: turisti, senzatetto, ragazzi di passaggio. Magari entravano due italiani in vacanza, un brasiliano, qualche ragazza si univa alla partita e, senza quasi accorgercene, intorno al campo si formava una folla.

Abbiamo chiamato quel piccolo rettangolo di cemento sporco ‘Estadio de Dogtown’ e in quel luogo abbiamo inventato il nostro calcio. Nessun permesso. Nessuna quota. Solo pallone, musica e amici.

Quando hanno iniziato ad arrivare i ragazzini del quartiere, ci siamo resi conto di una cosa: a Venice non esisteva nessuna lega capace di trasformare i giovani locali in veri tifosi del gioco, prima ancora che in giocatori. All’epoca, le uniche alternative erano le solite strutture corporate di Santa Monica: costose, mediocri, prive di qualsiasi radice o passione. Noi volevamo creare un terreno fertile per i talenti del futuro, mantenendo tutto il più economico e accessibile possibile. Sono nate le nostre leghe giovanili, le squadre, l’idea che i ragazzi potessero sempre giocare anche contro gli adulti. A modo nostro: rumoroso, istintivo, aperto a chiunque. Musica a tutto volume, nessuna restrizione. Abbiamo documentato quel caos creativo e lo abbiamo riversato sui social.

Poi, all’improvviso, Mbappé ha iniziato a presentarsi sul nostro campo di cemento. E il mondo del calcio ha cominciato a frequentare Venice.

Mi ha sempre colpito il modo in cui i club delle serie minori, in paesi come Thailandia o Australia, riescano a rappresentare il proprio quartiere con identità fortissime: una dinamica che negli Stati Uniti si vede raramente. In paesi come l’Italia, puoi percepire quanto il calcio sia stratificato e vissuto attraverso infinite divisioni, infinite comunità. Qui, è tutto molto diverso. Per questo il nostro obiettivo era costruire qualcosa con uno spirito profondamente locale, capace di celebrare l’aspetto più autentico di questo sport, andando oltre la semplice competizione. Volevamo usare il calcio per generare un impatto reale nella vita delle persone.

Quando giochi in un ambiente professionistico, gran parte dell’attenzione è rivolta a te stesso: dimostrare continuamente il tuo valore, competere persino con i compagni per un contratto o per qualche minuto in campo. Col tempo, però, qualcosa dentro di me è cambiato. Ho iniziato a sentire il bisogno di usare la mia esperienza e le mie capacità per dare forza agli altri. Mi chiedevo come trasformare tutto ciò che avevo vissuto nel calcio in qualcosa che andasse oltre la competizione, qualcosa capace di migliorare concretamente la vita e le opportunità delle persone, non solo la mia. Perché, in fondo, questo club parla soprattutto di esseri umani.

Seguendo questa filosofia, tutto è cresciuto in modo organico. Un giorno eravamo in otto a giocare una partita improvvisata, il giorno dopo potevano comparire Ronaldinho o Weston McKennie. È stato quasi romantico osservare il modo in cui tutto si è sviluppato nell’ultimo decennio: oggi è diventato qualcosa di davvero speciale.”

Daniel, come hai costruito il tuo percorso fotografico e come sei arrivato a fotografare il Venice Beach Football Club?

Daniel Mazzarella: “La fotografia non è mai stata la mia prima scelta professionale. Inizialmente, per rimanere immerso nell'ambiente sportivo, pensavo di fare il fisioterapista. Poi un graphic designer amico di mio fratello, mi suggerì di provare con la fotografia. Così ho iniziato. Ho studiato a Melbourne e poi mi sono trasferito a Londra, dove ho lavorato principalmente nella moda, come assistente e digital tech. Con il tempo, però, ho capito che la fotografia fashion non era la mia vera passione. Tornato in Australia, mi sono messo in proprio, lavorando maggiormente sul lato dell’advertising. Da cosa nasce cosa e ho avuto la fortuna di finire a lavorare con la nazionale di calcio Australiana.

In precedenza non avevo mai considerato la fotografia sportiva come un vero percorso creativo. Poi, però, ho iniziato a vedere la possibilità di fondere la mia esperienza nella moda, il mio amore per lo sport e la mia passione per la fotografia. Ora, vivo immerso nel mondo sportivo da oltre dieci anni e lo adoro profondamente. È stato incredibile assistere alla sua evoluzione: sta diventando sempre più artistico, sempre più espressivo. Vedere oggi il livello delle produzioni visive dedicate allo sport è ciò che continua davvero a ispirarmi.

Il mio contatto con VBFC è nato da un incontro fortuito durante uno shooting Nike con i ‘Socceroos’. Qualcuno sul set mi ha suggerito di andare a vedere questo progetto, proprio mentre mi stavo per dirigere verso Los Angeles. Da lì, una connessione ha portato all’altra e, una volta arrivato, sono rimasto immediatamente colpito da quanto tutti fossero accoglienti.

Come diceva Tim, il calcio è una porta che apre il mondo. Ho viaggiato e incontrato persone con cui non condividevo la lingua, eppure il gioco è diventato naturalmente il nostro mezzo comune di espressione. Il VBFC incarna perfettamente tutto questo: un gruppo multiculturale proveniente da ogni ambito sociale, inserito in uno scenario mozzafiato. Il mio sogno era catturare questa essenza. Vedere ciò che il team ha creato a Venice Beach è stato incredibilmente stimolante. Venendo dall'Australia potevo solo sognare di avere un posto simile dove giocare ogni settimana.”

