L'Arc'teryx Winter Tour arriva a Milano come osservatorio itinerante sulla cultura di montagna contemporanea, dove prestazioni, estetica e narrativa convergono.
Per questo primo focus editoriale abbiamo rivolto il nostro sguardo su “Résonance”, la mostra fotografica congiunta di Matteo Challe e Julien ‘Perly’ Petry: due generazioni, due grammatiche visive, un unico terreno condiviso fatto di neve, rischio ed esposizione silenziosa.
Presentata accanto alla selezione di film e alle installazioni che animeranno la tappa milanese, ‘Résonance’ è meno una retrospettiva dell’ultima stagione invernale e più una conversazione visuale: tra sci e snowboard, grana analogica e precisione digitale, pendii solitari e il brusio intenso della città. Nella loro produzione visuale Matteo e Julien non si limitano a documentare l’azione: scardinano la distanza tra atleta e osservatore, trasformando il fotogramma congelato in un eco di prospettive, dove le immagini si sovrappongono, si rispondono e mettono in discussione l’idea stessa di autorialità. È in questo dialogo stratificato che il Winter Tour trova la sua frequenza più intima.
Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con Matteo e Julien della loro mostra fotografica, che unisce due estetiche e due visioni tanto distinte quanto sovrapponibili nella loro essenza: l’amore per la natura e la capacità di raccontare lo sport come forma d’arte.



Tecnicamente, la “résonance” è un’oscillazione spinta alla massima intensità da una forza esterna. Come titolo, diventa una chiave lirica per esplorare in modo intimo i vostri percorsi e la sottile connessione tra natura, esperienza, emozione e sci. Perché avete scelto questo nome per la mostra?
Matteo Challe: “Per me, résonance porta con sé l’idea di globale: di pensieri che viaggiano, si trasformano e ritornano. Qualcosa nasce nella mia mente, io lo esprimo, qualcun altro lo riceve attraverso la propria esperienza. Quando torna indietro, è cambiato. Questo scambio, questo eco in una nuova forma, è ciò che intendo per résonance ed è così che cerco di raccontarlo nella mostra.
È legata anche al modo in cui viviamo la montagna: quei momenti in cui siamo lontani da tutto, completamente soli ma non in senso negativo—piuttosto sospesi, esposti, vigili. Le sensazioni che proviamo quando lavoriamo e fotografiamo lassù non sono paragonabili a ciò che sentiamo poi, quando mostriamo le immagini in città. Questo scarto tra la solitudine delle vette e l’esperienza condivisa in galleria è un’altra forma di risonanza.”
Perly: “Il nome è stato scelto da Matteo dopo un lungo confronto, e per me è stato subito evidente che fosse quello giusto. In francese, résonance richiama l’idea di eco, ed è esattamente ciò che accade: siamo fuori, apparentemente dispersi nella natura, e poi le immagini tornano a vibrare tra di loro quando le riportiamo in città. La parola cattura ogni livello di ciò che facciamo vedere nella mostra. Avremmo potuto scegliere molti altri titoli, ma questo è quello che ci è sembrato più pertinente.
Descrive anche il dialogo tra i nostri lavori. Esporre insieme permette alle mie immagini di risuonare con le sue, e alle sue con le mie. Non si tratta di contrasto o competizione; al contrario, si tratta di dimostrare che due visioni diverse possono echeggiare l’una nell’altra e costruire comunque un insieme coerente, capace di far pensare. Anche questo, per noi, è ‘résonance’.”
In che modo questo concetto prende forma all’interno della mostra?
Matteo Challe: “Fin dall’inizio abbiamo deciso che non volevamo che i visitatori ci mettessero a confronto, ma che percepissero il nostro lavoro come qualcosa che si fonde. Per tradurre l’idea di résonance, abbiamo immaginato diversi allestimenti, che cambiano a ogni tappa del Winter Tour e che scoprirete a Milano.
Giochiamo con pareti in opposizione, collage, trasparenze: immagini sovrapposte, fotografie intrecciate invece che isolate. Ogni scelta riguarda associazione, sovrapposizione, dialogo: fotografie che si richiamano da un lato all’altro dello spazio, costruendo un linguaggio visivo comune invece di due firme separate.”



Sci e fotografia. Come si incontrano questi due mondi paralleli nelle vostre vite?
Perly: “Per me è nato tutto dallo snowboard. La fotografia era solo un modo per restare in montagna con i miei amici. Senza lo snowboard, non so se sarei diventato fotografo. Ma dopo quasi vent’anni, la macchina fotografica è diventata parte della mia identità. Resta però lo snowboard alla radice.
