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È un inseguimento selvaggio con poche regole: una danza fisica e mentale con la corsa che inizia in un angolo sperduto, al confine tra Stati Uniti e Canada. Qui prende vita la Southbound 400 (SB400), una staffetta a tappe di 400 miglia che invita i runner a decostruire il proprio modo di intendere le gare. Di Sarah Gearhart

Il sudore freddo scivola sulla schiena di Vince Georgescu, che si scalda muovendo i fianchi sul ciglio di una strada deserta. Indossa shorts tecnici neri, un gilet ad alta visibilità color verde fluo e un paio di Merrell Pro Morph ancora non in commercio. Ha 33 anni, viene da Salt Lake City, nello Utah, ed è pronto a sparare un miglio al massimo. Aspetta solo il segnale: una luce bianca intermittente che fenda la bassa nebbia del primo mattino.

Georgescu non sa con precisione dove si trovi, ma sa che è ancora lontano da dove è iniziato il suo viaggio, appena oltre il confine canadese. Esattamente 42 minuti prima, all’alba, aveva preso il via da Rouses Point, un piccolo villaggio rurale nello Stato di New York, scattando in una corsa febbrile con un piccolo dispositivo GPS stretto in mano. Dopo meno di sei minuti si era fermato, i muscoli irrigiditi dall’aria fresca (15°C), e si era infilato in una Chrysler Pacifica grigia che lo seguiva da vicino.

È solo l’alba di un venerdì di metà maggio, e Georgescu è nel pieno della Southbound 400 (SB400), una staffetta a tappe non ufficiale di 400 miglia che segue il tracciato dell’Empire State Trail—il percorso multiuso più lungo degli Stati Uniti. Si snoda lungo tutto lo Stato di New York, fino alla punta sud di Manhattan. Nessun permesso, nessuna federazione a regolare l’evento: chi partecipa firma una liberatoria e sa che lo fa a proprio rischio e pericolo. È una delle competizioni di ultra-endurance più underground e di nicchia degli USA.

“Mi piace esplorare territori non battuti,” dice Chloe Towns, 26 anni. “Questo non mi spaventa.” È alla sua terza partecipazione alla SB400, questa volta anche come capitana del team Loose Footage, un gruppo di otto amici (compreso Georgescu), quasi tutti amatori della lunga distanza provenienti da Los Angeles.

La prima edizione della SB400 si è svolta nel 2023, ideata da Aingeru Zorita, fotografo di moda e mental coach con base a New York. L’idea gli è nata dopo un’esperienza “trascendentale” nel deserto del Sahara, dove ha corso sei maratone consecutive nella famigerata Marathon des Sables. Dopo aver resistito a una tempesta di sabbia e a due giorni in corsa nel nulla, ha concepito la SB400: una staffetta auto-gestita su 400 miglia, con 10 team invitati di 8 persone ciascuno, per una gara da completare in tre giorni.

“Credo ci sia bisogno di esperienze diverse nel mondo del running,” dice Zorita. “Le persone sono affamate di modi nuovi di correre, affamate di vulnerabilità.”

Normalmente tranquillo e pittoresco, l’Empire State Trail può diventare, durante la SB400, un viaggio che mette alla prova corpo e mente. Zorita l’ha definita una “gara insensata”, pensata per far crollare il concetto tradizionale di competizione e dare spazio a una logica di team e connessione collettiva. Un partecipante l’ha descritta come un “campeggio mentale”, in cui bisogna staccare dal mondo esterno e sintonizzarsi completamente sul momento presente.

Oltre che una prova fisica e mentale, la SB400 richiede una pianificazione logistica meticolosa: ogni team deve organizzare trasporti, cibo, acqua e kit di primo soccorso in autonomia. Gli organizzatori forniscono tende montate in due dei tre punti tappa, e una mappa, ma nessuna segnalazione sul percorso: perdersi è un rischio reale, e rientrare in rotta è responsabilità dei runner.

Durante il tragitto, non è raro imbattersi in camion in senso contrario o cani randagi. Ma ci sono anche panorami mozzafiato: il percorso attraversa numerosi borghi e si apre sulla Hudson Valley, con le sue colline ondulate e i campi verdi che costeggiano il fiume Hudson, lungo 500 km. I membri dei team si alternano, correndo con in mano un GPS, affrontando asfalto e sterrato, accumulando circa 135 miglia al giorno. A fine gara, ogni atleta avrà corso una cinquantina di miglia.

