Cavalli alati per cavalli urbani. Le Nike Pegasus 42, ultimo e rivoluzionario capitolo di una scarpa leggendaria, sono il simbolico impulso attraverso cui scoprire la filosofia SubRunnerSociety e l’energia, così come i poteri nascosti, che questa società ritrova nella condivisione del running e del movimento
Li puoi sentire arrivare a falcate ampie e nette. Verbali. Musicali. Dall’hinterland milanese all’ombra del Duomo, cavalli urbani che nel viaggio hanno trovato il significato, nella corsa l’esempio. Sono scariche di frequenze: galoppate condivise, che compattano e rivelano, formando una società fondata sull’evoluzione, personale e collettiva.
Oumar Goumballa, Khadim Babou e Elhadji Mar. Linea di sangue senegalese, imprinting italiano. Nel mezzo, la visione di una comunità in costruzione, la SubRunnerSociety. Una scuderia sempre più popolosa, fondata su un modo nuovo d’intendere la corsa. Non una sfida individuale, ma un’esperienza condivisa, dove l’obiettivo non sta tanto nel porre il muso davanti al prossimo PB, quanto nel riscrivere chi si è. Soprattutto, in chi si può decidere di essere, specie nell’Italia che verrà.
Definirla running community sarebbe riduttivo, più centrato è invece il concetto di società culturale, scandita fin dalla sua genesi dal movimento. Dalla consapevolezza che, in fondo, è possibile abbattere limiti e muri, qualsiasi forma essi abbiano, attraverso l’energia e i poteri nascosti che compongono la corsa e attraversano, troppo spesso inascoltati, ogni essere umano.
“Vogliamo sprigionare quel cavallo interiore che c’è in ognuno di noi”, condividono sciogliendo il passo sull’asfalto milanese. Lo fanno cavalcando scarpe che dell’energia e dei poteri nascosti fanno i propri capisaldi: le Nike Pegasus 42, ultima evoluzione di un prodotto che, ormai da tempo, ha smesso di essere solamente tale, divenendo sinonimo di eterno progresso. Guarda caso, di propulsione.
Cavalli alati per cavalli urbani, dunque. Nell’anno del Cavallo per lo zodiaco cinese, si sprigiona la corrispondenza di suggestioni e simboli alla base di quello che, a tutti gli effetti, appare come un ritratto intrecciato. E si amplifica l’ancora giovanissima storia di una società che può e vuole rivoluzionare la società che la circonda.





Scrivete nella vostra bio: ‘We run to rewrite who we are’. Cosa significa per SubRunnerSociety questo concetto? E quali sono le origini di SRS?
SRS: “Tutto parte da un viaggio. Lo scorso marzo, siamo andati a New York. Qualcuno tra noi già corricchiava, ma senza uno scopo reale. Girando per la città, ci siamo resi conto di come tutti corressero, sia nel senso stretto del termine, con tantissimi runner a tutte le ore, notte compresa, che, soprattutto, in modo più ampio: tutti si muovevano, tutti davano l’idea d’evolversi, continuamente, e la corsa sembrava una metafora di questa sensazione. Da quel momento, abbiamo deciso di vivere il running insieme. Abbiamo iniziato ad allenarci, ad abbattere muri che pensavamo impossibili da superare... Siamo addirittura arrivati all’esperienza della maratona: un traguardo che ritenevamo impossibile. Così, abbiamo deciso di condividere questa visione: ogni persona, cominciando da qualsiasi punto di partenza, può arrivare dove vuole. Vogliamo spronare chi fa parte della nostra ‘società’ a superare i propri limiti. Ad evolversi. A fare cose che, magari, sono difficili anche da immaginare. Sembra fantascienza, ma la corsa prova che questo è possibile”
“Per SRS non si è mai trattato (solo) di correre”: un’altra frase che avete recentemente usato. Come descrivereste, allora, il vostro rapporto con il running?