Per questo, nel mio lavoro, la performance dell’atleta rimane sempre centrale. Il mio primo pensiero è: come posso far brillare questo momento? La fotografia deve rendere onore all’azione.”
Matteo Challe: “Ho iniziato a sciare molto presto. È stata la mia prima, grande passione. Ho studiato fotografia lontano dal mondo dello sci, ma è rientrato subito nella mia produzione fotografica. Dopo pochi mesi di scatti sapevo già che sarebbe diventato il mio lavoro—non c’erano alternative.
L’incontro tra le due cose è avvenuto in modo naturale. Oggi la fotografia occupa la parte principale della mia vita, e lo sci è l’ambiente in cui mi sento completamente a casa. In inverno, quando viaggiamo per fotografare, è lì che si concentra la mia passione più profonda. Lo sci mi dà la libertà e la sicurezza per sperimentare, per provare cose che non ho mai visto prima, per spingere più avanti il mio linguaggio visivo.”
Quali similitudini e differenze vedete tra il gesto atletico dello sci/snowboard e il processo di raccontare quel mondo attraverso le immagini?
Perly: “Ora vedo lo snowboard come una forma d’arte. Non ogni curva o ogni trick, ma il potenziale c’è. All’inizio mi ha catturato l’assenza di regole rigide in questo sport. Sono cresciuto provando sport con strutture molto definite—calcio, judo, tennis—dove tutto è codificato. Lo snowboard era l’opposto: nessun percorso imposto, solo il desiderio di migliorare per poterti esprimere meglio.
Quella libertà è esattamente il punto di contatto con la fotografia. Entrambe sono linguaggi personali. Se capisci lo snowboard e poi passi alla fotografia, il passaggio è naturale: vuoi valorizzare la performance, ma anche costruire un’immagine nuova, attingendo alla moda, ad altri sport, alla pittura, ai video musicali. La principale somiglianza è questa: ti offrono uno spazio senza regole fisse, in cui definire il tuo codice.”
Matteo Challe: “Non direi che sci o snowboard siano di per sé forme d’arte, perché non ogni rider è un artista. Ma gli sport invernali possono sicuramente diventarlo. Alcuni atleti—come Edgar Cheylus, uno dei primi sciatori con cui ho lavorato—creano con una tale intenzione artistica che lo percepisci subito quando scatti con loro.
Quando atleti e fotografi condividono una visione chiara e costruiscono qualcosa in modo consapevole—dal concept alla realizzazione—avvengono sempre cose uniche. Non è più solo documentazione, è creazione. Ed è qui che la connessione diventa essenziale: con alcuni rider è difficile, con altri tutto fluisce. Serve quella sensibilità comune. Quando si è allineati, allora sì, ha senso parlare di espressione artistica.”

Questa mostra raccoglie i vostri lavori dell’ultima stagione e mette in dialogo due sguardi generazionali sulla stessa protagonista: la montagna. Come è nata l’idea di farlo insieme?
Perly: “Viviamo entrambi ad Annecy, quindi già ci conoscevamo e ci incrociavamo spesso agli eventi e alle Academy di Arc’teryx. Sono contesti che riuniscono molti fotografi interessanti, ed è lì che abbiamo iniziato davvero a entrare in sintonia—passando tempo insieme, guardando i lavori dell’altro.
La scorsa stagione Matteo era più concentrato sullo sci, io più sullo snowboard. Ci siamo ritrovati a Tokyo nello stesso momento, ci siamo visti al volo, poi io sono andato in Canada e, quasi per caso, ci siamo ritrovati a scattare di nuovo insieme. Nel nostro mestiere succede raramente: di solito c’è un solo fotografo, e lavori da solo.
Paradossalmente, proprio condividendo discese, mezzi, soggetti—ridendo, osservando gli stessi momenti da angolazioni diverse—abbiamo capito quanto fossero differenti i nostri approcci. Due prospettive, due generazioni, due background, ma un contrasto fertile, non divisivo. Da lì è nata l’idea di un progetto comune. L’abbiamo proposto ad Arc’teryx, che ci ha creduto subito, e così è nato ‘Résonance’ per il Winter Tour.”
Matteo Challe: “Julien è un ‘OG’, lavora in questo mondo da vent’anni. Io faccio parte della nuova ondata di fotografi più giovani, con visioni e riferimenti diversi. Spesso si racconta questo rapporto generazionale come uno scontro, ma per noi è stato l’opposto.
