Viaggio nella mente e nel percorso di un’eccellenza italiana della nobile arte della boxe, nonché ambassador Champion
“Se uno vuole, il tempo lo trova”, dice Ivan Zucco, 2 volte campione italiano e WBC dei pesi supermedi. Il tempo per i sacrifici. Il tempo per raggiungere obiettivi e cinture, sulla carta, impensabili per un pugile italiano contemporaneo. Il tempo per la costanza, la razionalità e la consapevolezza: matrici umane e sportive essenziali per approcciare la nobile arte. Infine, il tempo della resilienza.
“Se uno vuole, il tempo lo trova”, ribadisce Ivan Zucco. E capisci quanti minuti, ore, anni, abbia dedicato a forgiare la propria eccellenza. Entri nella storia di un pacato figlio d’arte che, dopo un’ascesa tanto brillante, quanto lineare (21 vittorie da pro su 22 incontri, con 18 ko all’attivo), ha recentemente visto svanire il sogno di un altro titolo internazionale: quello europeo EBU, in uno degli ambienti più bollenti mostrati, in epoca recente, dalla culla della boxe, l’Inghilterra.
Le sue parole, raccolte durante uno speciale evento Champion atto ad evidenziare la legacy, così come l’impatto contemporaneo di un brand iconico per l’intero immaginario sportivo, e da ring per natura, raccontano che esistono differenze e analogie tra il mondo all’interno e all’esterno delle corde: punti di contatto che, se ben processati, possono far collimare il campione e l’essere umano virtuoso, come poche altre discipline.



Cosa ti ha spinto ad inseguire la strada della boxe e cosa ti ha insegnato lungo il percorso?
“Ho iniziato a fare boxe grazie a mio padre, ex pugile, e per passare più tempo con lui. I miei si sono separati quando avevo 6 anni, quindi cercavo un modo per stargli vicino. La boxe, inizialmente, è stata anche questo: un pretesto per ritrovarci. Da quel momento, ci sono rimasto dentro. Ogni giorno ero in palestra con lui. Ancora oggi lavoriamo insieme.
L’idea iniziale era di imparare a difendermi, papà ci teneva. Presto è diventata una vera passione. Ho fatto il primo match a 14 anni, e da lì non mi sono più fermato. Il pugilato mi ha subito insegnato una regola fondamentale: i pugni si danno solo sul ring. Mai fuori. La boxe è disciplina, prima di tutto. Non tollera chi porta la violenza fuori dalla palestra. Anzi, chi sbaglia, nella mia palestra, non entra più.
C’è anche un altro principio che abbiamo sempre seguito: prima si va bene a scuola, poi si può entrare in palestra. Se uno non studia, la palestra resta chiusa. Perché l’impegno nello sport deve andare di pari passo con quello nella vita. Io ne sono un esempio: non è sempre stato facile conciliare lezioni, allenamenti, amicizie, relazioni… Ma ce l’ho fatta. Anche quando andavo in nazionale per mesi interi, mi portavo dietro le audio-lezioni e continuavo a studiare.
Dopo la scuola ho iniziato a lavorare: facevo il magazziniere di giorno, la sera il buttafuori. Nel mezzo, mi allenavo. Se uno vuole, il tempo lo trova. La boxe mi ha insegnato proprio questo: la dedizione, il sacrificio, il rispetto. Valori che mi porto dietro ogni giorno.
La boxe è davvero una delle discipline più dure. Non lo dico per sminuire gli altri sport – li seguo, li ho anche provati – ma qui è tutto più estremo. Io mi alleno sei giorni su sette, due volte al giorno: due ore al mattino e due ore al pomeriggio. Si corre, si fanno i pesi, si tirano cazzotti. E poi c’è la dieta: devi raggiungere la tua categoria di peso, magari perdi anche sei-otto chili quando sei già in piena forma...
