In occasione dell’inaugurazione della Red Bull Sailing Academy, abbiamo incontrato una delle più brillanti menti dietro il virtuoso progetto Red Bull Italy SailGP Team, nonché una consapevole e profonda leggenda velica: Jimmy Spithill
Attendi Jimmy Spithill e senti il peso degli infiniti successi da lui ottenuti su imbarcazioni di ogni tipo, match-race dopo match-race. Annoti, tra le altre, le 2 indimenticabili America’s Cup vinte da protagonista assoluto: da machiavellico analizzatore, e interprete, di onde e correnti. Poi, ti ritrovi a dialogare con un magnifico rettore australiano della vela, un mentore contemporaneo, e comprendi che l’essenza di quest’esploratore incrociato ad uno stratega, di quest’ingegnere associato ad un atleta, risiede nel suo rapporto con la vela stessa. Primordiale. Naturale. Ossessivo, nel senso più pacato del termine. Consapevole. Visionario.
Ascoltare, poi, la sua biografia, pare viaggiare in un’esistenza che poco altro chiede al di fuori di mari e oceani, della vibrazione atavica della velocità. Un tempo vissuta unicamente in prima persona. Oggi, pensata e lasciata vivere, nella sua forma più avanzata, a chi gli sta facendo seguito, o lo seguirà un giorno non troppo lontano. Nella testimonianza di Spithill non emerge solo il mix di profondità intellettuale ed emotiva essenziale per qualsiasi skipper/timoniere volesse raggiungere il suo intoccabile status. Come vuole ogni grande artista della vela, le parole di Spithill si aprono all’esterno: al futuro e al collettivo, alle nuove generazioni di uno sport che tanto, anche inaspettatamente, gli ha dato. E a cui, ora, Spithill vuole restituire.
CEO e Founder del Red Bull Italy SailGP Team, Spithill inaugurerà questo weekend la Red Bull Sailing Academy di Marina di Monfalcone: una facility avanguardistica, dedicata alla vela che verrà, a quei giovani che, contrariamente da quanto provato sulla propria pelle dal 46enne nativo di Sidney, potranno finalmente avere una strada chiara, e diretta, verso il professionismo velico, grazie ad una ‘cantera’ acquatica senza paragoni al mondo. Uno spazio unico, che per Spithill combacia con il concetto di eredità: personale, velica e culturale.


Ci piace iniziare esplorando le origini della passione di ogni atleta, proprio come facciamo con ogni creativo. Nel tuo caso, quali sono i primi ricordi, le prime emozioni… Quelle prime sensazioni che ti hanno legato, in modo irreversibile, al mondo velico?
“Credo che una parte fondamentale del percorso di ogni atleta sia determinata dall’ambiente in cui cresce: nel mio caso, quell’ambiente era decisamente fuori dal comune. Quando ero piccolo, i miei genitori decisero di trasferirsi dai sobborghi di Sydney, in un’area remota all’interno di un parco nazionale: praticamente un’isola. L’unico modo per raggiungerla era via mare. Avevo solo 3 anni, e da quel momento in poi, le barche non sono state un passatempo, ma una necessità. Per andare a scuola, per fare la spesa, per qualsiasi cosa… Dovevamo spostarci via acqua. Quindi, fin da piccolo, il mare non è stato solo parte della mia vita: è stato la mia vita.
Ricordo bene quando, intorno ai 5 anni, ricevetti il mio primo windsurf. Fu una vera svolta. Non lo rivivo solo come un ricordo vivido, ma come il primo momento in cui ho provato un vero senso di libertà in acqua. Avevo già una piccola barca a remi con cui uscivo da solo, ma il windsurf mi regalò una sensazione completamente nuova: sentivo la forza della natura, del vento, e potevo usarla per muovermi, per andare veloce. Quell’esperienza è ancora impressa in me, nel profondo. Fu il primo vero assaggio dell’energia degli elementi. Lì, si accese qualcosa. Poco dopo, arrivò anche la prima barca a vela…”
E quella scintilla resiste ancora, dentro di te? Quella sensazione poetica, quasi infantile, di connessione con le onde e le correnti?