In montagna lavoriamo in maniera diversa—lui più analogico, io digitale, con grande attenzione alla post-produzione—ma quando abbiamo messo le nostre immagini una accanto all’altra, al computer, eravamo entrambi sinceramente colpiti dal lavoro dell’altro. Quando abbiamo iniziato a mescolarle per la mostra, il risultato aveva molto senso. Se prendi una singola foto, forse puoi intuire chi l’ha scattata. Ma quando tutto si mescola—trick, lifestyle, paesaggi, atmosfere—diventa molto più difficile dirlo.
Era proprio quello che volevamo: tornare ai fondamentali della fotografia—luce, composizione, sensazione. Il dialogo generazionale c’è, ma è sottile, sottotraccia.”

Invitate gli spettatori a rallentare e osservare con attenzione. Che cosa vi piacerebbe che cogliessero?
Perly: “Mi piacerebbe che si perdessero un po’: che provassero a indovinare chi ha scattato cosa e sbagliassero. Quella incertezza dimostra che la proprietà del singolo scatto conta meno dell’associazione e dell’emozione.
Se le persone escono con una sensazione addosso—un umore difficile da definire, la voglia di un nuovo inverno, uno sguardo rinnovato sulla fotografia di montagna—allora abbiamo centrato l’obiettivo. Si tratta di ispirarli a vedere e immaginare diversamente.”
Matteo Challe: “È una domanda complessa, ma spero che le immagini spingano il pubblico fuori dai meccanismi automatici dello sguardo. Vorrei che incontrassero composizioni inattese e si chiedessero: ‘Come è possibile? Come l’hanno realizzata?’. Lo scopo non è dare tutte le risposte, ma accendere domande nella loro testa. Se le mie fotografie riescono a far interrogare, pensare, sentire, allora sono felice.”
La mostra è accompagnata da ARC’HIVE, un’installazione sonora di Edoardo Rossano. Che cosa aggiunge a questa esperienza?
Perly: “Amplifica il campo emotivo. A Monaco, ad esempio, abbiamo proiettato le immagini su strati di tessuto semi-trasparente, creando sovrapposizioni e flussi continui. Il suono approfondisce questa immersione. Come nel cinema, la musica costruisce il tono, sottolinea tensioni o quiete, orienta ciò che provi senza imporlo. Per questa mostra è un elemento quasi naturale.”
Matteo Challe: “I nostri sensi sono connessi tra loro, e un approccio a 360 gradi rende l’esperienza più potente. Più riusciamo a renderla immersiva, più possiamo portare le persone altrove. Se immagini e suono possono, metaforicamente, prendere per mano qualcuno e accompagnarlo in un luogo sconosciuto—anche solo per un attimo—questo ha un valore enorme. La musica ci aiuta esattamente in questo.”
Che cosa rappresenta per voi il legame con Arc’teryx? Cosa significa rappresentare il brand in montagna e, allo stesso tempo, attraverso questa mostra nel Winter Tour?
Perly: “È stimolante, perché Arc’teryx è un brand disposto a sperimentare. Come fotografi investiamo un inverno intero a produrre immagini che spesso restano chiuse in un hard disk. Qui, invece, il brand non solo si fida di noi sulla neve, ma si impegna a dare spazio alle nostre foto, a costruire progetti intorno a esse.
Non sono molti i brand pronti a coinvolgere i creativi a questo livello. Arc’teryx è davvero una famiglia: non solo per gli atleti, ma anche per i fotografi. Questo riconoscimento conta. Mi sento privilegiato a farne parte e sono sinceramente entusiasta per la tappa di Milano.”
Matteo Challe: “Per me, la loro fiducia è tutto. Sono ancora all’inizio nel mondo della fotografia di sci, e avere un brand come Arc’teryx che mi lascia libertà di seguire la mia visione è una spinta enorme. La loro curiosità e apertura rispecchiano perfettamente il modo in cui penso le immagini.
C’è poi la dimensione umana: la facilità con cui si crea relazione con gli atleti e con il team interno. È una chimica rara. Spesso, come fotografi, facciamo fatica ad avvicinare i rider che stimiamo; con Arc’teryx i legami nascono in modo naturale, e siamo incoraggiati a proporre idee, a spingerci più in là. Ci sentiamo parte di un’unica famiglia estesa—atleti, creativi, staff—unita dallo stesso patto di fiducia. È proprio questo spazio condiviso che ha reso possibile ‘Résonance’.”