Fin dalla sua nascita, il carattere anticonvenzionale della SB400 ha attratto un certo tipo di runner, che Chloe Towns descrive come “persone che amano lo spirito dell’avventura.” È una corsa che esplora i limiti umani, aggiunge: “una ricerca di quanto possiamo davvero spingerci oltre.”

E il team Loose Footage è qui per dimostrare che può andare lontano—e farlo anche in fretta.

STAGE ONE: GRIT AND SPEED 

Rosa Kwak, 29 anni, è senza fiato ma raggiante mentre si accomoda nel Chrysler Pacifica del team Loose Footage, momentaneamente invaso da gel energetici al gusto yuzu, un sacchetto formato famiglia di Sour Patch Kids e patatine. Ha appena corso un miglio in 6 minuti e 9 secondi, un ritmo che normalmente gestisce con facilità. Ma adesso il suo battito è troppo alto e il telefono la avvisa.

“Sembra un allenamento in pista”, dice mentre si stringe i lacci. Le restano solo pochi minuti prima di tornare di nuovo sul percorso.

Appena 24 ore prima, Kwak e i suoi compagni erano saliti su un volo notturno dalla West Coast a New York. Da lì, subito sei ore di auto fino al punto di partenza della SB400. Nonostante il jet lag che pesa su tutti, si sono rassicurati a vicenda: preparandosi ad affrontare l’ignoto.

Ora sono passati poco più di 60 minuti dall’inizio della prima tappa, una tratta punto-a-punto cominciata alle 5 del mattino in un angolo rurale a 400 metri dal confine canadese e destinata a concludersi al Granite Hill Lodge di Fort Ann, New York, dove i team monteranno il campo per la notte.

Loose Footage è equipaggiato con le Merrell Pro Morph, una scarpa leggera adatta sia all’asfalto che allo sterrato, in uscita quest’estate. Merrell, noto per gli scarponi da trekking, ha innovato anche nel running, e la SB400 è l’occasione perfetta per mettere alla prova le Pro Morph su terreni misti e su lunghe distanze.

Come tutti, l’obiettivo è completare la tappa entro il limite massimo di 18 ore. Ma non ci sono punti fissi di cambio: ogni team decide quando e dove alternarsi, chi corre quanto, e come suddividere i 135 km di giornata. Ogni gruppo può avere fino a tre membri di supporto per seguire il runner e garantire i cambi.

È un continuo stop-and-go: alcuni team corrono appena 400 metri per volta, altri anche più di un miglio.

“È tutta una questione di strategia”, afferma Alejandra Santiago, 32 anni, maratoneta sotto le tre ore, in rappresentanza di Loose Footage. “Devi saper giocare le tue carte.”

Poco dopo, i team si disperdono e Loose Footage perde contatto visivo con gli altri. Non sapere dove siano gli avversari rende la gara ancora più intensa—una sorta di scacchiera cieca. Chloe Towns, madida di sudore, rientra in auto e richiama l’attenzione del team: è il momento di concentrarsi. “Correre forte. Mangiare. Correre forte”, dice con decisione.

Dopo aver totalizzato 43 miglia, entra in azione l’altra metà della squadra, che aveva riposato in un camper soprannominato The Whale. Funziona come base logistica e zona ristoro: riso al gelsomino, frutta secca, avocado, carne secca, Coca-Cola.

“Corro bene”, dice Georgescu a proposito delle sue scarpe. “Funzionano. E alla grande.”

Kwak aggiunge che le scarpe la stanno aiutando in quella che definisce una sessione di velocità lunga un giorno intero, mantenendo il ritmo di soglia costante. “Fisicamente non è durissima, ma richiede molta più concentrazione mentale rispetto a una normale gara su strada.”

“Questa è una gara tattica”, aggiunge Georgescu. “Se spingi troppo oggi, lo paghi domani.”

Forse non più sospinti dall’adrenalina, i ritmi si abbassano: alcuni runner segnano miglia da 5:40. Decidono allora di dimezzare le distanze tra i cambi, a 800 metri. Alle 16:13, dopo 13 ore e 46 minuti, completano la prima tappa. Nonostante un ritmo medio di 6:09 al miglio, chiudono settimi, a oltre un’ora dai leader di Honest Work.

“Non ho superato i miei limiti”, dice Georgescu. “Ma ci sono andato vicino.”

