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Durante il capitolo milanese della serie di eventi ‘CARHARTT WIP SKATE JAM - A Transient Skateboarding Experience’, abbiamo avuto l’opportunità di dialogare di poetica dello skate, e delle ramificazioni stilistiche ad essa connesse, con alcuni noti skater internazionali

Un’esperienza transitoria è composta da differenti strati esperienziali, e da ancora più differenti riflessioni. In un’esperienza skate transitoria proposta da Carhartt WIP, poi, all’interno di Spazio Maiocchi, cuore pulsante dell’apparato creativo milanese, non possono che confluire significati, e testimonianze, di prezioso valore. Come quelle di alcuni skater divenuti simbolo di un brand iconico, e ambasciatori del suo effetto multidimensionale sulla scena stessa. 

Parte di una più vasta serie di eventi a vocazione internazionale, ‘CARHARTT WIP SKATE JAM - A Transient Skateboarding Experience’ ci ha permesso di entrare in contatto con alcuni di questi tanto nuovi, quanto storici e attestati volti. Marine Bourdais, Joscha Aicher, Maité Steenhoudt e Tolya Titaev ci hanno parlato dei rispettivi approcci, onirici e pragmatici, a quello che mai è stato solo uno sport. Le loro parole collegano trick a espressione personale, poetica dell’architettura urbana e stile, nella sua più consapevole e lirica forma. 

Carhartt WIP Experience at Spazio Maiocchi

In questi eventi Carhartt WIP dà la possibilità ad una serie di scene locali di connettersi al mondo internazionale dello skate, rappresentato da figure come te. Per te, come skater ed essere umano, cosa rappresenta un momento di questo genere? Cosa cerchi di vivere e portare via da questo tipo di esperienze collettive e transnazionali? 

Marine Bourdais: “È davvero bello. La cosa speciale è che ci viene sempre data la possibilità di entrare in contatto e scambiare qualcosa con la scena locale. I rider di Milano verranno, ci incontreremo e andremo a skateare insieme. Lo skate è movimento continuo: viaggi, incontri e persone da ogni parte del mondo. Ed è questo che amo. Per me, viaggiare ha significato tantissimo. Avere la possibilità di incontrare così tante persone, con background così diversi, mi ha aiutato moltissimo. Mi rendo conto di quanto questo abbia influenzato la persona che sono oggi. E non è solo una questione di skateboarding: è una questione di vita, di idee, di prospettive. Anche in Europa, dove i Paesi sono vicini tra loro, ti rendi conto di quanto tutto sia diverso solo parlando con chi ci vive davvero. È qualcosa che arricchisce profondamente. Ogni città ha un’architettura diversa, vibrazioni diverse. Io vivo a Parigi la maggior parte del tempo, ma adoro viaggiare. E ogni volta che torno a casa, mi sento come se avessi occhi nuovi: guardo le strade in un altro modo, con una prospettiva diversa.”

Joscha Aicher: “A essere onesti, è questo il vero senso dello skateboarding. È quello che facciamo da sempre, fin da ragazzini: viaggiare in altre città, conoscere la scena locale, skateare con nuove persone, uscire insieme, far festa. È esattamente la stessa cosa di allora, solo che oggi è tutto su un’altra scala. Prendiamo un aereo invece di un treno. Ma, alla fine, l’esperienza è rimasta la stessa: si tratta di connessione. L’essenza non è cambiata. Quello che è cambiato sono io. Ora sono più grande, più attento alla salute, all’energia, al tempo. Non arrivo in un posto solo per far festa e bere birre come magari succedeva prima. Vivo questi momenti in un modo più intenzionale. Ma lo spirito, il motivo per cui ci connettiamo… Quello è rimasto identico. Cambiano solo le persone che incontri e le cose a cui presti attenzione.”

Maité Steenhoudt: “È quasi assurdo, nel senso migliore del termine. Senza lo skateboarding, non credo che avrei visto nemmeno la metà dei posti in cui sono stata. Mi ha davvero aperto il mondo. Ora ho amici ovunque, e sento che potrei arrivare da sola in qualsiasi posto e stare comunque bene. Avere uno skateboard è come avere un passaporto: ti connette subito con le persone. Non serve nemmeno parlare la stessa lingua. E poi lo skate è anche un filtro naturale: attira persone creative, aperte, curiose. Penso che il mio modo di skateare sia cresciuto molto proprio grazie all’energia di chi mi circondava, gente arrivata da ogni angolo del mondo. Ed è anche bello vedere come lo skateboarding stesso stia diventando più inclusivo, più aperto a stili diversi. Prendi ad esempio alcuni skater giapponesi: qualche anno fa, forse, qualcuno avrebbe riso del loro approccio perché era “diverso”. Ora, invece, dici: è geniale. È bello. E questo ha aperto anche la mia mente, mi ha spinta a provare nuove cose. Non per copiare, ma per lasciarmi ispirare e esplorare nuovi modi di esprimermi attraverso lo skate.»

