Il fotografo Marco Tribelhorn racconta la sottocultura mostrata dalla Roller Derby World Cup
Quando il fotografo svizzero Marco Tribelhorn ha deciso di documentare la Roller Derby World Cup, si aspettava uno sport ad alta velocità, immagini d’impatto e una serie di protagonisti audaci, fuori dagli schemi. Ed è proprio quello che ha trovato, ma con un’aggiunta di profondità sociale e antropologica che non immaginava: un mondo intenso, ricco di sfumature… Una comunità globale, auto-organizzata, che scivola su rotelle, tra impatti, punti e fughe, sfidando convenzioni.
“Pensavo di trovarmi davanti a uno sport veloce, forse anche un po’ aggressivo”, racconta Tribelhorn. “E in parte è così — ma è anche qualcosa di molto più strano, caotico e profondamente umano. È uno sport, certo, ma a tratti sembra una sorta di utopia”. L’evento si è svolto in una struttura indoor ad Innsbruck, e ha raccolto più di 40 squadre nazionali e regionali — molte delle quali autofinanziate, radicalmente DIY. “Si percepiva subito: la gente era lì per passione, non per soldi o medaglie. La maggior parte delle squadre non aveva sponsor. Alcuni giocatori dormivano nei furgoni, parcheggiati fuori dal palazzetto.”
Il roller derby ha origini decisamente non convenzionali. “Quando l’ho cercato su Google la prima volta, mi sono chiesto: ma questa roba è vera? Sembrava wrestling. Una performance da cultura pop americana”, ricorda Tribelhorn. E in effetti, non aveva torto. Nato negli anni ’30 come spettacolo su pista, il roller derby si è evoluto negli anni ’70 e ’80 in un prodotto da intrattenimento televisivo. “Era una specie di gara, ma messa in scena. La gente andava a vederlo per i colpi e le cadute.” Poi, qualcosa è cambiato. All’inizio degli anni 2000, il roller derby è stato ripreso e reinventato dal basso — soprattutto da donne, e soprattutto in ambienti queer, punk e femministi. “Adesso è uno sport vero, competitivo. Ma anche una comunità.”
Il gioco moderno è veloce e complesso: due tempi da 30 minuti, intensi e fisici, su pattini a rotelle. “È super fisico”, dice Tribelhorn. “Immaginate l’unione tra short track e rugby, senza palla, con l’obiettivo di superare la difesa avversaria con il proprio corpo, e la propria velocità. Alcuni dei placcaggi che ho visto erano assurdi — gente che letteralmente volava per aria.”







Armato di una fotocamera medio formato e solo due obiettivi fissi, Tribelhorn ha cercato di ricreare l’atmosfera dei Roller Derby vintage, scoperta in un articolo del New York Times. Ha scelto di restare vicino alla pista, immergendosi nella scena, auscultando l’energia e connettendosi con le persone. “Volevo che ogni scatto fosse intenzionale, non ho usato lo scatto a raffica nemmeno una volta”, racconta. “E volevo entrare nel caos. Stare vicino alla pista. L’azione succede all’improvviso, spesso dietro agli arbitri o ad altri giocatori. Ma è proprio questo che lo rende interessante. Non è l’NBA.”
Il regolamento? Estremo. Otto arbitri per ogni partita, assistenti volontari, revisioni video... “È nerdissimo”, sorride. “Ma è anche una questione di equità. Vogliono che ogni cosa venga vista e valutata nel modo giusto. Anche se una squadra perde di 150 punti, può chiedere una revisione — e nessuno ride.”
Più che uno sport, una riunione di famiglia internazionale. “La diversità era incredibile”, racconta Tribelhorn. “Eppure sembrava tutto così naturale, democratico...” I pronomi erano ovunque — sulle maglie, sui caschi, nei cartelli. “Non era una posa. Era semplicemente parte di tutto. Ho visto magliette con ‘they/them’, adesivi con messaggi politici. Un arbitro aveva il casco con scritto: Don’t be a dick. E funzionava. La gente si rispettava.”
Ciò che ha colpito Tribelhorn non è stato tanto il fatto che tutti considerassero questo sport politico, quanto piuttosto che la sua apertura e inclusività radicale assumano inevitabilmente un significato tale. “Ho parlato con una pattinatrice polacca che mi ha detto: ‘Per me non si tratta di politica. Si tratta di amicizia. Di comunità.’ E lo capisco. Ma per molti altri, lo sport stesso, perfino i pronomi stampati sulle maglie, sono dichiarazioni politiche.”
Una tensione emersa nel corso di tutto il weekend, anche sotto il punto di vista della formazione delle squadre stesse. Molte atlete rappresentavano identità culturali, origini o esperienze condivise, dando vita a squadre come Chinese Nations, Taiwan o Indigenous, popolate da atlete US. “Potevi sentire accenti americani ovunque,” ricorda Tribelhorn. “Ma allo stesso tempo c’erano anche squadre nazionali provenienti da Francia, Lettonia, Svezia, Austria, Italia... Il mix era bellissimo. Aveva qualcosa di profondamente americano: nel senso migliore del termine.”
Un mix che ha dato la possibilità al fotografo svizzero di riflettere su temi e contrasti più ampi. “Controllavo il telefono e vedevo Trump, il solito caos nelle news… Poi, alzavo lo sguardo e mi trovavo in mezzo a una comunità folle, gioiosa, basata sulla fiducia. Sembravano due pianeti differenti. Dal mio canto, vorrei vivere nel pianeta Roller Derby…”











