loader image

Luca Merli e Davide Martinazzo, co-founder dello Skate & Surf Film Festival, spiegano l’identità di questo evento multidimensionale a pochi giorni dalla sua 9ª edizione. Athleta sarà Media Partner dell’SSFF nel weekend del 21 e 22 giugno. 

Ci sono spazi che diventano vibrazioni. E ci sono eventi che non sono solo eventi, ma riti collettivi, detonatori di immaginari: acceleratori e custodi di culture vive, ancora fedeli alle proprie essenze nonostante lo scorrere del tempo, e delle rispettive evoluzioni. 

Lo Skate & Surf Film Festival è esattamente questo: un momento tanto transitorio, quanto significativo, un weekend caotico e glorioso, come lo definiscono i suoi stessi fondatori, in grado di fondere stili, linguaggi e generazioni attratte dal fascino senza tempo della tavola, in ogni sua forma. E della sua trasposizione artistica: attraverso i più disparati medium, da quello cinematografico, ovviamente privilegiato e centrale, a quello musicale, fotografico e, inevitabilmente, fisico-estetico. 

Il 21 e 22 giugno, dopo aver richiamato oltre 30.000 persone lo scorso anno, gli East End Studios di Milano ospiteranno la 9ª edizione dello SSFF, rimettendo ancora una volta al centro di tutto i pilastri fondativi di due culture mai, come oggi, affini al regno sportivo alle logiche commerciali, eppure ancora incessantemente fedeli a delle radici che rimano con stile di vita, sperimentalismo poliedrico, compartecipazione narrativa ed eclettismo condiviso. 

A guidare l’organizzazione del Festival, di cui Athleta sarà Media Partner per la prima volta, così come la selezione di registi, musicisti e rider, due figure che, in questo binomio culturale, hanno inciso i propri nomi a caratteri cubitali, specie sul suolo italiano: Luca Merli e Davide Martinazzo. Surfista e regista noto a tutta la scena surf nostrana il primo,  skater (anche campione d’Italia nella categoria non sponsorizzati), promotore all-arounder e attuale Team Manager Vans il secondo. 

Li abbiamo incontrati, a poche ore dall’inizio di questa ride multidimensionale, per parlare dello spirito intrinseco alla loro visione e allo Skate & Surf Film Festival. Le loro testimonianze, ci permettono anche di comprendere quanto e come queste forme d’arte declinate nell’atto atletico siano entrati a far parte, e stiano ancora determinando, le loro vite. 

Partiamo dalla vostra esperienza personale. Potete raccontarci qualcosa del vostro background e dell’impatto che surf e skate hanno avuto sui vostri percorsi, umani e professionali?

Luca Merli: "Nella mia visione, surf e skate non sono mai stati sport competitivi. Sono stati piuttosto spazi di libertà, socialità, gioco. Prima che diventassero discipline olimpiche, venivano considerati 'sport da disadattati' – e uso questa espressione volutamente – perché appartenevano e coinvolgevano persone fuori dagli schemi. Esattamente il mio mondo. Ho iniziato a surfare tanti anni fa, con questa consapevolezza addosso. Il surf non era solo un'attività, ma un modo di vivere, di stare al mondo.

Vengo dal mondo della regia pubblicitaria, ma nel 2010, durante un momento di pausa creativa, ho deciso – quasi per gioco – di girare un film sul surf insieme a un amico fotografo. Il progetto si chiamava Onde Nostre. Era un modo per raccontare una passione personale, qualcosa che già vivevo intensamente. Grazie a qualche contatto, siamo riusciti a produrlo: il film è stato girato in pellicola, con surfisti liguri e toscani. La premiere a Milano fu un successo clamoroso: sala piena, pubblico entusiasta. Da lì il film ha viaggiato in festival internazionali, dagli Stati Uniti alla Germania. Quel momento mi ha fatto capire che c’era un bisogno reale di raccontare certe storie.

Ora il surf è, ovviamente, ancora una parte fondamentale della mia vita. È qualcosa che amo visceralmente. Ma oggi è tutto più esposto. È diventato una moda, troppo visibile, troppo affollato. Il surf, per me, è un’esperienza intima e seria. E poi c’è una questione di rispetto. Rispetto per i local, per i luoghi, per chi c’era prima. Quando ho iniziato, alcune onde erano sacre. Ci andavano solo i local, e tu imparavi a stare al tuo posto. Era un’educazione non scritta, ma molto reale. Quella cultura mi è rimasta dentro. Ed è anche per questo che porto avanti il SSFF: perché credo ancora nello spirito originario del surf. Uno spirito che, anche se trasformato, non è scomparso"

Davide Martinazzo: "Io sono cresciuto dentro lo skate fin dagli anni ’90. A quei tempi non era uno sport, era un movimento punk. C’erano poche risorse, premi simbolici – se vincevi ti davano una scarpa, un panino... Serviva tanta passione. Negli anni ho avuto la fortuna di diventare team manager per Vans, un brand che ha lo skate nel DNA. Questo ruolo mi ha permesso di restare immerso nella scena e di avere un punto di vista privilegiato, perché seguo atleti dai 14 ai 36 anni: è un aggiornamento continuo.