SRS: “Vediamo il running come la cosa più meritocratica che esista. Tu dai alla corsa ciò che vuoi e lei ti restituisce tutto. Parliamo di un’azione semplice. Bastano due scarpe. Ti alleni una settimana e vedi dei miglioramenti. Ti alleni due mesi e ne vedi altri. Nella società di oggi ci vuole poco per scoraggiarsi, la corsa invece crea soddisfazione. Infonde l’idea che va bene fidarsi del ‘journey’. Noi siamo amatori e il nostro percorso con il running è diventato il modo più efficace per condividere quello che volevamo condividere. Non è un fatto di performance, è un fatto di disciplina, di unione e coinvolgimento, di sostituzione delle brutte abitudini o del far nulla con altre priorità. È il trasformare il classico “andiamo a bere qualcosa o a fare serata” in un “domani c’è il lungo”. Usiamo parole come ‘missioni’ e ‘obiettivi’ proprio per sottolineare questo processo: questo scopo comune. Oggi abbiamo un gruppo in cui messaggiamo con oltre 200 persone che, quasi tutte partendo da zero, stanno affrontando i primi lunghi, le prime mezze, i primi 42 chilometri… Per noi sta tutto nello spronare e nel farsi spronare dalla ‘società’ SubRunner, mentre la vediamo crescere”
Come vi fa sentire il fatto d’incidere sul modo di vivere, e di pensare ai propri percorsi, di altre persone?
SRS: “Onestamente è bellissimo. Noi arriviamo dalle periferie, dall’hinterland milanese, e vedere tanti ragazzi e ragazze delle nostre zone mentre superano i loro limiti, i loro muri, ci gasa tantissimo. Soprattutto, gasa il fatto che capiscano di poterlo fare. Proprio come è successo a noi. Ed è un insegnamento universale, che puoi applicare nella vita quotidiana, anche banalmente al rapporto con la tua famiglia… Sono tanti tasselli che puoi scoprire e sommare. Significa dirsi: “Posso arrivare là. Ci sono arrivato. Posso andare oltre”. Per noi, poi, è fondamentale che SRS si muova non solo nel running, ma anche in altri ambiti sportivi, come l’hiking per esempio, perché i ragazzi di seconda generazione, in Italia, non lo fanno. Sembra scontato, ma mancano esempi di questo tipo…”





A questo riguardo, nel vostro racconto trovano spesso spazio le radici culturali, dimostrate, per esempio, dal mettere in risalto gli usi e costumi del Ramadan a stretto contatto con una gara. Perché avete deciso di dare voce anche a questo lato più profondo delle vostre vite e della vostra storia?
SRS: “Quando sono arrivati in Italia, i nostri genitori non avevano tempo per fare attività sportiva. È semplice: il loro unico, obbligato obiettivo stava nel mantra ‘lavoro, casa, famiglia’... Grazie a loro, siamo fortunati: possiamo pensare ed approcciarci alla vita in modo differente. In Italia, quelli della nostra generazione sono i primi ‘giovani’ cresciuti in questa condizione. E non abbiamo figure che ci rappresentino in attività ritenute ‘europee’. Con la nostra ‘società’ vogliamo cambiare questa percezione: condividere una mentalità aperta e farlo per coloro che verranno dopo di noi, dimostrando come l’attività fisica, non solo il running, possa permettere di fondere culture e radici, aprendo spazi per tutti, migliorando tutti. In Paesi come Francia o Inghilterra si tende molto di più a portare la cultura personale dentro lo sport. In Italia, il fatto di raccontare una gara attraverso la lente del Ramadan è una cosa, invece, mai vista. L’abbiamo fatto per dimostrare come ognuno abbia i propri principi e valori, e come nella condivisione, nel rispetto di sé stessi e delle identità altrui, si possa stare bene, si possa capire: si possa migliorare. Vogliamo essere veri. Non siamo gente che flexa PB o risultati, non ci sentiamo runner di alto livello, semplicemente pensiamo che mostrare la realtà per quello che è, nel 2026, valga più di ogni altra cosa. E questo vuol dire anche mostrare le emozioni che realmente proviamo in un determinato momento: come ballare durante una gara…”
Le Nike Pegasus 42 gravitano attorno al concetto di energia, così come a quello di poteri nascosti. Che tipo di energia e poteri nascosti trovate nel vostro rapporto con il running? E che tipo di connessione avete con quest’iconico prodotto Nike, giunto al suo 42º capitolo evolutivo?