Tolya Titaev: “Questa domanda mi riporta direttamente alle origini, a quando ho iniziato a skateare. Avevo 11 anni. E a 13 ho visto per la prima volta skater internazionali: un team americano è venuto in Russia. Per me è stato come se fosse arrivato Ozzy Osbourne. Energia da rockstar pura. Tutti eravamo lì a guardare, completamente assorbiti, condividendo l’emozione. Questa è la forza dello skate: riesce a unire le persone in un modo reale, autentico. Magari c’è chi suona, chi fa arte, chi parla, chi osserva… E tutto scorre insieme. Si crea un’energia collettiva, un’intesa silenziosa tra persone che condividono la stessa passione. E poi viaggiare da skater è un vero privilegio. È facile entrare in connessione con chiunque, ovunque. Arrivi in una città nuova e sei subito parte di qualcosa. È raro trovare qualcosa del genere.”

Marine Bourdais

Nelle varie tappe si dà risalto anche al design funzionale e industriale, da sempre insito nell’identità Carhartt WIP, attraverso gli ostacoli che vediamo qui. Oggi, inoltre, siamo in un set che è sinonimo d’arte contemporanea: Spazio Maiocchi. Che ruolo gioca, nel tuo approccio allo skate e nella tua identità di skater, il contatto con il design, l’architettura e l’arte? 

Marine Bourdais: “Sarà scontato dirlo, ma lo skate ti fa davvero vedere la città in modo diverso. Noti l’architettura in un modo che la maggior parte delle persone non fa. Quando cammino per strada, guardo sempre panchine, muretti, scale: tutto diventa una possibilità. Chi non skatea spesso nemmeno le nota, certe cose. E sì, certo, si può dire che ‘usiamo’ l’architettura, ma in realtà le diamo anche vita. La animiamo. Siamo tra i pochi a interagire davvero con quelle strutture. Se fossi un architetto, penso che questa cosa mi emozionerebbe. Dirò di più: lo skate è uno sport, sì, ma nel movimento, nello stile, nel segno che lasci, nel modo in cui ti prepari… beh, lì dentro c’è arte.”

Joscha Aicher: “Per noi street skater, l’architettura è centrale. Lo skate è legato in modo profondo all’ambiente urbano, e tutto è plasmato dall’architettura. Ora vivo a Barcellona, che è praticamente un sogno per ogni skater. Ci sono tantissimi spot che sembrano progettati per lo skate, anche se ovviamente non lo sono. Rail, muretti, piazze… In altri paesi sarebbero skatepark, lì si tratta semplicemente spazio pubblico. Ogni skater, più o meno consapevolmente, è influenzato dall’architettura. Anche quando sono in vacanza con la mia ragazza, vedo una scalinata o un corrimano e comincio a pensare subito a cosa potrei farci. È come avere un radar mentale sempre attivo. Parte del nostro modo di vivere le città è proprio questo. E sì, è architettura.”

Maité Steenhout: “Per me lo skateboarding è architettura, arte e design. Sono queste le cose su cui skateiamo. Il paesaggio urbano è la nostra tela. Oggi alcuni architetti iniziano davvero a pensarci, ed è bellissimo. In Danimarca, ad esempio, ho visto muretti costruiti con bordi in metallo: non per impedirci di usarli, ma per renderli più resistenti e skateabili. È un design pensato. Senza architettura, non ci sarebbe skateboarding. Da quando esistono le costruzioni, gli esseri umani si sono sempre preoccupati della bellezza, e noi skater interagiamo con quel design a modo nostro. Lo reinterpretiamo. Fare un viaggio con degli skater è come una caccia al tesoro continua, a scala urbana. Vedi spot ovunque: rail, muretti, muri. Persino la texture della pietra diventa importante. Quando sono in giro con amici che non skateano, mi colpisce sempre quanto viviamo la città in modo diverso. Loro vedono una panchin o un marciapiede, io una possibilità. È un’ossessione condivisa. Non puoi trovare nuovi spot se non hai sempre gli occhi aperti.”

