Il fotografo e storyteller visuale britannico è il nuovo protagonista della speciale rubrica di Athleta Mag e Runaway, ispirata dalla running culture contemporanea
In ogni passo di un runner risiede una scelta individuale, ma anche una dimensione collettiva, forgiata dalla creatività, dall'expertise, dal progresso, dall'estetica applicata al più antico, ma al contempo sempre in evoluzione, sport del mondo. Athleta Magazine e Runaway mettono in luce le figure che incarnano la peculiare multidimensionalità del running: i ‘RunMakers’, coloro che hanno trovato in questa disciplina molto più di un semplice passatempo, ma una piattaforma per affermare ed evolvere le proprie visioni, anche sotto il profilo professionale. Sono protagonisti di un settore che, per ogni ‘RunMaker’, è sinonimo di passione, competenza e visione.
Esploriamo il perché insieme al nostro nuovo ospite, il fotografo e storyteller visuale britannico Dan King. L’approccio della sua lente è votato alla narrazione umana, prima che atletica: all’indagine emotiva e sensoriale alla base di ogni runner, e di ogni sportivo, dove l’intreccio tra performance e coscienza si traduce in estasi estetica, e vero significato. Ascoltiamo le sue riflessioni ed entriamo in una galleria votata alla musa del running.





Puoi parlarci del tuo immaginario, così come della tua ‘educazione’ sportiva?
"In realtà, da ragazzo non ho mai avuto un vero background sportivo. A scuola e all’università ero molto più interessato all’informatica e alla tecnologia: lo sport, semplicemente, non faceva parte del mio mondo. Fa quasi ridere a pensarci oggi, visto che corro moltissimo, e a volte mi ritrovo a pensare: “Se solo fossi stato bravo a correre allora quanto lo sono adesso…” Forse sarei stato un po’ più popolare, chissà.
Il primo sport in cui mi sono davvero immerso è stato il ciclismo. All’epoca lavoravo in un’azienda informatica, ero chiuso tutto il giorno in un ufficio. C’era un collega seduto dietro di me—italiano, appassionatissimo di ciclismo. Ogni giorno lo vedevo salire in ascensore con la sua vecchia bici da corsa italiana, completamente vestito in Lycra. A dire il vero, all’inizio mi sembrava un tipo un po’ strano. Ma la curiosità ha preso il sopravvento, e ho iniziato a fargli qualche domanda. Poi è arrivato luglio, e un giorno l’ho visto guardare qualcosa al computer. Gli ho chiesto cosa fosse, e mi ha risposto: “Il Tour de France.” In quel periodo mi annoiavo terribilmente al lavoro e mi sono fatto mandare il link—ai tempi si poteva seguire su un sito, Steep Hill TV, oggi raggiungibile via VPN—e da lì è scattata la scintilla. Era l’anno del grande ritorno di Lance Armstrong. Da quel momento, sono finito dentro alla cycling culture”
Quando hai deciso di unire la fotografia al mondo dello sport? E che ruolo ha avuto il running lungo il tuo percorso artistico?
"Il mio rapporto con la fotografia è iniziato grazie a mio nonno. Andavamo a casa sua e ci mostrava le foto dei suoi viaggi. Di solito viaggiava da solo, tornava e condivideva ogni singolo scatto. Ricordo che da ragazzino pensavo: “Ma quanto può essere noioso guardare le foto delle vacanze di qualcun altro?”. Insomma, la fotografia non mi interessava... Non avevo alcuna formazione, nessun background tecnico—niente. Ho iniziato a scattare semplicemente per istinto, ciò che mi piaceva. In questo Instagram ha giocato un ruolo fondamentale: inizi a vedere immagini che ti ispirano, e come fanno tutti, provi a replicarle. È partito tutto così.