Dopo tutto ciò, arrivi al giorno del match. Ti pesi, sei pronto. E ti tocca combattere davvero. Ma è anche il momento in cui ti rendi conto che il grosso del lavoro è già stato fatto. Se hai dato tutto in palestra, sali sul ring con una consapevolezza diversa. Quella è la tua forza”


Spesso viene dimenticato il lato culturale della boxe, il suo valore storico, i suoi eroi generazionali, il suo impatto sulla letteratura e sul cinema… Tu approcci la boxe come una forma d’arte o, nella tua visione, rappresenta piuttosto una sfida con i tuoi limiti, e una ricerca della massima performance?
“A livello storico, la boxe è forse uno dei primi sport mai esistiti. Ha un valore culturale enorme, ed è sempre stata importante anche da un punto di vista sociale.
Quando ho iniziato, per me era semplicemente uno sport: lo facevo per imparare una disciplina, per tenermi in forma, per curiosità. Poi il ring è cresciuto dentro di me. È diventato passione, poi un obiettivo, infine un lavoro. E con ogni fase è cambiato anche il mio modo di vederlo.
Devo essere onesto: non ho mai vissuto la boxe come una forma d’arte in senso stretto, anche se mi piace mettere in mostra la bellezza del movimento, dell’eleganza… Far vedere che non si tratta solo di forza bruta. Per me è sempre stata, soprattutto, una sfida costante con me stesso, con i miei limiti, fisici e mentali.
Se oggi corro a 4:20 al chilometro, domani voglio farlo a 4:15. Se oggi tiro 100 colpi al sacco, domani ne voglio tirare 103. È il mio modo di pensare: migliorare sempre, passo dopo passo.
Oltre al fisico, sto lavorando anche tanto sulla testa. La mente, nella boxe, conta più del corpo. Per questo lavoro con una mental coach, per superare quei blocchi che a volte non sono visibili, ma ti limitano. Perché nella boxe non si tratta solo di resistenza o tecnica. C’è la paura, la pressione, il confronto con l’altro. E se non sei solido mentalmente, rischi di crollare prima ancora di salire sul ring.
Per esempio, quando ho combattuto in Inghilterra per l’Europeo, abbiamo fatto tre giorni di face-to-face prima del match. Interviste, sguardi, tensione. Io sono uno tranquillo, non faccio trash talking, non cerco lo scontro verbale. In quei momenti, già dal primo sguardo, capisci tante cose dell’altro: se ha paura, se è sicuro di sé, se finge...
A me non serve spingere o insultare: basta incrociare lo sguardo. Lo capisci subito se un pugile è davvero pronto o se sta solo facendo scena. Spesso chi fa troppo rumore, chi provoca, è quello che sta cercando di celare la paura. Per me il detto ‘chi abbaia non morde’ è verissimo. La vera forza non ha bisogno di essere urlata”


Parlando di cultura della boxe, non possiamo che menzionare Champion, e la capacità di un brand di segnare, per sempre, l’immaginario di un’intera disciplina. Cosa significa, per te, rappresentare questo brand nella contemporaneità?
“Per me rappresentare Champion è davvero un grande onore. È nato tutto in modo abbastanza inaspettato: appena dopo il match per l’Europeo in Inghilterra, mi è stato chiesto di collaborare con il brand, e ho accettato subito. Da lì è iniziato tutto, e ora sembra che ci sia la volontà, da parte di tutti, di continuare e costruire qualcosa di più solido insieme.
Champion è un marchio che conosco da sempre, con una storia importante alle spalle. Fa parte della cultura della boxe, certo, ma anche di quella sportiva in generale. Essere legato a Champion oggi, in un momento in cui il brand continua a evolversi ma resta fedele alle sue radici, mi rende orgoglioso”
Hai raggiunto apici incredibili, come 2 titoli nazionali e 2 cinture internazionali. Un’impresa rara, quest’ultima, nel panorama italiano. Cos’ha rappresentato, per il tuo percorso personale e sportivo, la cintura WBC?