STAGE TWO: SUFFERING AND STAMINA

Non è ancora mezzogiorno quando Towns beve una lattina di Red Bull. “Meglio che mi dia la carica!”, scherza, infilandosi gli occhiali da sole e preparandosi a correre quasi un miglio.

La giornata è iniziata con l’aria frizzante al campo di Fort Ann, dove ogni tenda ospitava due o tre persone. A colazione: cinnamon roll, focacce, porridge notturno e il supplemento di verdure AG1, sponsor ufficiale della gara. 

A differenza del giorno prima, dove si alternavano anche dopo 400 metri, oggi il percorso obbliga a strategia diversa: molte zone sono inaccessibili alle auto, come canali, boschi e sentieri stretti. L’endurance è fondamentale. Il team Loose Footage, composto da cinque donne, incarica i tre uomini di coprire i segmenti più lunghi.

Dan McMahon, uno dei più veloci, apre con una frazione da 2,3 miglia. Va liscio: ritmo 5:40. Poi tocca a Towns, che vola a 6:26 di media. Il tracciato alterna asfalto e ghiaia, che gestiscono con intelligenza. Raggiungono e superano alcuni team rivali, risparmiando energie per la giornata finale.

“Sto imparando molto su come dosarmi”, dice Josh Pritz, debuttante alla sua prima ultra di squadra. “Ieri ho sprecato troppo all’inizio”, racconta. Ha le cosce a pezzi dopo le discese su asfalto. Pritz, sei maratone alle spalle, ammette che non sapeva bene in cosa si stava cacciando. “La seconda tappa è come un meeting in pista… immerso nella natura.”

«È una gara folle», aggiunge. Alterna sprint brevi a tratte di due miglia. Towns lo avvisa: “Attento ai cani randagi”, mentre scende dall’auto per il cambio.

Nel pomeriggio il cielo si rannuvola, il vento si alza. Le salite aumentano la fatica già pesante. Ma la strategia funziona: alle 16:36, Loose Footage arriva al campo di Kingston, New York, risalendo al quinto posto. Ognuno ha corso circa 30 miglia. Totale finora: 27 ore e 23 minuti. Ma la sfida più difficile è ancora da affrontare: l’ultimo tratto verso New York City.

STAGE THREE: CONTROLLED CHAOS 

In un parcheggio vuoto del Bronx, sei bici elettriche attendono. Mancano 15 miglia al traguardo. Ma arrivare fin lì è stato un inferno: cambi mancati, scelte sbagliate, energie sprecate.

Towns lo aveva previsto: questa tappa sarebbe stata la più complessa dal punto di vista logistico. Le sue gambe tremano mentre è seduta in auto: stanchezza accumulata. Tutti sono dolenti. Ma nessuno molla.

“Cerco di non farmi travolgere dalle emozioni”, dice Santiago. Le caviglie le bruciano: pensa di aver toccato dell’edera velenosa in mezzo alla vegetazione. Vuole grattarsi, ma resiste. Serve pazienza.

“Siamo tutti stanchi”, analizza Towns. “Ma adoro il flusso che abbiamo creato.”

Pritz, maniaco dei dettagli, riflette: la gara gli sta insegnando pazienza e empatia, per sé e per gli altri. La sinergia, dice Georgescu, è “l’ingrediente segreto”.

Nel Bronx, metà del team aspetta sotto il sole. L’idea è concludere insieme, alternando bici e corsa lungo la West Side Highway, accanto al fiume Hudson. Ogni 800 metri, un runner prende il GPS e uno lascia la bici.

Non ci sono più campi o paesaggi: ora ci sono clacson, motori, pedoni. Un semaforo e una svolta sbagliata rallentano il gruppo. Gli occhi sono stanchi. Il silenzio è palpabile. Poi, quando raggiungono la pista pedonale, ritrovano l’armonia, come se avessero provato quel momento.

Il cielo si tinge d’oro. Il team scivola via tra Harlem, l’Upper West Side, Hell’s Kitchen, Chelsea e Greenwich Village. Più si avvicinano a Battery Park, più aumentano gli applausi dei team già arrivati. McMahon scuote vigorosamente una bottiglia di prosecco. Quando Loose Footage taglia il traguardo, sono terzi assoluti. Il tappo vola, il vino frizzante bagna la folla. C’è tanto da celebrare.

Credits

Words by  Sarah Gearhart

Photos by Balazs Gardi

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