Nils Arend, fondatore dell'evento The Speed Project, racconta la sua visione del running e il nuovo, suggestivo capitolo cileno del suo evento

NO RULES. NO SPECTATORS. The Speed Project non è una gara di corsa, è una collettiva esperienza radicale, è la bellezza della fatica applicata al contesto naturale, è un provante viaggio dentro e fuori sé stessi. Nato da un'estemporanea epifania di Nils Arend, questo evento estremo sta festeggiando il decimo anno di vita e, per l'occasione, ha abbandonato la Death Valley, il bollente deserto tra Los Angeles e Las Vegas divenuto casa per i suoi runner. Il nuovo, simbolico traguardo di quest'edizione è stato posto invece nell'esotico Sud America, lungo la suggestiva route cilena dell'Atacama. Le parole di Nils Arend introducono l'essenza di una gara unica al mondo e ci parlano di quest'innovativo e atipico capitolo di The Speed Project.

Come nasce la tua passione per il running e qual è stata la genesi del The Speed Project?

Il primo contatto con il running si perde nel tempo. Avevo 14, 15 anni, ed studiavo in un collegio. La notte evadevo per suonare con una band punk rock, e portavamo sempre con noi delle scarpe da running. Quando rientravamo ci cambiavamo le scarpe e i vestiti, facendo finta di essere tornati da una corsa all'alba... All'epoca ero più interessato a sport come lo snowboard e il wakeboard, solo verso i 20 anni, quando ho deciso di trasferirmi dalla Germania agli USA, il running ha iniziato a giocare un grande ruolo nella mia vita. Per celebrare il mio passaggio oltreoceano, io e il mio coinquilino abbiamo deciso di correre la maratona di Amburgo, e per la prima volta mi sono sentito realmente immerso in questo sport. Quando sono arrivato ad LA non conoscevo nessuno, non avevo soldi e la mia lingua era basica. Quindi il running è diventato uno strumento essenziale per esplorare la città. Dopo un paio d'anni ho partecipato a un primo grande evento, una maratona, e mi sono reso conto di quanto fosse regolamentato. La cultura della gara, nel running, mi sembrava all'opposto rispetto a ciò che avevo vissuto in altri sport. Allora ho deciso d'iniziare delle avventure a piedi a modo mio.

La bollente Death Valley come s'inserisce in questo processo di studio, comprensione ed evoluzione della running culture?

La prima idea è stata quella di correre da un punto A a un punto B. Lo facevo in pausa pranzo con un mio collega. Poi, durante le vacanze, ho deciso di correre da casa mia a casa sua, attraversando tutta Los Angeles. Sono partito da Venice per giungere a Long Beach, passando attraverso porti e paesini di pescatori. Ho amato le giustapposizioni, i contrasti di quella corsa. E durante quelle ore ho iniziato a maturare l'idea The Speed Project. All'inizio ho organizzato alcune wild ride con i miei amici, abbiamo anche girato un film, e mi sono reso conto di quanto questo tipo di esperienze potessero avere un impatto sulle persone. Così mi sono preso la responsabilità d'invitare altre persone, di condividere queste run. Non promettevo loro enormi cambiamenti personali, garantivo solo un'esperienza radicale, che ho fatto coincidere con il deserto della Death Valley. La community e la sua espansione sono le principali ragioni, poi, per l'esistenza e lo sviluppo di The Speed Project.

Avresti mai immaginato che saresti riuscito a coinvolgere crew e runner di tutto il mondo in questo tuo progetto?

Assolutamente no. Sono meravigliato da quante persone negli anni siano state attirate da questo evento. È estremamente bello e appagante. Così come è bello vedere il lavoro creativo che stanno portando avanti. Non posso negare che la prima volta che abbiamo invitato runner esterni alla nostra community originaria ero nervoso, le persone volavano da diverse parti del mondo, prendevano ferie e spendevano soldi solo per essere parte del The Speed Project... A volte sento ancora questa sensazione nello stomaco. La cosa che più mi eccita è il coinvolgimento creativo di questi runner e di chi li accompagna. Ogni edizione emergono così tante prospettive e storie differenti... Penso che questo evento sia una sorta di casa per l'evoluzione del running, che ormai non può più essere semplicemente definito come un movimento sportivo. E il concetto di partecipazione radicale indica proprio la nostra volontà di andare oltre l'elemento atletico e i limiti fisici.

A proposito di evoluzione, questa volta avete deciso di affacciarvi su un nuovo Paese, il Cile...

Abbiamo scelto il Cile perché ci piace comunicare con la nostra community. Ascoltiamo ogni idea, anche se poi non riusciamo a concretizzarla. Durante la pandemia abbiamo creato un photo contest con Leica, coinvolgendo runner da 50 Paesi differenti. Un fotografo cileno ha vinto ed è stato invitato a Las Vegas con il suo team. Così ci ha raccontato di questa route cilena e abbiamo deciso di provarla. Quest'esperienza è parsa da subito l'ideale passo in avanti per The Speed Project. Il 10º anniversario è parso il momento migliore per introdurre una versione alternativa, sviluppata ad Atacama. L'evento è stato sicuramente ancora più difficile e radicale, e abbiamo scelto un piccolo gruppo di partecipanti di cui avevamo massima fiducia. È stato un vero e proprio esperimento. Ovviamente il nostro viaggio non si limita mai al running. Durante questi mesi di organizzazione abbiamo esplorato e provato a comprendere la cultura locale, così come i problemi che affliggono questa zona geografica. La natura nei pressi d'Iquique è gravemente danneggiata dall'afflusso di vestiti che arrivano da altri Paesi e che qui vengono smaltiti nelle dune del deserto... Per questo abbiamo deciso di collaborare con un brand locale, sensibilizzando la nostra community riguardo questo tema, e creando del merchandise speciale, prodotto riutilizzando questi capi. È un piccolo gesto che, però, ci rende orgogliosi di avere portato in Cile The Speed Project. 

 

Nei prossimi giorni potrete anche scoprire le testimonianze dei protagonisti di questo The Speed Project cileno e ammirare un'altra evocative galleria fotografica. State pronti.

 

Photo credits:

Rafa Rivero

Testi di Gianmarco Pacione