“La cintura WBC è un qualcosa di enorme. Parliamo della sigla più importante a livello mondiale nel pugilato. Io ho conquistato l’International Title, che è una delle prime cinture internazionali, necessaria a rientrare nel ranking ufficiale WBC. L’ho vinta combattendo a Verbania, a casa mia, contro un avversario serbo con 28 vittorie e solo una sconfitta. Ricordo che alla fine del primo round mi ha colpito con un destro potente: mi ha scosso, mi ha svegliato. Nel secondo round l’ho mandato KO.
Poi ho difeso quella cintura a Milano, all’Allianz Cloud, davanti a più di 4.000 persone, contro un inglese molto tosto. Ho vinto ai punti. Quella cintura è stata importantissima per me, ha segnato un passaggio: mi ha permesso di entrare nella top 15 mondiale WBC, di far conoscere il mio nome a livello internazionale, e di affrontare palcoscenici nuovi, come il mio ultimo match in Inghilterra, a Barnsley.
Lì è stata un’esperienza completamente diversa. Ero abituato a combattere in Italia davanti a qualche migliaio di tifosi e mi sono ritrovato in mezzo a 25.000 persone che mi urlavano contro. Un tifo assurdo, quasi assordante…”
E come si rialza, dopo aver perso una cintura, o un’opportunità titolata, Ivan Zucco? Come si riallineano mente e corpo dopo una delusione sul ring?
“Fa parte del gioco, fa parte dello sport. E perdere, anche se fa male, è parte del percorso. Quando si vince è facile restare motivati. Ma è quando perdi che si misura davvero un campione. Come diceva Rocky: “Non conta quanto colpisci forte. Conta quanto sai incassare e se riesci a rialzarti.”
Ecco, per me questa è una verità profonda. Ora che ho perso, devo dimostrare se sono davvero un campione. E ti dico la verità: io stesso ancora non lo so. Ma so che la mia mente è solida, che ho imparato molto da questa sconfitta, e che tornerò più forte. Non vedo l’ora di rientrare in palestra, perché questa esperienza mi ha dato fame, voglia di crescere.
Onore al mio avversario, è stato bravo, ma sono convinto che pochi possano davvero battermi: fisicamente sono sempre pronto, sempre allenato. E questa caduta, a livello mentale, mi darà ancora più forza. La boxe è così. Come nella vita: tutti prima o poi cadiamo, viviamo momenti bui, difficili. L’importante è rialzarsi.
Anche nel match, al decimo round, ho preso un montante che mi ha un po’ piegato le gambe. Mi sono rialzato subito, ma avevo perso lucidità. E lì, mio padre — che è anche nel mio angolo — ha deciso di fermare il match. Ha fatto benissimo. Perché prima di tutto viene l’integrità di un pugile, e sapere che c’è mio padre lì a proteggermi è una sicurezza enorme. Purtroppo, ci sono stati casi in cui l’angolo non ha fermato quando avrebbe dovuto. Io invece so di poter contare su chi davvero ha a cuore la mia salute”


Musica e boxe nella tua vita paiono procedere di pari passo. Verbania con che tipo di musica ha cresciuto la boxe di Ivan Zucco? E oggi come influisce la scena musicale con cui sei in contatto sulla tua vita e sulla tua boxe?
“Fin da piccolo ho sempre amato la musica. Ne ho ascoltata tanta e di tutti i generi, ma l’hip hop e il rap sono sempre stati quelli che mi hanno accompagnato di più, anche nei momenti di allenamento o prima di salire sul ring. Crescendo, proprio grazie alla boxe, sono arrivato a conoscere alcuni dei miei idoli musicali — artisti che ascoltavo da ragazzino, tipo i Club Dogo, Guè Pequeno, Marracash…
Oggi è quasi surreale poter dire che ho costruito un rapporto vero con alcuni di loro. Ad esempio, Massimo Pericolo mi ha dedicato una canzone intitolata proprio Zucco. Jake La Furia mi ha citato in un brano, lo stesso ha fatto Nerone. Con Massimo ho anche fatto più di una ring walk e siamo diventati amici. Ci sentiamo spesso, andiamo a mangiare fuori insieme, ci scriviamo prima e dopo i match. Dopo l’Europeo mi ha scritto anche Guè, mi ha fatto i complimenti per il combattimento. Dovevamo fare insieme la ring walk per quel match, poi per impegni di lavoro non è riuscito a esserci. Ma recupereremo a Milano.