Ho iniziato a scattare con più costanza in parallelo al mio lavoro e, dopo qualche tempo, sono stato contattato da un brand cycling, che mi ha chiesto di seguire il team Canyon DHB. È stato un punto di svolta. Mi sono unito a loro per il Tour of Britain. Non avevo esperienza professionale, ero solo un super appassionato e praticante. All’improvviso mi sono ritrovato in viaggio con la squadra, scattavo ogni giorno. È stato un colpo di fulmine. Ad essere sincero, avevo avuto un contatto con il running precedente al capitolo ciclistico. Un amico mi aveva proposto di allenarci insieme per una maratona. Abbiamo iniziato, ma dopo un paio di settimane si è tirato indietro. Ho deciso di proseguire da solo, e sono finito per appassionarmi. Quindi, tecnicamente, la corsa è venuta prima del ciclismo nella mia vita. Una volta innamorato della bici, però, il running è passato per qualche tempo in secondo piano. Forse perché la bici, in un certo senso, è più indulgente: se sei stanco, continui comunque a muoverti. Quando corri, se finisci le energie, ti fermi. Punto.Lavorando sempre più nel ciclismo, mi sono ritrovato spesso in viaggio per lavoro, e portare con me la bici non era sempre possibile. Così, ho ricominciato a correre. Era il modo più semplice per restare attivo: uscivo al mattino, partivo dal mio hotel e correvo. Senza quasi accorgermene, la corsa è tornata a far parte della mia routine. La vera svolta è arrivata quando ho iniziato a collaborare con Trek, sostituendo Jojo Harper durante la sua maternità. Avevamo uno stile simile, e quando Trek ha deciso di cambiare direzione, mi sono ritrovato a dover capire quale potesse essere il mio prossimo passo. Mi sono detto: “Perché non provare con la running photography?”. Così ho iniziato a contattare alcuni runner su Instagram per propormi come fotografo. Ed è andata: il progetto ha preso vita.
Sono stato fortunato: le occasioni giuste sono arrivate in fretta. Dopo poco tempo nel ciclismo, mi sono ritrovato nel World Tour. Poi, virando sul running, ho iniziato a collaborare con adidas e Maurten, seguendo alcune delle più importanti maratone su strada. Il mio primo incarico davvero importante nel running è arrivato sempre grazie a Jojo. Rapidamente, sono finito a seguire varie maratone per Maurten. Il momento decisivo è stato quando Maurten mi ha chiesto di andare alla Western States per fotografare Tom Evans. Lo conoscevo già, quindi l’ho contattato. All’epoca, era sponsorizzato da Terrex, e mi ha messo in contatto con il team del brand. Ho spiegato che sarei stato lì per Maurten, ma che ero disponibile a dare una mano anche a loro, in cambio dell’accesso. Sono stati super disponibili: si sono occupati di tutta la logistica—che in una gara come la Western States è fondamentale. Qualche mese dopo mi hanno invitato anche all’UTMB. Ed è stato lì che ho fatto davvero ingresso nel mondo del trail running.
A dire la verità, il trail è diventato il mio ambiente preferito. L’atmosfera, l’energia, le persone—è tutto diverso. C’è ancora un’anima genuina, da movimento di base. Se dici a un ciclista pro che vuoi fare un giro dopo il lavoro, ti ride in faccia. Ma se lo dici a un trail runner, ti risponde: “Aspettami, vengo anch’io!”. Quel senso di comunità è reale. Oggi posso dire che molti dei trail runner adidas sono veri amici. Ci sentiamo regolarmente. È divertente: se devo ordinare qualcosa dagli Stati Uniti, chiedo a loro di portarmelo al training camp! C’è un legame autentico, umano. Il trail running è diventato sempre più centrale nel mio lavoro. E lo adoro."








Esiste un legame tra la running philosophy e la tua visione artistico-fotografica? Penso, per esempio, ai concetti di resistenza, concentrazione, a una certa idea di “bellezza in movimento”.