 

Se doveste descrivere le frequenze trasmesse dalla community VBFC, in che modo le tradurreste in parole?

Tim Walsh: “All'inizio si è trattato spesso di chiedere perdono piuttosto che permesso alla città e alle autorità del parco. Molte persone non erano inizialmente di supporto alla diffusione del calcio, ma negli anni hanno assistito alla crescita della nostra community. Hanno visto uomini e donne scendere in campo insieme; bambini presentarsi in campo per segnare gol contro gli adulti, divenendo, a loro modo, delle piccole superstar. La vera forza del VBFC è che le persone sentono di far parte di qualcosa di più grande di loro. È una forza collettiva che coinvolge tutti: residenti, turisti, giovani e anziani. Si è creato un vero e proprio senso di appartenenza”

Daniel Mazzarella: “It’s a hot pot of different cultures: a true community, open to every walk of life, unified by a passion for football. It truly doesn’t matter how young, old or good you are. There is such a warmth there; people like Eyoel and Vinny are so welcoming. With music playing in the background and the upbeat energy that this place radiates, the result is such a vibrant atmosphere. A real vibe.”

Guardando indietro alla tua carriera calcistica internazionale, come vivi la trasformazione da calciatore pro a figura che, attraverso il Venice Beach FC, sta promuovendo il calcio come esperienza più profonda e significativa?

Tim Walsh: “Mi sento molto fortunato. Calcisticamente parlando, ho sempre avuto un talento nella media, ciò che mi ha fatto spiccare è stato il duro lavoro: ero il più grande ‘nerd’ calcistico in America. Questa passione ha aperto porte per me e per i miei amici. Quando le persone con cui sono cresciuto vedono cosa sto facendo ora, mi dicono che tutto ha perfettamente senso, anche se io ero il primo a non rendermene conto mentre accadeva. Devo tutto a questo sport. Mi ha portato in giro per il mondo e mi ha fatto conoscere i miei eroi, persone con cui ho potuto interagire e lavorare. In America il calcio può spesso apparire come molto commerciale: un prodotto marketing, più che un qualcosa di realmente radicato nella tradizione. Poter costruire qualcosa che rappresenti il calcio americano in modo autentico e organico, in cui le persone a livello globale possano rispecchiarsi, è fantastico. L'obiettivo, ora, è continuare a crescere e avere un impatto su quante più vite e carriere possibili.”

 

Daniel, cos’ha ispirato la tua lente durante la produzione di questo reportage? Da un punto di vista prettamente estetico, quali sono stati i dettagli che più ti hanno colpito?

Daniel Mazzarella: “Non sapevo bene cosa aspettarmi, ma l'intera location mi ha lasciato a bocca aperta. Ancora prima di vedere ragazzi con il pallone tra i piedi, mi sono ritrovato allo skate park, pensando a quanto quel posto fosse incredibile. Esteticamente, il ‘muro VBFC’ è un elemento centrale: il modo in cui il sole lo illumina al tramonto, lo rende una tela bianca a cui qualsiasi artista farebbe fatica a resistere. Ho subito desiderato immortalare le immagini sublimi e i momenti fugaci che questo tipo di ‘paesaggio calcistico’ offriva. Questo ha anche ispirato la mia ‘movement series’. La combinazione di quello sfondo e dei personaggi che lo abitano quotidianamente è stata semplicemente entusiasmante”

 

Con il Mondiale in terra americana alla porte, di che tipo di messaggio può farsi portatrice la community VBFC e, allo stesso tempo, cosa può trasmettere questo progetto visuale?

Daniel Mazzarella: “Con le dovute proporzioni, direi che il VBFC riflette l’essenza più intima di cosa un Mondiale possa rappresentare: un palcoscenico globale in grado di unire persone con differenti storie e provenienze. È un microcosmo in grado di mostrare un sistema di connessioni internazionali, dove non importa chi sei o da dove vieni. Questa è la bellezza del calcio: ci unisce tutti. Attraverso il mio sguardo, però, volevo anche esprimere qualcosa di più personale. Ho sempre osservato il movimento di un calciatore nello stesso modo in cui si guarda una ballerina: c’è una grazia nel modo in cui un giocatore accarezza o colpisce il pallone… che trovo profondamente affascinante. Venice Beach mi ha offerto la tela perfetta per esplorare questa dimensione, sfruttando la luce, il paesaggio e momenti congelati nel tempo per creare immagini dense di atmosfera e tensione cinematografica. Parallelamente, volevo rendere omaggio anche ai personaggi stessi attraverso il formato del ritratto: perché, in fondo, sono le persone a rendere il VBFC ciò che è davvero”

Tim Walsh: Concordo. Il progetto è, a suo modo, un esempio di ciò che vedremo concretizzarsi quest'estate. Venice Beach sarà l'ombelico del mondo per tanti tifosi. Ogni giorno e per ogni partita organizzeremo delle attività specifiche. La sede della Federazione sarà proprio di fronte alla nostra clubhouse. Per chi, come me, si era prefissato di portare il calcio a Venice Beach, sembra proprio che questo sport sia finalmente arrivato”