“Assolutamente sì. Quella sensazione non è mai svanita: se possibile, è cresciuta. Sono sempre stato affascinato dalla tecnologia e da ciò che porta allo sport, ma allo stesso tempo non c’è nulla di più esaltante di ricevere un messaggio su un gruppo WhatsApp, da un mio amico, quando il meteo prevede vento forte o onde grosse. “Dove andiamo?” e subito iniziamo a preparare foil e windsurf… O qualsiasi cosa sia adatta per quel giorno. L’attesa della sera prima, sapendo che ti sveglierai presto per entrare in acqua, è qualcosa che crea dipendenza. Quell’eccitazione ‘quasi’ infantile non svanisce mai davvero.”
Negli ultimi tempi ho avuto modo di intervistare velisti straordinari come Ambrogio Beccaria e Francesca Clapcich, e ho capito che ogni interprete velico sviluppa un legame unico e profondamente personale con il mare, con il linguaggio della natura e con la barca stessa. Come si manifestano questi legami nel tuo caso?
“Come dicevo, nel mio caso il rapporto con il mare è nato in modo totalmente pratico. Non era una scelta: era il nostro stile di vita. Se dovevamo mangiare, andare a scuola o fare qualunque altra cosa, bisognava prendere la barca. Con qualsiasi condizione. Alcuni giorni erano splendidi e tranquilli, altri erano durissimi: mare grosso, temporali… Ma non c’erano alternative. Da bambino, l’acqua rappresentava sia la vita stessa, che la libertà. Vivevamo in mezzo alla boscaglia, senza strade né biciclette. Se volevi uscire, l’unica via era quella: il mare. E questo trasformava l’acqua non solo in una necessità, ma in una porta verso il mondo.
Con il tempo, quell’esposizione quotidiana si è trasformata in qualcosa di più profondo. Che stessi navigando, su una piccola barca, o prendendo il traghetto per andare a scuola, passavo semplicemente ore a osservare il mare. L’acqua era sempre diversa. Il cielo, la luce, i disegni del vento e delle onde… Nulla si ripeteva. Imparavo costantemente, solo guardando. Quel senso di cambiamento continuo, quel ritmo sottile, ha plasmato ogni cosa in me. Alla fine, il mare non si limitava a circondarmi: mi stava formando.”


E per quanto riguarda il lato agonistico della vela — la sua dimensione sportiva?
“All’inizio era tutto molto semplice. Dopo scuola, uscivo con mia sorella per fare windsurf. Era la nostra routine quotidiana. Un giorno, qualcosa cambiò. Uno dei nostri vicini stava buttando via un vecchio dinghy, durante uno dei giorni previsti per la raccolta dei rifiuti sull’isola. Così, recuperai la barca con mio padre e mia sorella, e la sistemammo insieme. Iniziammo ad uscire con la barca a vela ogni volta che rientravamo da scuola. Dopo un altro po’ di tempo, mio padre ci confidò che quelle barche venivano usate anche per regatare sul continente, in un circolo velico locale.
Decidemmo di provarci. Navigammo per un lungo tratto di mare solo per raggiungere il club. Fu un’impresa, ma ce la facemmo. E la cosa incredibile è che... Vincemmo la nostra prima regata. Quella vittoria ci accese qualcosa di ancora diverso dentro. Quello che era un passatempo, un’attività pomeridiana, divenne improvvisamente qualcosa di più: competizione. Ci piacque da morire. È stato in quel momento che il concetto di regata è entrato nella mia vita.”
Quella prima regata è stata una porta d’accesso ai massimi livelli: agli eventi più prestigiosi, alle squadre più importanti. Com’è stato per te crescere all’interno del sistema apicale velico e conquistare i tuoi spazi tra l’élite globale della vela?
“Ripensandoci, credo che una componente sia stata la fortuna. Allo stesso tempo, però, la fortuna te la costruisci. Uno dei miei più grandi vantaggi è stato semplicemente il tempo trascorso sull’acqua. Che stessi veleggiando, facendo windsurf o semplicemente andando a scuola in barca, ero costantemente immerso in quell’ambiente: molto più della maggior parte dei miei coetanei. Quell’esposizione continua ha creato una sorta di ‘allenamento inconscio’, una familiarità naturale.
Un’altra influenza decisiva è stata una persona che viveva nelle vicinanze: un membro del leggendario team Australia II, che vinse l’America’s Cup nel 1983. Ero ancora molto giovane, ma per me fu una sorta di mentore. Mi raccontava storie di quella vittoria, e di cosa avesse significato non solo per il sistema sportivo australiano, ma per l’intero Paese. Fu un momento storico: un vero e proprio successo-simbolo per la nazione. Sentire quei racconti piantò un seme dentro di me: magari, un giorno, potrei riuscirci anch’io. Da lì, è diventato un sogno: non sempre chiaro, ma sempre presente. Ho iniziato a chiedermi: e se un giorno potessi gareggiare a quel livello? E se potessi arrivare al vertice? Passo dopo passo, quel sogno è cresciuto con me.”