Il fatto che corro mi dà una specie di istinto: so quando si soffre di più, cosa si prova in certi passaggi — e cerco quelle sensazioni negli altri. Molte delle mie foto nascono proprio da questo intreccio di ricerche. Quando qualcuno taglia il traguardo distrutto mi interessa. Lo stesso vale per i passaggi ai punti di ristoro: sono attimi che palesano molto.A dire la verità, passo più tempo a parlare con gli atleti e con chi li segue che a scattare. È una parte fondamentale del lavoro documentaristico. Se smettono di vederti come “quello con la macchina fotografica”, allora puoi accedere ai momenti più intimi. Gli atleti si fidano di me, sanno che non scatterò mai qualcosa che li metta in cattiva luce. E quella fiducia è tutto. Ogni volta che affronto un nuovo lavoro, cerco sempre di prendermi del tempo — soprattutto all’inizio della giornata — per parlare con le persone. Ho la macchina al collo, ovvio, ma cerco prima di tutto il contatto umano: non mi nascondo dietro l’obiettivo. A meno che uno non sia un attore o un modello, stare davanti a una macchina fotografica mette a disagio. Lo so bene. Per questo cerco di essere il meno invadente possibile, seguendo e catturando ciò che mi colpisce davvero, senza forzare nulla”
Because I run, I instinctively know—“When would I be suffering the most? What would I be feeling right now?—and I look for that in others. A lot of my photos come from those thoughts. Like, someone’s just crossed the finish line and they’re completely wrecked—that’s interesting to me. So I go straight there. Same thing at aid stations. But honestly, I often spend more time just talking to the athletes and their crew than actually taking pictures. That’s a huge part of documentary work. If they don’t see you as ‘the camera,’ you can be present for incredibly intimate moments—when it’s just them and their support crew. And they trust that I’m not going to take a photo that makes them look bad, so they let me in. That trust is everything. Whenever I’m shooting something new, I always take the time—especially at the start of the day—to just talk. The camera might be around my neck, but I’m engaging with them, not hiding behind the lens. Unless you’re a model or an actor, being in front of a camera is uncomfortable. I get that. So I try to be as unobtrusive as possible, choosing moments that genuinely interest me without overstepping.”
Come hai sottolineato, il tuo lavoro sembra essere prima di tutto una galleria dedicata agli esseri umani. Cosa ti spinge a cercare queste sfumature che superano la sola sfera atletica?
"Per me, tutto parte dalla persona. Una foto nasce da lì. Amo i paesaggi, sia chiaro—quando sono in cima a una montagna durante l’UTMB, mi fermo anch’io a guardare, a godermi il momento. Ma il mio primo pensiero non è: “Devo scattare”. È piuttosto: “Dove sono le persone?”. È lì che risiedono le storie. Nelle mie foto ci sono più esseri umani che atleti, ed è una scelta precisa. Cerco di cogliere un momento, qualcosa che ho già visto fare a quell’atleta, ma che racconti chi è come persona, non solo come sportivo. Alla linea d’arrivo dell’UTMB, ad esempio, ho fotografato Rob Muecke del team adidas Terrex mentre appoggiava la fronte a quella di uno dei suoi corridori. L’ho visto fare quel gesto molte volte, ed è sempre pieno di autenticità e passione. Sapevo che l’avrebbe fatto anche quella volta.
So anche che Toni McCann tende ad appoggiarsi a qualcosa dopo aver tagliato il traguardo. Eric LaPuma, di solito, crolla a terra, e Joanne, la sua compagna, è sempre lì con lui. Ho assistito a queste scene così tante volte... Quindi, molte delle immagini che scatto non sono casuali, sono frutto di un’attesa consapevole. Della conoscenza delle persone. Poi, forse dipende anche dal fatto che sono daltonico, ma quello che mi attira davvero in una foto è la luce. Oltre, appunto, al momento. Mi servono entrambi. Voglio che l’immagine mi dica qualcosa che non conoscevo in precedenza. Voglio scoprire qualcosa di nuovo in quella precisa persona."








Traguardi umani, passione, dedizione. Questi tre temi sono al centro della tua ricerca fotografica, e sembrano trovare nella corsa una tela naturale. Cosa significa per te raccontare questo tipo di storie? E come stai sviluppando il tuo approccio narrativo?
