Visto dall’alto, lo sport smette di essere risultato e diventa mappa: un disegno di corpi, territorio e comunità in cui ogni gesto rivela la società che lo sostiene
C’è un’Italia che non si lascia afferrare frontalmente: va osservata perpendicolarmente, o meglio dall’alto, quando le gerarchie si appiattiscono e la realtà smette di recitare. Jacopo Di Cera la incontra così: sospendendo la camera sopra il mondo, come un metronomo immobile, e lasciando che sia la vita sottostante a comporre la scena.
Il suo sguardo zenitale non cerca il colpo d’occhio, ma un’etica dell’immagine: mettere tutti sullo stesso piano per non giudicare, per ascoltare meglio. In questa conversazione, tra sport e ritualità, territorio e comunità, ombre e desideri, l’Italia emerge come un ritratto sociale in controluce: un paese che si rivela nelle geometrie dei corpi, nelle fratture della passione, e in quell’istante preciso in cui l’estetica smette di essere superficie e diventa indagine.



Esplorare l’Italia da un nuovo punto di vista
“Nella mia ‘prima’ vita ero responsabile marketing in una multinazionale americana. Nella ‘seconda’ ho aperto un’agenzia di comunicazione. Nella ‘terza’ faccio l’artista. Ma in tutte e tre, il tema della comunicazione — e quindi anche dell’estetica — me lo sono sempre portato dietro. Ho fatto quel mestiere per quasi quindici anni… è naturale che io filtri ancora il mondo anche con quell’approccio, solo che oggi lo metto al servizio di un’indagine artistica, non di un prodotto.
Mi piace scattare. Lavoro con l’arte, con la fotografia, con l’arte digitale. Sin dagli inizi della mia indagine artistica non mi è mai piaciuto fare un lavoro fotografico, nel senso più stretto del termine, per servire marketing o branding. Quello che mi ha sempre interessato sono la cultura, l’arte.
Negli ultimi dieci anni ho raccontato l’Italia da un punto di vista zenitale. La prima fotografia me la ricordo ancora benissimo: ero a Procida. La mia ex moglie era napoletana, quindi si andava spesso al mare insieme. Un giorno ho notato una scena che da terra sembrava banale: a pranzo, molte barche si avvicinavano, quasi si incollavano, e iniziavano a passarsi il caffè, la mozzarella, le cose fatte in casa. Dal basso non si capiva davvero cosa stesse succedendo. Poi, d’istinto, ho mandato sù il drone perpendicolarmente. Dall’alto mi si è rivelato un mondo.
Si vedeva questa comunità galleggiante, un gesto collettivo con una coreografia involontaria. Ho subito pensato fosse una prospettiva interessante. C’è un’Italia che non avevo mai guardato così. Quell’opera l’ho chiamata ‘Pass me the Parmigiana’, perché era esattamente questo: una tavola apparecchiata sull’acqua, solo che la tavola era un arcipelago di scafi.
Da lì ho capito che volevo raccontare l’Italia da quel punto di vista. E da lì è iniziata una ricerca vera sull’italianità: sul nostro modo di relazionarci tra noi, e sul modo in cui ci relazioniamo con l’ambiente, con il territorio. E quando dico ricerca non intendo solo vacanza, montagna, mare. Intendo anche tradizioni, storie, momenti particolari e sportivi unici nel loro genere.
Il lavoro più faticoso è stato lo studio, la scelta. La ricerca del luogo giusto, dell’evento giusto, del momento in cui c’è un’umanità che ti affida una storia. E allora ritrovi tradizioni, rituali, comunità, tensioni. Non solo belle immagini. Ma scene che, viste dall’alto, diventano racconto.”