Hai accennato all’importanza di avere un role model: un elemento dal grande peso e valore culturale. Parlando proprio di cultura, che ruolo ha l’immaginario culturale velico nel tuo rapporto con questo sport? Le sue storie, le leggende, il suo posto nella storia umana… Tutto questo ha influito sul tuo legame con questa nobile disciplina?
“Assolutamente sì, ne ha plasmato profondamente il significato. La cultura è una parte fondamentale del mio rapporto con la vela. Da ragazzo, a casa, non riuscivo nemmeno a ricevere il segnale televisivo. Quindi, passavo tantissime ore a leggere. E gran parte di ciò che leggevo erano libri di mare: storie di esploratori, di lunghi viaggi, di regate epiche e di sfide di sopravvivenza al limite delle possibilità umane. La vela è ciò che ha permesso all’essere umano di scoprire nuove terre. È grazie alla navigazione che interi continenti, compresa l’Australia, sono diventati noti al resto del mondo. Questo conferisce alla disciplina un peso storico enorme. Non è solo uno sport: è parte della nostra evoluzione collettiva.
Per me, poi, la vela ha sempre rappresentato anche indipendenza. Mi permetteva di uscire da solo, di esplorare. E c’è qualcosa di profondamente ancestrale nell’acqua: quasi di sacro. Credo che esistano alcune esperienze naturali che parlano a tutti, a prescindere da chi siamo. Una è stare seduti davanti a un fuoco di notte. Non serve dire nulla, puoi semplicemente guardare le fiamme. Ti catturano. Il mare è simile. Puoi sederti su una spiaggia o su una scogliera e restare a osservare l’oceano. Ti attira. Ti senti parte di qualcosa.
Infine, c’è l’esperienza diretta: navigare, fare surf, pagaiare… usare il vento, le onde, il tuo equilibrio. Amo anche i motoscafi, certo, ma non c’è niente che eguagli la sensazione di lavorare insieme alla natura, invece che contro di essa. La cosa più potente del mare, secondo me, è che ti insegna sempre qualcosa. Come l’alpinismo, a volte ti mette in difficoltà, altre ti spaventa. Ma ogni volta ti lascia qualcosa: una lezione, una verità che porti con te anche fuori dall’acqua.”
La vela è una disciplina che vive in equilibrio costante tra tradizione e innovazione: uno sport sospeso tra passato e futuro. Tu hai avuto l’onore di competere, e vincere, in alcune delle regate più iconiche del mondo, ma anche di essere al timone delle barche più tecnologicamente avanzate mai costruite. Come vivi il dualismo tra la dimensione romantica e quella futuristica del tuo sport?
“Per me si tratta, ancora una volta, di trovare un equilibrio. Se ti concentri solo sul lato high-tech, sui grandi budget, sulle campagne d’élite… Rischi di pensare in modo troppo ristretto. Finisci per essere intrappolato in un sistema che, alla lunga, limita la tua visione. D’altro canto, se ti dedichi soltanto alla vela solitaria o alle uscite ‘di piacere’, rischi di perdere tutta la complessità strategica, la forza del lavoro di squadra e l’innovazione che le campagne ad alto livello possono regalarti.
Lungo la carriera ho capito che i due aspetti si completano a vicenda, e ti rendono migliore in entrambi i mondi. Alcune delle migliori idee che ho partorito durante una campagna mi sono venute durante una pausa solitaria con il foilboard. Questi momenti mi servivano per ristabilire un contatto più diretto con l’acqua. La risposta, per me, non è scegliere tra passato o futuro. È riconoscere che si nutrono a vicenda. Romanticismo e tecnologia, intuizione e analisi: tutto conta.”
Parliamo del tuo rapporto con Red Bull. Cosa ti ha spinto a diventare CEO e fondatore del Red Bull Italy SailGP Team? E come s’inserisce, nel futuro della vela, la nuova Academy che state lanciando a Marina di Monfalcone?