"A dire la verità, sono un po’ stanco dei contenuti brevi. Mi dispiace vedere come piattaforme come Instagram — soprattutto attraverso i reel — abbiano cambiato il modo in cui raccontiamo le storie: tutto è veloce, superficiale. Per questo credo che oggi il racconto 'lento', quello long-form, sia più importante che mai. Permette alle persone di raccontarsi davvero, con i propri tempi. La verità è che tutti, prima o poi, ci siamo trovati in situazioni in cui qualcuno ci ha fatto una domanda mentre eravamo distratti, o in un altro stato mentale, e abbiamo risposto in modo frettoloso o poco attento. Ma quel momento non ci rappresenta. Ecco il problema dei contenuti brevi: mancano di contesto, profondità, umanità.Quello che cerco di fare, con il mio modo di raccontare, è offrire spazio. Spazio affinché le persone possano mostrarsi per ciò che sono, senza fretta. Con gli atleti, poi, spesso ho a disposizione solo pochi attimi. Ricordo, ad esempio, quando ho seguito Kipchoge dietro le quinte: lui era lì, concentrato, immerso nel suo mondo — quasi non si è accorto della mia presenza. In quei momenti, l’interazione è minima. Poi, però, lo incontri di nuovo l’anno dopo, e quello dopo ancora. E col tempo, pezzo dopo pezzo, nasce qualcosa. Come una galleria che si costruisce lentamente.
Ora sto lavorando a un paio di progetti filmici che vanno più in profondità. L’idea è di vivere con i runner per qualche settimana, più volte l’anno. Senza pressioni — semplicemente stando al loro fianco, con la macchina in mano: dedicare loro del tempo, costruire fiducia, magari anche diventare amici. La storia in questi casi viene fuori da sola, con naturalezza. È un processo più lento, certo, ma anche più sincero. Più umano. Se mi guardo indietro, a quando ho lasciato il mondo dell’informatica e della tecnologia, l'ho fatto proprio per questo: volevo lavorare con le persone. Volevo passare una giornata a fare qualcosa che avesse senso, anche senza portare a grandi occasioni di business. E questo vale ancora oggi. Che si tratti di una pubblicazione importante o di una campagna per un brand, poco importa: se ho trascorso del tempo vero con qualcuno, se ho ascoltato la sua storia e condiviso qualcosa di autentico, allora è stata una buona giornata.
A volte capita che una persona non sia ancora pronta. La sua storia magari è forte, ma non riesce ancora a raccontarla davanti a una camera. Va bene così — significa solo che serve più tempo. Forse l’emozione non è ancora accessibile, o la persona è troppo riservata. In quei casi so che il lavoro sarà quello di aspettare, costruire fiducia, andare più a fondo. È proprio questo il lavoro documentaristico. Ed è anche il motivo per cui credo che molti brand si rivolgano a me: vogliono raccontare storie vere. Per farlo, devo andare oltre la superficie."
Con l’ascesa dei social media, come pensi stia cambiando la fotografia sportiva, in particolare quella legata al running? I fotografi possono contribuire a costruire un racconto visivo più inclusivo, che rifletta davvero la diversità del mondo running?
"Direi che i creativi che lavorano in questo ambito lo stanno proprio ridefinendo, questo linguaggio. Il trail running — e la corsa in generale — per tanto tempo è rimasto lo stesso. Se oggi ci sembra qualcosa di nuovo, stimolante, addirittura cool, è per il modo in cui viene rappresentato. La produzione visuale contemporanea ha cambiato completamente la percezione di questo sport. Un tempo, la fotografia di gara era il classico fotografo con il gilet catarifrangente, fermo in un punto prestabilito o all’arrivo, con un teleobiettivo. Poi quelle stesse immagini finivano sulle riviste di settore: un bel paesaggio, un corridore minuscolo, uno schema sempre uguale... Quelle foto esistono ancora, certo. Ma oggi c’è una nuova generazione di fotografi e creativi che racconta la corsa dall’interno. Che sale sulle montagne con gli atleti, si infila nei fiumi, sperimenta con luce, flash, pellicole — qualsiasi mezzo — pur di catturare non solo l’aspetto esteriore, ma le sensazioni profonde, insite in questo sport. Ed è questo che rende il momento attuale così interessante. Certo, ci sono sempre due visioni contrapposte: i tradizionalisti che vogliono proteggere ‘il modo giusto’ di fare le cose e la nuova generazione che dice: “No grazie. Ho una macchina fotografica, magari un flash, e voglio raccontare a modo mio.” E lo sta facendo. Sta cambiando il modo in cui vediamo la corsa.