Lo Sport come ritratto sociale
“Quando penso a che ruolo abbia avuto lo sport nella mia vita a livello personale, culturale, e artistico, mi piace partire da una distinzione semplice. Lo sport mi ha sempre attratto, ma meno come azione personale agonistica. Probabilmente per capacità, per abilità, non ho mai sviluppato qualcosa che mi portasse a competere ad alto livello. L’ho praticato da sempre, ma come benessere, come disciplina privata. Nella mia ricerca, però, è sempre stato un elemento fortissimo.
Se guardo i miei lavori degli ultimi dieci anni, tolta la parte dell’estate italiana dove, di solito, ci si rilassa su una spiaggia, mi accorgo che lo sport è spesso al centro. Ma ‘sport’ non vuol dire solo gesto atletico canonico: non è solo il fondista che parte per la Marcialonga. Sport significa sciare, certo, ma significa soprattutto esplorare il rapporto tra essere umano e territorio — in quel caso la montagna. Vuol dire indagare la propria immagine, la propria estetica, la propria posizione dentro equilibri fragili. La montagna, vista così ad esempio, non è sfondo: è interlocutore.
E poi c’è un secondo livello, altrettanto potente: la squadra, il rapporto umano e le relazioni che si creano dentro e intorno al sistema sportivo. C’è chi gioca e c’è chi sostiene, chi tifa, chi appartiene. Sono elementi incredibili, perché ti raccontano una società in miniatura. Basta pensare a Piazza del Plebiscito piena: io ho visto folle che, onestamente, mi sono sembrate più dense di altri eventi storici. Questo ci dice che, per quella città, lo sport ha un ruolo enorme. Lo sappiamo da sempre: a Napoli il calcio è una lingua madre.
Io sono interista e ho lavorato per l’Inter sul ventesimo scudetto — la seconda stella, un traguardo importante. Se metti a confronto certe immagini di Piazza del Duomo e quelle di Piazza del Plebiscito, ti accorgi che sono due modi diversi di essere folla, due modi diversi di festeggiare, due culture della partecipazione. Ed è proprio per questo che lo sport, per me, è un territorio d’indagine artistica straordinario. È una piattaforma dove si creano rapporti, equilibri e squilibri. L’arte lì dentro ci sguazza: sia per fascino estetico, sia perché lo sport è una cartina tornasole sociale. Ti restituisce un riflesso di quello che oggi è una città, un popolo, un ambiente. Riflette una civiltà. Non riflette solo ‘lo sport’, riflette i rapporti tra chi segue, chi pratica, e la comunità che sta attorno. Quel perimetro è un ritratto della popolazione stessa.”


Lo sport come tradizione e cultura
“Un lavoro che ricordo sempre con passione è il Palio Marinaro dell’Argentario. È una tradizione che ha un’origine quasi mitologica: nasce da un passato di incursioni e paura. I pirati invadevano quella zona, e la gente del paese si rifugiava nelle grotte con le barche. Più andavi veloce, più avevi possibilità di salvarti. Da quel bisogno è nata, col tempo, una ritualità decennale: quattro contrade che si sfidano e poi la contrada che vince viene affondata. In pratica uno sport estremo — fatica, dieci giri di barca, una corsa durissima — e quando la barca arriva, i contradaioli si buttano in acqua e la fanno andare giù. È un gesto simbolico e fisico insieme: vittoria e sacrificio, trionfo e sparizione. Immagini suggestive, quell’attesa sospesa, quei personaggi fermi come in un teatro naturale. Ed è un evento sentitissimo: il 15 agosto li si ferma tutto per quel Palio. Dall’alto, come se Caronte fosse lì a traghettare e le anime dannate, in ansia, premessero per salire sulla sua barca, la scena diventa una sorta di Barcolana: una massa di barche e intenzioni, un brulichio ordinato dal desiderio di appartenere. E qui entra un elemento che per me conta molto: la luce. Ombre, riflessi, incisioni sull’acqua. Sono dettagli, ma sono anche grammatica.
Un altro esempio, sempre sul confine tra sport, paesaggio e cultura, è in Val di Pejo, se non ricordo male si svolge a febbraio. È una gara notturna di risalita: si va su con le pelli e poi si scende. Dall’alto, tutte le luci delle pile frontali sembrano un quadro astratto, un Kandinsky. È un’immagine che ti rimane addosso: una disciplina che diventa costellazione.
In questo senso, lo sguardo dall’alto è sì estetico, ma l’estetica per me è conseguenza. La fotografia, da manuale, si regge su un elemento fondamentale: la profondità di campo. Lo scatto zenitale, perpendicolare alla scena, uccide quella profondità: mette tutti sullo stesso piano. Non scatto dall’alto perché le foto dall’alto sono belle—ne abbiamo già troppe e, probabilmente, ci hanno anche annoiato. Scatto dall’alto per non dare un giudizio. Per non decidere io chi è protagonista. Se tu sei in primo piano e il tuo amico in secondo, chi scatta ha già decretato una gerarchia. Io, nella mia ricerca, provo a sospenderla. Lascio il giudizio a chi guarda e cerco invece di far emergere rapporti: tra uomo e uomo, e tra uomo e territorio.”



L’importanza dello Sport
“In un’epoca in cui lo sport viene spesso ridotto a risultato, successo, sconfitta, statistica, io mi ritengo fortunato. Mio padre era appassionato di calcio. Io sono da sempre interista, e seguo con una passione vera. Vivo a Roma e ho un figlio di nove anni, sto provando a passargli quella passione, nel modo giusto. Però devo fare due discorsi diversi. Perché esiste uno sport e poi esiste il vero sport.
Quello che vediamo sulle gazzette, nei giornali, molto spesso è sport-business. È un sistema che puoi accettare o non accettare: come stanno in piedi le società, i bilanci, i controlli, le squalifiche, le ambiguità, i sospetti, le storture. C’è tutto un mondo che ti puoi anche raccontare di ignorare, ma che esiste.
Eppure, dentro quel mondo, la passione resta: il nonno che ti mette la sciarpa, i gol che ti porti dietro come memoria emotiva — Ronaldo il Fenomeno, Djorkaeff, Recoba. Penso a Inter–Barcellona dell’anno scorso: per me è stato epico, una delle partite più belle che abbia visto. È quel tipo di sport in cui sai che c’è una macchina enorme dietro, ma ti aggrappi al racconto, alla storia, al cuore…
Poi però c’è l’altro sport: quello dell’essere umano. Di chi nasce, cresce, si forma, diventa atleta — o anche solo trova nello sport un lessico per vivere. Uno sport fatto di principi: correttezza, salute, competizione sana. Uno sport che ti insegna a superare i limiti. Mi viene in mente Zanardi. Lui nelle interviste l’ha detto mille volte: se senti che c’è un limite, prova ad andare oltre. Un minuto in più. Un secondo in più. Un centimetro in più. Cerca sempre di spostare la linea. E questa, al netto della retorica, è una lezione di vita. Perché lo sport è vita. Lo sport ti insegna motivazione, sacrificio, obiettivi, stare con gli altri.”