Lo skate per me non è mai stato solo tecnica o performance. È cultura, identità, famiglia. È sempre stato così. Quando ho iniziato, era una cultura underground, viveva nei centri sociali, nella musica, nell'autogestione. Era una scena viva, fatta di persone che si sbattevano anche senza soldi, sponsor o premi. Io ero uno di quei ragazzi. Sono stato campione italiano delle nuove leve nel ’97, ma in un contesto povero, senza riflettori.

Quello spirito, però, non l’ho mai perso. Oggi presento eventi e lavoro nel mondo dello skate a livello professionale, ma dentro ho ancora quelle radici. Perché lo skate crea legami profondi, ti fa sentire parte di qualcosa. È anche per questo che portiamo avanti lo Skate & Surf Film Festival: lo vediamo come un progetto culturale atto a mantenere intatto ed evolvere quello spirito che ha plasmato l'identità mia e di Luca. Vedere persone tornare ogni anno – anche dopo aver cambiato città, lavoro, vita – è la prova che qualcosa di autentico lo abbiamo costruito. Non è solo un brand: è qualcosa che resiste, che evolve senza perdere, appunto, le radici. 

Lo skate, per me, continua a rappresentare prima di tutto questo: un’identità culturale. E anche se il mondo dello skate è ormai più strutturato (e lo stesso vale per il mondo del surf), io e Luca cerchiamo di mantenere viva, nonostante tutto, quella connessione essenziale tra spirito e cultura. Lo faccio nel mio lavoro quotidiano, e lo facciamo, insieme, con il Festival"

In che modo il racconto filmico ha influenzato la vostra visione di queste culture?

Luca Merli: "Il lato artistico del surf e dello skate mi ha formato in profondità. Film, documentari, musica… Sono sempre stati parte del mio vissuto. Alcune colonne sonore mi hanno segnato a tal punto da diventare fondamenta della mia identità artistica. Negli anni ho prodotto cinque lungometraggi e una trentina di corti, tutti legati al surf italiano. Oggi non sento più l’urgenza di girare a ogni costo, ma ho capito che creare uno spazio dove altri possano raccontare è forse diventato il mio nuovo ruolo.

Il racconto filmico è stato determinante per diffondere la cultura del surf in Italia. A volte mi viene da pensare che, in parte, i miei film abbiano contribuito a renderla 'di moda'. E non nego che ci siano effetti collaterali: come dicevo in precedenza, in acqua oggi trovi tante persone che non sembrano avere reale consapevolezza o rispetto per ciò che una tavola da surf rappresenta davvero. Detto questo, il cinema resta un mezzo potentissimo. È attraverso i film che si può tramandare lo spirito autentico di queste culture, mantenerle vive e farle evolvere senza snaturarle. Per questo credo che il valore del racconto filmico sia, oggi più che mai, fondamentale. Sta a noi capire quali siano i giusti film da portare al pubblico del SSFF"

Davide Martinazzo: "Anche per lo skate, il racconto filmico è storicamente essenziale. Non serve solo a documentare trick e tecnica, ma a trasmettere lo spirito profondo di questa cultura. Quando organizzo eventi – soprattutto con lo Skate & Surf Film Festival – il mio obiettivo è portare contenuti autentici, nati dalla passione, dalla cura, dalla verità. Oggi le grandi produzioni tendono spesso verso la spettacolarizzazione, ed è facile perdere di vista ciò che conta davvero.

Per me ha senso dare spazio anche a un gruppo di giovanissimi che skateano nel loro parcheggio, senza sponsor, senza pose. Se quello che fanno è autentico, allora è importante. È una questione di approccio culturale, prima che estetico. E il Festival, in questo senso, è uno spazio necessario, in grado di dare voce anche a messaggi fondamentali: per esempio, quest'anno una pellicola avrà come tema centrale la sostenibilità"

Qual è la vera genesi dello Skate & Surf Film Festival e cosa provate oggi, in prossimità della sua 9ª edizione?

