Grazie a Briko, scopriamo l’ultima esperienza di Esplora in uno dei più suggestivi Paesi asiatici
"Тэнгэр эхийн тэврэлт мэт, түүний доорх бүх зүйлийг бүрхэв". "Il cielo, come l'abbraccio di una madre, copre tutto ciò che sta sotto di esso". Un antico proverbio mongolo introduce il più recente capitolo dell’odissea contemporanea Esplora. L’ennesima epopea volontaria e organizzata, vissuta attraverso l’arte fisica e sociale, oltre che primordiale, del bikepacking, e ispirata dall’incessante desiderio di aggiungere nuove visioni e consapevolezze ad un progetto che parte dalla creatività outdoor italiana, per ramificarsi nelle infinite bellezze del globo.
Giunto al quinto anno della sua maturazione, Esplora ha celebrato questo significativo traguardo elevando un concetto insito nella propria identità, il nomadismo. Per farlo, ha portato un team ristretto di 3 persone (Marco Ricci e Davide Ciarletta, co-founder di Esplora, e Giuseppe Papa, esperto compagno di viaggio già coinvolto lungo le rotte nepalesi) nello Stato-maestro di questo regime di vita, la Mongolia, il selvaggio paradiso asiatico dove il 30% della popolazione non ha dimora fissa per scelta e vive errando, sospeso tra ataviche forme d’allevamento, orizzonti di steppe e un infinito, impareggiabile firmamento.
Un viaggio che non sarebbe stato possibile senza il supporto di Briko, partner ormai di lunga data della moderna filosofia odeporica Esplora. Un viaggio che ripercorriamo attraverso la testimonianza di Davide Ciarletta e la gallery visuale catturata dalle, come sempre, evocative lenti Esplora.




DI STEPPE, CONTAMINAZIONI E TRADIZIONI
“Siamo partiti dalla capitale, Ulaanbaatar. Lì, abbiamo avuto modo di analizzare tutte le influenze storiche di questo Paese: il retaggio stilistico e architettonico sovietico, il legame commerciale contemporaneo con Russia e Cina... Davanti ai nostri occhi si alternavano giganteschi palazzi cubitali, fabbriche a carbone, monasteri buddisti, scenari caotici, popolati di mercati e bazar. Poi, abbiamo attraversato diagonalmente la Mongolia, dirigendoci verso il Lago Khuvsgul, al confine con la Russia. Abbiamo pedalato per 20 giorni, coprendo circa 1200 chilometri tra difficoltà meteorologiche (vento e neve su tutte) e strade sterrate. È stata un’esperienza di bikepacking, non di Ultracycling, quindi molte energie sono state inevitabilmente spese per trovare un luogo in cui dormire, o reperire acqua e cibo...
Andare oltre gli 80 chilometri al giorno era praticamente impossibile, anche per via del paesaggio collinare, fatto di continui dislivelli. Una volta giunti nella zona meridionale del lago, abbiamo provato a costeggiarlo lungo l’unica strada che lo cinge su un lato. Dopo qualche chilometro, però, siamo stati respinti da dune di sabbia che si perdevano a vista d’occhio. Era una situazione surreale: davanti a noi, all’orizzonte, vedevamo ergersi i profili delle montagne, ai nostri lati comparivano invece il lago e le classiche steppe. Solo moto e camion riuscivano a superare quelle dune, quindi abbiamo deciso di concludere il nostro viaggio con quest’immagine unica...”




UN SILENZIO RUMOROSO, UNA TERRA DI CONTRASTI
“È stata un’esperienza che mi piace definire attraverso un concetto prezioso, il silenzio. La Mongolia è una terra di silenzi forti, e di contrasti, dove il senso di desolazione combacia con quello di magnificenza. Sei solo, ma ti senti parte di tutto. Il silenzio diventa un altro linguaggio: il suono del vento, l’acqua che scorre, le mucche che pascolano, gli alberi che si agitano, perfino il respiro, che aumenta il proprio ritmo in concomitanza con l’aumentare della fatica... È la vita che si manifesta in tutta la sua purezza, nella sua forma più semplice. Avevamo la sensazione che le nostre orecchie fossero state liberate dai codici e dagli stimoli usuali, tornando a captare le sottili vibrazioni dell’universo.
Abbiamo vissuto emozioni uniche, prodotte da centinaia e centinaia di chilometri di paesaggi senza fine. Abbiamo visto condor volare sopra carcasse di animali, incrociato un puledro che veniva aiutato, dalla propria madre, a fuggire dalla presenza delle nostre biciclette... Sono scene di luoghi primordiali, abitati da nutrite mandrie di cavalli selvaggi, moltissime capre, 35 milioni circa, e nomadi, esseri umani che vivono, letteralmente, nella natura. Se il Nepal ci aveva mostrato il suo lato selvaggio, la Mongolia si è spinta ancora più in là”




IL NOMADISMO È UN CODICE LINGUISTICO
“Abbiamo incrociato la vita reale di questi uomini con gli stivali, che vivono da soli con i propri cavalli, pascolando capre o mucche. Sono nomadi nel vero senso della parola. Siamo stati ospitati nella yurta, o gher, come viene chiamata: un alloggio mobile tipico di questo Paese e dei suoi nomadi. La sua struttura ha un buco, nella parte superiore, che permette di guardare il cielo. In Mongolia sembra di essere costantemente sotto una brillante cupola che muta colore, spaziando tra sfumature di blu e verde. I nomadi sono molto ospitali, ma sono anche abituati all’isolamento, e la barriera linguistica rende le comunicazioni ancora più difficili. Hanno compreso che anche noi, a modo nostro, eravamo dei nomadi. Io mi sento tale, in relazione a tutte le esperienze che sto vivendo con Esplora. La scena più significativa è avvenuta con una famiglia nomade. Dopo essere stati aiutati da loro, abbiamo condiviso del tempo disegnando insieme, sembrava ci stessimo relazionando mediante delle pitture rupestri, differenti per forme e significati. Quei disegni erano una forma di linguaggio, ed erano figli dei nostri differenti percorsi di vita. Siamo stati toccati da quei momenti”




UN SUPPORTO MULTIDIMENSIONALE, BRIKO
“Va sicuramente riconosciuto il fatto che il progetto-Mongolia non sarebbe stato realizzabile senza il supporto di Briko. La nostra connessione si è ormai sviluppata nel tempo, e ci sta permettendo sempre più di sperimentare, aprendoci anche ad altri tipi di viaggi ed esperienze. Da un punto di vista tecnico, in Mongolia abbiamo avuto a disposizione la collezione Gravel, nella linea BLOWN. Siamo stati aiutati, in particolare, dal casco AeroPlus, solido e aderente, di facile gestione. Lo stesso vale per la blount jersey e per l’occhiale STARLIGHT 2.0, sia nella versione con lente polarizzata che photocromatica, fondamentali nei momenti di transizione luce-ombra, specie nei picchi di alba e tramonto. Avere due lenti complementariè fondamentale durante il bikepacking. In generale, i prodotti che abbiamo utilizzato sono stati estremamente funzionali anche perché occupavano poco spazio, permettendoci di viaggiare leggeri. Una caratteristica non di poco conto per questa tipologia di viaggio.”
"Ora stiamo pensando a come evolvere ulteriormente questa bella sinergia, a breve selezioneremo nuovi obiettivi comuni, per poi svilupparli e pianificarli insieme”