Le ombre come espressione dell’io
“Le ombre stanno diventando un territorio di studio sempre più centrale, quasi una nuova geografia personale. L’ombra è un tema antico, stratificato, quasi inevitabile. Se pensiamo a Platone e al mito della caverna, l’ombra è già il racconto di una realtà distorta. Poi c’è Jung, che dice che l’ombra è qualcosa che hai dentro e non conosci. L’ombra, alla fine, ha tante interpretazioni — e io sto cercando proprio quello spazio: dove una forma nera, a terra, può diventare una biografia.
Ho approfondito molto questo tema grazie al Dynamo Camp, in Toscana. È una realtà in cui sì fanno vivere esperienze che io definisco ‘impossibili’ a bambini gravemente malati o con disabilità importanti. È un luogo quasi magico, una specie di oasi: una vacanza impossibile non solo per loro, ma anche per i genitori. Con Dynamo ho lavorato sulle ombre, ma fotografando uno a uno i genitori, non i bambini. Ho iniziato a portarmi dietro la loro ombra come riflesso, come ritratto della loro anima.
Ora vorrei fare una cosa simile con gli atleti paralimpici: raccontare il loro percorso attraverso le ombre. Lo sport, in questo caso, diventa luce fuori dal tunnel. Diventa il motivo per cui trovi nuove motivazioni. Già per uno sportivo le Olimpiadi sono un obiettivo che ti occupa vent’anni di vita. Per un atleta con disabilità, spesso, lo diventano ancora di più: è un obiettivo esistenziale. Nel mio piccolo voglio raccontarlo così: con ritratti d’ombra. Per qualcuno l’ombra potrebbe diventare un simbolo aspirazionale. il corpo sta in una posizione, ma l’ombra ne racconta un’altra. E allora la domanda diventa: cosa rappresenta quella posizione? Un desiderio? Un sogno? Un futuro possibile? Qualcosa che avrei voluto, qualcosa che potrò fare. Un altrove che inizia già qui. Non c’è una risposta unica, e questo è il bello.”

Una ricerca continua
“Io vedo un mondo che, valorialmente, si sta un po’ disfacendo. E proprio per questo lo sport, quando è pulito, può essere un salvagente morale: inclusione, correttezza, rispetto, impegno, determinazione, integrazione. Il problema è che a volte è la stessa civiltà che sporca lo sport. L’esempio che faccio sempre è la simulazione. Perché nella simulazione c’è una sintesi di ciò che non dovrebbe entrare nello sport: la furbizia tossica, il tentativo di fregare, l’idea di ingannare qualcuno che prova a fidarsi e, soprattutto, l’educazione al trucco.
Poi lo sport può anche insegnare alla società ad evolvere. Guarda una squadra di calcio oggi: giocano due italiani, gli altri vengono da ovunque. Nord, sud, poli opposti. E la società dovrebbe guardarla quella cosa: perché lì c’è già un modello di convivenza possibile. In questo lo sport, nel tempo, spinge — e costringe — la società a muoversi. Ci vedo del sano. Ma quel sano dobbiamo tenerlo sano noi: chi gioca, chi organizza, chi sta dentro il sistema.
Io vorrei che il mio lavoro aiutasse a vedere le cose da un punto di vista onesto. Io ho fatto la mia scelta di punto di vista: mi sono messo sopra. Ma l’invito che faccio è più ampio. Vorrei lasciare a chi guarda il mio lavoro la necessità di guardare le cose da più punti di vista. Provare a guardare la stessa cosa da un’altra angolazione. Non per stabilire chi ha ragione o torto, ma per decidere da solo cosa pensare. Se poi questo esercizio ti porta a vedere ombre sulla neve, o uno sport dall’alto, è conseguenza. Fa parte del mio linguaggio. Ma il principio, il motivo per cui ho preso una camera e l’ho messa sopra, è questo: cambiare punto di vista. Io ho scelto il mio. L’invito è che ognuno trovi il proprio.”








