Le foto di Enrico Follesa ci guidano nelle rovine archeologiche dello storico stadio del Cagliari

12 settembre 1970, il Cagliari ha il primo, e unico, Scudetto cucito sulle proprie maglie. La squadra-simbolo dell’isola sarda, guidata dall’onnipotenza di Gigi Riva, ha appena conquistato un leggendario titolo, scioccando l’intera nazione, e sta inaugurando una nuova casa: lo Stadio Sant’Elia. È l’inizio di un sogno dolceamaro.

Improbabili incendi, illogicità urbanistiche e mala gestione infrastrutturale spingono, stagione dopo stagione, il Sant’Elia verso il baratro del degrado. Nemmeno i lavori d’Italia ‘90 mutano un inesorabile processo di autodistruzione, amplificato da una costante miopia e noncuranza istituzionale. Il Sant’Elia soffre insieme ai tifosi del ‘Casteddu’, tramutandosi prima in un’agonizzante cattedrale calcistica, poi in confuse rovine. 

La lente di Enrico Follesa ci guida tra le visioni archeologiche del Sant’Elia contemporaneo, dove emozioni e gol riecheggiano in scenari mistici e vuoti evocativi, mostrandoci la disabitata bellezza di un polo aggregatore incapace di reggere alla fallacia umana. A mezzo secolo di distanza dalla sua genesi, il Sant’Elia sta attendendo silenziosamente una seconda vita.

‘Ricordati di me’ non è una richiesta, ma un monito. È il desiderio di veder rivivere ciò che è stato incomprensibilmente lasciato morire. È la volontà di non replicare errori surreali. È la preghiera di ogni tifoso che ha popolato questi spalti con cori, lacrime e bandiere. È l’ostinata, artistica ricerca dell’ordine in un incomprensibile caos.