Marco Tribelhorn porta le Dolomiti e la favola contemporanea dei fratelli Weger all’ONA Short Film Festival
Questo articolo è parte della collana editoriale introduttiva all’ONA Short Film Festival. Il 5, 6 e 7 settembre, l’Isola veneziana di San Servolo mostrerà storie di sports outdoor, natura e consapevolezza ambientale, e noi saremo ancora Media Partner di questo meraviglioso evento dedicato alla settima arte.
“Il Layering Anger Disease, conosciuto colloquialmente come la Sindrome della Faccia Rossa è un disturbo mentale causato da molteplici fastidi”, narrano le antiche e ironiche voci delle Dolomiti. Nel caso di Marco Tribelhorn e del cortometraggio ‘The Red Face Zone’ è uno strumento narrativo che conduce i fratelli Weger, kayaker riconosciuti a livello internazionale e atleti a tutto tondo, a scoprire il valore purificatore del freeski e della sua magica adrenalina.
Avevamo conosciuto questo regista-musicista-sciatore in una recente edizione dell’ONA Short Film Festival, quando aveva condiviso con il pubblico veneziano il film ‘Next Stop Sneg’. Quest’anno, la creatività del poliedrico svizzero torna in laguna con una produzione che mette in rima surrealismo, fratellanza e metafore montuose.
Scopriamo le prospettive di Marco Tribelhorn e introduciamo il suo ‘The Red Face Zone’ a pochi giorni dall’inizio dell’ONA.
‘The Red Face Zone’, puoi raccontarci la genesi e i significati di questo cortometraggio?
“Abbiamo girato il film nelle Dolomiti, e da quelle parti dicono che devi avere la ‘faccia rossa’ ed essere in qualche modo arrabbiato per sciare in luoghi estremamente stretti e ripidi. Dopo aver visto alcuni miei film, Matthias e Jakob mi hanno contattato e suggerito questo tema, così ho deciso di cogliere l’opportunità. Loro non sono attori, sono kayaker di alto livello e, come mostra il film, freeskier. Ho voluto creare degli spazi dove fosse facile recitare per atleti come loro. Il messaggio principale del film è sicuramente metaforico e mostra l’effetto curativo dello sci, la sua capacità di portare gioia e, allo stesso tempo, aiutare le persone. La pellicola inizia con il risveglio aggressivo di Matthias e Jakob. La loro rabbia, poi, aumenta sempre più fino a trovare la cura nello sci. Anche se è estremamente surreale, volevo attirare lo spettatore nella storia in modo serio e autentico. Volevo che lo spettatore ci potesse credere”



La tua produzione visuale si combina con una profonda conoscenza e un attento utilizzo musicale. Ci parleresti di questa connessione e del ruolo che gioca nella big picture del tuo lavoro cinematografico?
“Il main soundtrack proviene da un album concettuale prodotto da miei amici una decina di anni fa. Oggi la loro band non esiste più, ma tutti stanno ancora lavorando nell’universo musicale. Amo lavorare con la musica, riflettere su come un bit, un suono o una canzone possano creare la cosiddetta Stimmung, la vibes perfetta. Come per i miei ultimi film, non ho autoprodotto un soundtrack, ma ho usato determinati suoni dove volevo usarli, creando il mood e la struttura che ritenevo corretti per abbracciare ogni scena. Il mondo del freeski e degli sport estremi ci ha insegnato che per avere un easy win nel processo di editing basta usare canzoni punk-rock e azioni raw, ma penso che ci siano molti più strati nello storytelling e che si possa costruire molta più tensione al di là della performance. Il mio obiettivo è tradurre sempre dei sentimenti e portare lo spettatore dentro essi. Portarlo in un tipo di mondo, stanza o azione che può, effettivamente, sentire. A volte penso che mostrare solo la realtà equivalga a non vederla completamente. Ecco perché preferisco tagliare una scena che è super estrema ed attira l’occhio, ma non comunica l’emozione giusta nel momento giusto”


Uno dei più grandi fil-rouge della tua vita è lo sci, che capitolo senti di aver raggiunto nel tuo lungo viaggio con questo sport?
“Ho raggiunto uno stato in cui posso apprezzare le mie decisioni e la vita a cui mi ha introdotto lo sci. Durante i miei primi tempi da sciatore, pensavo di dover raggiungere certi obiettivi, di dover uscire con le persone 'giuste', di dover comportarmi in un determinato modo per farmi accettare dalla comunità... Ma non sono mai riuscito a farlo, quindi ho iniziato a sciare solamente con persone che apprezzavo, e questa scelta mi ha portato dove sono oggi. In molti mi apprezzano per quello che sono e mi godo lo sci come 20 anni fa. Sono felice di aver sempre dovuto pagare per sciare, e non il contrario. Sono sempre riuscito a prendere le decisioni che sentivo essere più corrette per me, a raggiungere i miei obiettivi e a settare un mio ritmo. Sono grato allo sci per avermi dato quest'opportunità, e per darmela ancora oggi. Penso sia un grande traguardo personale, e sono molto felice di nutrire ancora questo profondo amore per lo sci”
Come abbiamo già detto non sarà una prima volta per te all’ONA Short Film Festival, che emozioni avrai tornando sull’Isola di San Servolo?
“Anche se ho già partecipato all’ONA, per me questa esperienza continua ad essere surreale. Mi sento onorato e visto come un artista. Spesso penso di creare qualcosa che sia impattante e che possa rimanere nel tempo. Credo sia una tendenza umana. E questo Festival mi fa sentire un ragazzo rispettato che crea cose rispettate. Aumenta la mia self-confidence nella battaglia costante della vita e mi dà sempre la sensazione che un giorno qualcuno arriverà e mi chiederà di lavorare per lui, perché ritiene i miei lavori speciali. Oggi non produco documentari a tempo pieno, ma eventi come l’ONA mi fanno sempre sperare nel futuro”
Visitate il sito onafilmfestival.com per ottenere maggiori informazioni e partecipare a questo suggestivo evento.