“La mia collaborazione con Red Bull è iniziata durante una delle passate campagne di America’s Cup. Nel corso degli anni ho lavorato con molti sponsor, ma Red Bull si è distinta fin da subito. La loro prima domanda non fu: “Dove mettiamo il logo?” o “Che visibilità possiamo ottenere?”, ma piuttosto: “Come possiamo aiutarti a diventare un atleta migliore?” Quello spirito mi ha colpito profondamente. C’era, poi, un altro tema che mi stava particolarmente a cuore: spesso i giovani velisti, ragazzi e ragazze, mi chiedevano: “Come posso fare quello che fai tu? Qual è il percorso per arrivare a questi livelli?” In verità non avevo una buona risposta. Non esisteva un percorso chiaro, strutturato, che permettesse ai giovani di accedere al mondo della vela professionistica ad alto livello.
Così, insieme a Red Bull, abbiamo creato qualcosa di totalmente nuovo: la Red Bull Youth America’s Cup. È ironico, perché la Coppa America è il trofeo sportivo internazionale più antico al mondo, con quasi 180 anni di storia. Eppure, fino a quel momento, non esisteva alcun programma di sviluppo giovanile legato ad essa. È stato un traguardo importante, non solo per noi, ma per tutto il movimento velico. Quella collaborazione ha posto le basi per ciò che è venuto dopo. Quando si è presentata l’opportunità di acquisire una quota di controllo del team italiano di SailGP, sapevo che Red Bull doveva esserne parte. Le nostre visioni erano perfettamente allineate: prestazione, innovazione e, soprattutto, la volontà di costruire una piattaforma virtuosa per le nuove generazioni.
La struttura SailGP rappresenta un contesto ideale. Uno dei grandi limiti dell’America’s Cup è la sua imprevedibilità: dopo otto campagne consecutive, in oltre 25 anni di attività, posso dire che è frustrante non sapere mai dove, quando o perfino come si disputerà il prossimo evento. Le regole cambiano, chi vince scrive il format, e non esiste un calendario regolare. SailGP invece offre una stagione vera e propria: 14 eventi. È accessibile al pubblico, interessante per i media, equa per i team e, soprattutto, sostenibile. È un sistema che ha senso: sia a livello sportivo, che commerciale. Ed è qui che entra in gioco l’Academy di Marina di Monfalcone. Non sarà solo un centro di allenamento: sarà una base per costruire un’eredità. È il nostro impegno per offrire alle nuove generazioni di giovani italiani, ma anche di talenti internazionali, una vera possibilità per intraprendere una carriera nella vela: una carriera strutturata, stabile, trasparente, che non dipenda da decisioni opache o da regole in continuo mutamento.
Questo è fondamentale. Perché gli atleti di oggi, soprattutto i più giovani, hanno molte opzioni. Possono scegliere il calcio, la pallacanestro, gli sport motoristici… La domanda che mi pongo è: perché dovrebbero scegliere la vela? Mi rispondo che la vela unisce tutto. È fisica e mentale. È natura e tecnologia. È rischio e calcolo, lavoro di squadra e intuizione individuale.
Le barche di oggi sono veloci, potenti, spettacolari da vedere. Il nostro sport sta diventando sempre più accessibile a un pubblico globale. Sotto molti aspetti, ormai è paragonabile al motorsport: per velocità, per rischio, per impatto visivo... Poter sviluppare questo progetto, in questo momento storico, con Red Bull come title partner, è davvero un sogno. Più ancora che un sogno: è il frutto di una relazione decennale fondata su rispetto reciproco, obiettivi condivisi, e la volontà di spingersi oltre i limiti. Non solo i nostri limiti, ma anche quelli di chi verrà dopo di noi.”



Italia e vela. Friuli Venezia Giulia e vela. Noi di Athleta crediamo che lo sport sia arte e cultura. Dietro la scelta di portare questo progetto in una regione così storica, si cela anche una componente culturale?
“Certo. A volte succede che i pianeti si allineino: è come se le stelle ti dicessero che sta per nascere qualcosa di grande. Ancora prima che acquisissimo ufficialmente la proprietà del Red Bull Italy SailGP Team, il nostro team manager aveva già individuato un sito straordinario: un porto turistico commerciale con infrastrutture fantastiche e terreni perfetti per essere trasformati in un vero centro d’eccellenza. L’equivalente velico della Masia del Barcellona, per intenderci.