Insomma, grazie alla boxe sto entrando in contatto con una scena musicale che mi ha formato — e oggi mi sostiene. La cosa bella è che, conoscendoli di persona, ti rendi conto che sono persone vere. Anche io all’inizio li vedevo un po’ come figure quasi distanti, poi invece scopri un’umanità che ti sorprende. E mi piace questo aspetto: sapere che c’è un rispetto reciproco, che c’è sincerità. Mi rendo conto che non sia facile, per loro, vivere il rapporto con la fama. E che spesso vengano valutati erroneamente.
Nel mio caso è completamente diverso: certo, dopo i match mi arrivano migliaia di messaggi sui social... E rispondo a tutti personalmente, magari la notte, quando non riesco a dormire per l’adrenalina che rimane addosso per giorni. Lo faccio perché sento di volerlo fare: finché riesco, voglio mantenere questo rapporto diretto con chi mi segue. Poi, ad essere sincero, praticamente non ho haters. Forse è perché la gente apprezza il mio modo di essere: diretto, umano, umile. Cerco di restare sempre me stesso”
La boxe ha permesso a tantissime icone di incidere messaggi nella memoria. Tu che tipo di messaggio vuoi trasmettere, specie al movimento boxe italiano? E che tipo di legacy stai cercando di costruire?
“Il messaggio che voglio trasmettere, prima di tutto, è che la boxe è uno sport accessibile a tutti. Spesso viene fraintesa come uno sport violento, ma in realtà è tutto l’opposto: è uno sport di contatto, sì, ma basato su regole, rispetto e disciplina. Non sono una persona violenta, tutt’altro. Sul ring mi trasformo, perché lì diventa una sfida tra me e l’altro, e voglio vincere. Fuori, però, resto sempre io, con i miei valori.
Quello che mi interessa davvero comunicare, specialmente ai più giovani, è ciò che la boxe può insegnare nella vita: rispetto, educazione, sacrificio, dedizione… Soprattutto la capacità di superare i propri limiti, sia fisici che mentali. Vedo sempre più spesso persone che crollano mentalmente, che fanno fatica a reggere la pressione, sia nello sport che nella vita quotidiana. Credo che la boxe, con il suo rigore e la sua intensità, possa essere una grande scuola di resilienza.
Per questo, anche sui social cerco di condividere contenuti reali, motivazionali, veri. Non voglio vendere un’immagine falsa di me. Oggi, purtroppo, sui social si punta molto a far vedere solo il lato perfetto delle cose: soldi, felicità apparente, successo facile. Ma la realtà è un’altra. E io lo vedo parlando con tanti ragazzi, anche in palestra: a 15 o 16 anni già vogliono diventare influencer, fare soldi facili… Non funziona così.
La boxe, in questo senso, è una grande metafora della vita: se sali sul ring e non ti sei allenato davvero, anche se sei il più forte, puoi perdere contro qualcuno meno dotato ma più preparato. È lo stesso principio del lavoro, dell’impegno quotidiano. Può sembrare dura — e lo è — ma è anche ciò che ti fa crescere davvero.
La legacy che sto cercando di costruire è questa: lasciare qualcosa di positivo, non solo nei risultati sportivi, ma nell’esempio che posso dare. Non mi interessa solo vincere. Mi interessa far capire che si può costruire qualcosa di grande rimanendo veri, lavorando sodo, senza scorciatoie. Questo è il mio messaggio”