Tolya Titaev: “Per me, l’architettura è sinonimo di skate. Non è nemmeno una questione di influenza: è la base di tutto quello che facciamo. I migliori spot in ogni città sono quasi sempre piazze pubbliche: luoghi storici, vere e proprie gemme architettoniche. Che tu sia in Italia, in Brasile, ovunque… lo skate inizia sempre da lì, dal cuore della città. Chi skatea guarda la città in modo diverso. La maggior parte delle persone passa accanto a un corrimano senza farci caso. Io? Non lo vedrò mai più con gli stessi occhi. Per il resto della mia vita, lo vedrò come uno spot. Come un palco. Una sfida. E poi c’è la fotografia: catturare il trick insieme all’architettura, creare quell’istante perfetto. È anche questo che mi ha fatto innamorare dell’interior design, del mio modo di vivere lo spazio a casa. Mi interessa il divano che scelgo, la sedia, le texture. Lo skate mi ha dato questa sensibilità. Alcune persone entrano in un edificio e dicono: “Bel design.” Io entro e penso: potrei diventare parte di questo edificio. Potrei farci un trick. Potrei elevare il mio movimento. Per questo dico che l’architettura è essenziale. Non è solo lo sfondo: è parte della performance.”

Joscha Aicher

È implicito che, parlando di design, un altro tema naturale da trattare è quello dell’estetica Carhartt WIP, da sempre intrecciata a quella della skate culture. Nel tuo caso, che tipo di affinità hai con lo streetwear e lo stile in sé? È una componente importante nel tuo approccio allo skate? E come vivi il fatto di essere legato ad un brand iconico come Carhartt WIP? 

Marine Bourdais: “Credo che il mio stile sia cambiato molto da quando sono entrata in Carhartt WIP. Quello che mi piace davvero è che i loro capi possono essere super creativi, ma anche molto semplici quando serve. C’è un bell’equilibrio. E la cosa bella è che ora ho l’opportunità di sperimentare di più: ricevo capi da loro, posso provare cose che magari non avrei comprato da sola. Questo mi dà spazio per esplorare nuovi stili e capire cosa mi sta bene. È ancora un po’ surreale per me, ma è una bella sensazione. Quello che apprezzo di più è l’identità che hanno costruito, non solo nello skate, ma in generale. Mi ritrovo molto nella loro immagine e in quello che rappresentano.”

Joscha Aicher: “Onestamente, sono fiero di skateare per Carhartt WIP. Lo vedo come un brand super stiloso. Non mi definirei un fanatico della moda, ma dò importanza a come mi presento. Un tempo ero il classico skater hardcore: dreadlocks, pantaloni larghi… Poi sono cresciuto, ed è cresciuto anche il mio stile. Quello che adoro di Carhartt è quanto siano puliti e minimali i loro design. Sono eleganti senza sforzarsi troppo, e questo rispecchia molto la mia estetica. Sento che il brand rappresenta la persona che sono oggi, e questa sintonia conta.”

Maité Steendhout: “È un po’ come con le scarpe da basket: la gente ha iniziato a skatearci perché erano resistenti e costavano poco. Con Carhartt è la stessa cosa. I loro capi durano. E adesso che skateo per loro, ho la fortuna di ricevere i vestiti gratuitamente. Il modo in cui ti vesti è un’espressione di te stessə, proprio come lo skate. Che si tratti dell’outfit, del taglio di capelli, dei gioielli o del trucco… Stai comunicando qualcosa. Mia madre è parrucchiera, e il suo lavoro è far sentire bene le persone attraverso il loro aspetto. Questa cosa mi è rimasta dentro. Quando ti senti bene con te stessə, lo si vede anche nello skate. Non è superficialità: è fiducia.”

Tolya Titaev: “Sono con Carhartt WIP da tantissimo tempo. Per me non è solo un brand: è famiglia. Ho persino fatto una collaborazione con loro attraverso il mio marchio, Rassvet. Quindi c’è una storia lunga, una connessione vera. E poi Carhartt dà lo spazio per esprimerti. I vestiti sono come una tela. Non devono essere perfetti: puoi rovinarli, colorarli, strapparli, e continueranno comunque a sembrare Carhartt. È qualcosa di autentico, a prescindere da come li indossi. A volte è proprio il modo in cui mi vesto a darmi la motivazione per skateare. Quando sono stanco o svogliato, un nuovo outfit può darmi lo stimolo giusto. È un’esperienza completa: il trick, lo spot e il modo in cui lo fai. Mi capita di pensare: “Ok, questo è lo spot. Cosa ci sta bene visivamente?” Non si tratta di mettersi in mostra, ma di esprimersi. Alcuni skater non ci pensano affatto, e va benissimo così. Vogliono solo chiudere trick pesanti. Ma per me è più una questione di racconto: il trick, il luogo e lo stile insieme creano un’immagine, una sensazione. Magari non faccio i trick più tecnici o spettacolari, ma posso offrire qualcosa di diverso: un’estetica, un'emozione. Anche questo ha valore.”