Un impianto come questo, in Italia, non si era mai visto. Un ruolo decisivo l’ha giocato Hans-Peter Steinacher: un amico fraterno, due volte oro olimpico con l’Austria, e da anni atleta Red Bull. È lui che ha guidato il progetto. Dopo la conferma ufficiale della partnership con Red Bull e la costituzione del team, mi ha invitato a visitare il sito. Abbiamo camminato insieme per tutta l’area, e devo dire che sono rimasto senza parole. Evidenziava un potenziale enorme. Oggi abbiamo una struttura dove possiamo lanciare un programma completo di sviluppo: accogliere giovani atleti, prepararli per campagne olimpiche, avviarli al mondo del foiling, integrare salute e benessere, utilizzare simulatori di ultima generazione.
Ma più degli strumenti, conta la visione: questi ragazzi si alleneranno fianco a fianco con gli atleti del team SailGP. Vedranno chiaramente il percorso davanti a sé. Potranno dire: “Voglio entrare in quella squadra”, proprio come un bambino sogna di giocare un giorno nella Juventus o nel Manchester United. È un vero vivaio di performance: un sistema pensato non solo per rafforzare il Red Bull Italian SailGP Team, ma per nutrire il futuro della vela stessa. Sono convinto che tutto questo sia solo l’inizio.”
Questo pensiero rima con il concetto di legacy. Che effetto fa sapere di essere nel pieno del processo di costruzione della tua eredità sportiva e, soprattutto, cosa significa per te contribuire a plasmare il futuro di uno sport che ha segnato così indelebilmente la tua vita?
“È, sinceramente, una delle parti più gratificanti della mia carriera. Ripensandoci, ho sempre ammirato gli atleti che non si sono limitati a vincere, ma che sono riusciti ad avere un impatto duraturo anche fuori dal campo: che fosse gestendo un team, guidando un’impresa o aiutando le nuove generazioni a muovere i primi passi. All’inizio della mia carriera, a dire il vero, non pensavo affatto a questo. Tutto ruotava attorno a una sola cosa: vincere. Competizione pura.
Negli anni, però, il modo in cui guardi alle cose cambia. Cominci a renderti conto di quanto tu sia fortunato ad avere la possibilità di creare opportunità per gli altri. Io ho avuto questa fortuna grazie a figure come Larry Ellison e Russell Coutts: due mentori che hanno inciso profondamente sul mio percorso, e che oggi rappresentano esempi concreti di come si possa passare dalla competizione alla leadership, continuando comunque a servire lo sport.
Mi capita di vedere questi giovani velisti che attraversano le porte dell’Academy, e sono anni luce avanti rispetto a dove ero io alla loro età. Sono già consapevoli e preparati circa il benessere, la preparazione fisica, l’uso dei simulatori, i media… Perfino la strategia social. Sono brillanti, determinati, preparati in modo incredibile. La loro energia è contagiosa. Mi ispira. Mi ricorda ogni giorno perché sto facendo tutto questo. Non si tratta più di trofei. Si tratta di costruire qualcosa che duri nel tempo.”
Se potessi condividere un consiglio con questi giovani atleti, qualcosa che avresti voluto sentirti dire alla loro età, quale sarebbe?
“Bella domanda. Direi questo: non esistono scorciatoie. Lo sport professionistico è duro. Ed è proprio per questo che è così gratificante. Le vittorie che contano davvero sono quelle più difficili da ottenere. Fallirai. Avrai battute d’arresto. Ma se continui, se non smetti mai di imparare, se affronti ogni sconfitta come una lezione, allora crescerai. Diventerai più forte.
Devi anche lavorare duro. Nessuna qualità o talento sostituisce l’etica del lavoro. Ma c’è un’altra cosa, altrettanto importante: devi anche divertirti. A un certo punto, soprattutto in ambienti ad alta pressione, ci si dimentica la componente gioiosa, di puro divertimento. Ogni tanto mi fermo, ricordando a me stesso, e alla mia squadra, una cosa semplice: “Stiamo correndo su catamarani volanti di 15 metri, in fibra di carbonio, contro i migliori del mondo. È pazzesco. Non importa cosa accadrà oggi: è comunque una giornata fantastica.”
Perché la verità è questa: non sarai qui per sempre. La tua carriera è breve. Non darla per scontata. Sfrutta ogni singolo giorno in acqua. Dai tutto, ma non dimenticare mai di godertela. E se non ti stai divertendo, probabilmente sei nel posto sbagliato. La vela mi ha dato più di quanto avrei mai potuto immaginare. Ora, tutto ciò che voglio è assicurarmi che la prossima generazione abbia la stessa possibilità. O una possibilità ancora migliore.”