SRS: “Partiamo dal fatto che noi abbiamo iniziato a correre indossando proprio delle Pegasus. Il primo paio di scarpe del nostro gruppo era una Pegasus condivisa: ha girato molto, arrivando fino a Parigi e in Senegal. L’abbiamo portata veramente al limite. Poi, abbiamo comprato un paio di Pegasus a testa. Suona assurdo, ma non è una storia inventata: è un dato di fatto che fa capire cosa rappresenti per noi questa scarpa. Parlando di energia e poteri nascosti del running, invece, ci sono tante immagini, tante scene e momenti che possono definire questi concetti. Su tutti, il fatto che in SRS trovi energie non solo grazie a te stesso, ma grazie al supporto degli altri. Ci sentiamo dei fratelli e nei momenti difficili, specie durante gare lunghe, troviamo sempre il modo di esaltarci a vicenda, sprigionando proprio i poteri nascosti che sappiamo di avere dentro. Poteri che, a volte, come al 38esimo chilometro di una maratona, sono difficili da trovare. Ed è la nostra energia ad attivarli. Se condivisa in modo naturale, l’energia ti porta anche ad allenarti dopo un’infinita giornata di lavoro, solo per il senso di migliorare insieme a chi ti sta di fianco. “Se non ci fossero stati loro, non ce l’avrei fatta”, questa frase riassume tutto”
L’immaginario delle Pegasus non può che legarsi all’immagine del cavallo. Per voi, che tipo di valore simbolico, e non solo, ha questo animale? Come mai usate così spesso le sue forme per rappresentare SRS?
SRS: “Il cavallo è immagine di libertà, velocità, potenza… Di energia, come dimostrano i motori. Il primo commento che fanno, vedendoci arrivare alle gare, è “che cavalli!”. Per noi è anche un modo per scherzare. La gente, vedendo dei ragazzi neri, pensa istantaneamente che siano velocissimi. Da qui, nasce anche il claim ‘Zero Genetica’. Potrai avere i migliori geni del mondo, ma se non fai fatica, non migliori. Non siamo speciali e lo dimostriamo lasciando ancora visibili i contenuti dei nostri inizi, quando eravamo lentissimi. Il punto sta nello sbloccare il cavallo che hai dentro di te. Ognuno ha un cavallo interiore che non vede, o non stimola. Cercare scuse per limitarlo non porta a nulla, se non a lasciarlo addormentato… A forza di farlo, arriverà il momento in cui non potrà più svegliarsi. Nella nostra visione, il cavallo è un simbolo che rappresenta l’ossessione positiva e, allo stesso tempo, il divertimento. Perché, alla fine, in SRS ridiamo e godiamo insieme”





Siete radicati a Milano: cosa trasmette questa città al vostro modo d’intendere il running? Come influisce sui fattori che circondano questa disciplina, o meglio, che ne fanno sempre più parte, come la dimensione sociale?
SRS: “Come dicevamo prima, abitiamo fuori Milano, ma l’abbiamo vissuta molto, lavorando nell’ambito della moda. La corsa ci ha fatto scoprire un altro aspetto della città. Ora non siamo più ‘i modelli’, siamo ‘quelli che corrono’. E siamo felici che le persone riconoscano il fatto che lo siamo a modo nostro, senza inseguire trend. Quando hanno paura di entrare nella nostra ‘società’, gli spieghiamo che il nostro obiettivo è quello di aspettare tutti, di stare insieme. Non abbiamo appuntamenti fissi, preferiamo farne di mirati, ma fatti bene. SRS è più uno ‘spingere’ collettivamente, un far parte della stessa comunità. Il capire che un individuo tira l’altro. Che un chilometro tira l’altro. E che tutto finisce per diventare un qualcosa di più grande. Milano è sicuramente il centro di questo processo, ma ci stiamo impegnando per espanderlo sempre di più”
Dopo aver avuto modo di testare sull’asfalto milanese questa scarpa, che sensazioni vi sono rimaste?