In un certo senso, la corsa si è fusa con la moda, con il lifestyle, perfino con l’identità. Non è più solo qualcosa che si fa, è qualcosa che si mostra, che si indossa. Anche perché oggi gli atleti stessi sono creatori di contenuti: producono immagini proprie, spesso anche di grande qualità. Questo sta cambiando le dinamiche. Prendete i The Boulder Boys, ad esempio: il loro podcast, i contenuti che creano… sono freschi, personali, e mettono in discussione il modello tradizionale. Anche per questo, le grandi aziende sono costrette a rivedere il modo in cui raccontano gli atleti. Per anni si sono affidate a contenuti superficiali — reel veloci, spot patinati — ma oggi il pubblico chiede di più. Vuole storie. Vuole autenticità. Vuole accesso. Ecco perché credo molto nel ruolo dei creator, delle persone che vivono davvero il mondo che raccontano. Se investi in un atleta perché vinca una gara, perché non investire anche in chi sa raccontare quella storia nel modo migliore? Il problema è che molti brand, oggi, stanno tagliando: vogliono solo il contenuto rapido per i social, il reel da 30 secondi il giorno della gara. Chiaro, si può fare. Ma se quel reel lo realizza qualcuno che conosce gli atleti, sarà dieci volte più potente. Perché saprà cogliere i momenti giusti, rispettare i confini, e scegliere cosa valga davvero la pena raccontare."




Quali sono i tuoi obiettivi narrativi per il futuro?
“Uno dei progetti che sogno davvero di realizzare è un documentario di quattro anni: la strada verso Los Angeles. Vorrei seguire un gruppo di atleti di discipline diverse mentre si preparano per le prossime Olimpiadi. Ma, ancora più importante, non voglio che la storia finisca con i Giochi. È questo l’equivoco più grande: pensare che la linea del traguardo sia la fine del racconto. Non è così. Quello che mi interessa è ciò che viene dopo. Essere lì nei giorni e nelle settimane successive, quando le medaglie sono state assegnate, le telecamere spente, e si torna a casa. È lì che comincia davvero la storia: come gli atleti elaborano il risultato, come vengono cambiati da esso — oppure no. Come si ricostruiscono, come reinventano il proprio cammino.
Sto pensando a un progetto narrativo lungo — forse un film, forse anche un libro. Mi piacerebbe sedermi con un atleta, guardare il suo calendario e dirgli: “Qualsiasi cosa succeda — infortuni, exploit, battute d’arresto — chiamami. Io ci sarò.” E quando sarà il momento, troveremo il modo giusto per raccontarlo. Dall’inizio di quest’anno ho iniziato a gettare le basi: ho contattato alcuni atleti, sto cercando di costruire un rapporto di fiducia profondo, che mi possa permette di documentare un intero arco di vita, non solo i momenti clou. È questo il tipo di storie che voglio raccontare: lo shock emotivo, il silenzio del dopo, la fatica invisibile. Lì risiede la vera potenza. Di recente ho intervistato un’atleta dell’UTMB convinta che la sua carriera fosse finita a causa di un infortunio. Invece è tornata. E ha concluso la gara. È quel tipo di storia che ti fa venir voglia di correre. Di credere in qualcosa. Magari, alla fine del film puoi veder apparire un logo adidas, ma in questi casi non è solo una questione di brand. È una questione di senso. Di risonanza interiore.
Mi affascinano profondamente le storie degli atleti che stanno appena sotto il livello dei top: quelli che chiudono nei primi dieci, che popolano il cuore del gruppo. Le star assolute sono straordinarie, certo, ma spesso sembrano abitare un’altra dimensione mentale. A volte non riescono nemmeno a spiegare cosa non abbia funzionato — per loro è stato solo il vento, o un dettaglio tecnico. Ma il livello subito sotto al loro? Lì si giocano le vere scommesse. Finire tra i primi cinque o dieci può significare ottenere un contratto, poter continuare. O, al contrario, dover smettere. Quegli atleti lottano ogni giorno. Non possono permettersi il distacco. Devono resistere, adattarsi, incassare, rialzarsi. Sono queste le storie che voglio inseguire. Perché è lì che trovo l’anima di uno sport."

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