Maité Steenhoudt

Il nome stesso di questo ciclo di eventi fa riferimento ad esperienze skate transitorie. Un termine che racconta e pone l’atto dello skating in una dimensione lirica. Per te lo skate è un qualcosa di pratico, un’espressione fisica personale, oppure c’è spazio per questa visione più onirica e poetica dello skate stesso? 

Marine Bourdais: “Sinceramente, lo amo e basta. Ho tantissima energia, nella vita sono sempre in movimento, faccio mille cose, penso a mille cose. Ma quando sono sullo skate, mi concentro. Mi concentro davvero. Me lo dicono anche gli altri: quando mi vedono skateare, sembra che sia completamente ‘dentro’ quello che sto facendo. Ed è vero. In quei dieci secondi non esiste più niente, solo quel muretto, quel rail, qualsiasi cosa sto affrontando. Ed è una sensazione incredibile. E poi, quando chiudi un trick, arriva il sollievo. È come un’esplosione, ti senti benissimo. È per questo che lo faccio: perché lo amo.”

Joscha Aicher: “Fare skate è un’espressione di sé. Non si tratta solo di essere bravi o chiudere trick difficili. A differenza di sport come il ciclismo, dove puoi misurare le prestazioni in velocità o battito cardiaco, nello skate tutto è più astratto. Conta come stai sullo skate. Può esserci uno skater che fa solo kickflip, ma se lo fa in un modo unico, con uno stile e un’energia particolari, allora è qualcosa di bellissimo. Ed è lì che lo skate diventa arte: nell’individualità. Per me è sia fisico che poetico. Una volta skateavo in modo molto competitivo. Volevo chiudere ogni trick alla perfezione, sempre. E c’è anche quello nello skate: la voglia di padroneggiare un trick, di ripeterlo, anche per ore. Per riuscirci, devi crederci davvero. Ma oggi, quando sono nel flusso, la mia mente si spegne. Non penso: faccio. È pura concentrazione. Diventa divertimento, istinto, rilascio. Ed è lì che trovo l’amore per questo gesto.”

Maité Steendhout: “Per me è come ballare. All’inizio impari i movimenti di base, poi, col tempo, emerge il tuo stile. Più skatei, più il tuo “ballo” si affina, si personalizza. Ognuno ha il suo ritmo, il suo modo di muoversi. Non si tratta di perfezione, ma di autenticità. Tutti hanno il proprio flow. A volte guardo una clip di me stessa e penso: “No, non ci siamo”. Magari a qualcun altro piace, ma io no, perché non mi sembra mia. Alcuni mi dicono che muovo troppo le braccia, ma se provassi a cambiarlo, non sarei più me stessa. Quello è il mio movimento, la mia danza. Ed è proprio quello che rende lo skate personale.”

Tolya Titaev: “Per me lo skate è un modo di vivere. Mi ha insegnato a conoscermi meglio. So che non sono il tipo che si sveglia alle sei e salta subito sulla tavola. Mi servono ore: quattro ore dopo essermi svegliato, dopo pranzo, è lì che inizio a sentirmi bene. Per molto tempo uscivo con addosso una pressione: “Devo chiudere questo trick, devo filmarlo, deve venire bene”. Ma negli ultimi quattro anni il mio approccio è cambiato completamente. Ora esco solo per divertirmi. Senza aspettative. Se chiudo due trick, per me è una vittoria. Ed è proprio così che accade lo skate migliore: quando ti senti dentro, senza pressione, senza pensieri. È pura presenza. Sentire la tavola con ogni dito del piede, con tutta la pianta. Non controllarla come una macchina, ma diventare una cosa sola con lei. Sentire ogni crepa, ogni pendenza, ogni dislivello dell’asfalto. Ci sono giorni in cui non mi sento bene. Spingo, mi fermo, riprovo. E poi—boom—succede. Ed è come volare. Quello è lo stato di flusso. Lì sta la magia. Alla fine, è tutto quello che serve: uscire e divertirsi. Proprio come facevi a sei, o a dodici anni, o quando hai iniziato. Quella mentalità va tenuta stretta per sempre.”

Tolya Titaev