SRS: “È vero, oggi abbiamo praticamente fatto un allenamento normale… Siamo sinceri, i temi e le suggestioni che abbiamo toccato poco fa ritornano in come abbiamo sentito la scarpa. Restituisce energia, equilibrio e, sicuramente, leggerezza. Quello che davamo, in termini di spinta, lo riprendevamo. Ne abbiamo parlato in vari momenti dello shooting. Conoscendo questo modello da tanto tempo, come abbiamo già raccontato, sapevamo che avremmo trovato una scarpa che spinge. C’è chi tra di noi è più iperattivo, o più ‘fast’, e ci si trova benissimo, proprio per come ti senti restituire il ritmo, specie in quest’ultima evoluzione”
Tornando al primo punto trattato, e alla vostra frase-manifesto, ad oggi quanto sentite di aver riscritto chi siete? E com’è riscriverlo di fronte ad occhi che valutano ogni vostro racconto social?
SRS: “Tantissimo. Davvero tantissimo. Abbiamo fatto passi da gigante. Ci sentiamo sulla giusta strada, individualmente e collettivamente. Abbiamo scoperto, anche grazie ad un evento come la maratona, che possiamo veramente concretizzare ciò che vogliamo. Sembrano frasi fatte, però è tutto vero. Nel nostro percorso, ci fa sentire bene il fatto che non usiamo i social per ingannare le persone. Un altro claim su cui stiamo lavorando è il concetto del ‘Mentre Guarda’: noi non vogliamo che le persone guardino i nostri contenuti, limitandosi a mettere like. Vogliamo che facciano. Mentre guardi, mentre spendi ore a passare da una storia all’altra, non stai permettendo a te stesso di fare qualcosa di vero per te. Che sia running, nuoto o bici, la chiave sta nel muoversi: nel porsi obiettivi, nel buttarsi, anche se all’inizio non sarà perfetto… Mettiti nel ‘grinding’, e arriverai dove vuoi arrivare”
In generale, che obiettivi vi ponete, da un punto di vista sportivo, per il vostro presente e futuro? E quali altri obiettivi, all’infuori di tempi e PB, state perseguendo?
SRS: “A livello sportivo abbiamo un obiettivo, ma è decisamente ambizioso e aspettiamo a dirlo… In generale, vogliamo aprirci sempre più a nuovi progetti. Vedendo il vostro magazine cartaceo, per esempio, viene subito la voglia di farne uno nostro… Come sogni, da tempo stiamo ragionando sullo sviluppare qualcosa in Senegal, il Paese delle nostre radici. Ci piacerebbe unire il running, la cultura senegalese e quella italiana. Diciamo spesso che il Senegal ci ha visto, in un certo senso, nascere, però l’Italia ci ha visto crescere. Per questo l’italianità è una parte enorme della nostra identità, che vorremmo condividere, in modo da stimolare altri ragazzi e ragazze a pensarla come noi, a sviluppare una mentalità più ampia… Ad essere ambiziosi. Dall’altro lato, SRS nasce, come abbiamo già sottolineato, con la finalità di rendere l’Italia più inclusiva: di spruzzare un po’ di colore nel Paese, spingendolo verso una direzione che può portare a tante cose belle. Ci crediamo. Quello che stiamo facendo, le opportunità che stanno capitando, la partecipazione delle persone… SRS ci sta facendo sentire importanti. Noi, però, continuiamo a lavorare tutti i giorni, ad aiutare le nostre famiglie tra mille sbattimenti... E questo vogliamo che la gente lo tenga sempre a mente. Le nostre stesse madri ci chiedono perché corriamo o perché andiamo a fare hiking. Il nostro fine ultimo è proprio quello di modificare questa prospettiva: esiste un mondo diverso là fuori, fatto di possibili scoperte ed evoluzioni, personali e non, che tutti meritano di vivere. Il movimento, in qualsiasi forma, è il perfetto canale per sviluppare questa consapevolezza”