Luca Merli: "Nel 2016 ho incontrato Davide e ci siamo detti: “Facciamo un festival di cinema che racconti davvero le culture surf e skate.” Milano, all’apparenza, poteva sembrare un controsenso: non ha il mare, ma proprio per questo aveva senso unire queste due anime. Lo skate ha una scena urbana forte e ben radicata, il surf portava con sé un immaginario nuovo, quasi mitico, in una città che per natura guarda al mondo. L’unione di questi mondi ha dato vita a qualcosa di unico, che ancora oggi, dopo quasi dieci anni, continua ad avere un’identità forte e coerente.

Avevamo entrambi un network solido alle spalle, e quello ci ha ovviamente aiutato a partire. Da lì in poi, però, il Festival è cresciuto organicamente, passo dopo passo, edizione dopo edizione. Il coinvolgimento di Vans è arrivato nel momento giusto, e ha rafforzato ulteriormente la struttura. Ma la base era già solida. 

Oggi provo un senso profondo di orgoglio. Vedere che il Festival continua a suscitare interesse, ad accogliere persone, a dare spazio a filmmaker e creativi di vario genere ed età, è per me un risultato enorme. Il surf, per come lo vivo io, è sempre stato uno stile di vita, non una competizione. Appena qualcosa diventava troppo serio, io mi tiravo indietro. Volevo divertirmi, stare con gli amici, condividere momenti. E questa dimensione ludica, spontanea, la ritrovo ogni anno nel Festival. È questo lo spirito che cerchiamo di custodire"

Davide Martinazzo: "Il Festival è nato da un bisogno concreto: offrire uno spazio reale, tangibile, in un mondo sempre più digitale. Un luogo fisico, fatto di volti, di corpi, di amici veri e contenuti veri. Un’alternativa culturale alla superficialità social. Il nostro obiettivo è sempre stato questo: preservare e diffondere l’autenticità. Dare voce a chi ha qualcosa da raccontare. E costruire un’eredità per chi verrà dopo.

La nostra forza sta nella flessibilità. Io e Luca ci siamo sempre mossi con leggerezza, senza ingabbiarci in strutture rigide. Ogni anno costruiamo un team diverso, a seconda di quello che serve. Alcune edizioni sono state grandi, con più producer e supporti. Altre, più intime. Durante il Covid, per esempio, abbiamo deciso di fare il Festival online. Io ero in Veneto, andavo a Milano per girare di notte, con la mascherina, in solitaria. Lo facevamo perché ci credevamo, e volevamo regalare un frammento di luce a una comunità che, per un anno intero, non avrebbe potuto incontrarsi, surfare, skateare e filmare.

Ogni edizione del Festival è diversa: cambia il format, la durata, i contenuti, gli ospiti. A volte aggiungiamo un giorno, a volte tagliamo qualcosa. Alcune edizioni sono state più punk, altre più curate. Ma il punto non è mai stato la forma: è esserci. Anche con poco budget. Anche autofinanziandoci, se serve. Perché alla fine, se domani nessuno ci sostenesse, noi affitteremmo una sala e lo faremmo lo stesso. Perché ci crediamo. Perché vogliamo farlo"

Cosa intendete con la definizione ‘caos glorioso’ e come si manifesta, questo effetto, durante il Festival? Che tipo di eredità culturale volete lasciare, alla luce del claim ‘Dedicated to Preserve the Spirit’, che accompagna il Festival durante questa edizione?

Luca Merli: "Il 'caos glorioso' è quel momento raro e potentissimo in cui tutto si allinea. Succede magari durante una première di skate, o mentre un contest prende vita in modo spontaneo, o semplicemente quando la gente è lì, tutta insieme, e senti un’energia condivisa che attraversa tutto. Non è per un singolo trick, non è per un nome famoso. È una vibrazione collettiva. È come una festa tra amici riuscita benissimo, solo che siamo in 1500. E dopo settimane di fatica, di notti insonni, dopo aver detto a te stesso “basta, non lo faccio più”, è lì che ti torna la voglia. Perché quei momenti valgono tutto.

Ma c’è anche un senso di responsabilità. Dopo tutti questi anni, sento forte il dovere di proteggere lo spirito di una cultura che mi ha cresciuto. Il surf e lo skate hanno radici profonde. Io sono un figlio degli anni ’80, e quegli anni mi hanno formato: la musica, le fanzine, i video underground. Voglio mantenere viva quella scintilla. Quella forma di giovinezza che non ha a che fare con l’età, ma con l’energia vitale di un modo di vivere. Non vogliamo educare nessuno, non è questo il punto. Vogliamo offrire uno spazio aperto, di libertà, di scoperta, dove ci si possa avvicinare con curiosità. E lo facciamo mettendo insieme mondi che, sulla carta, non dovrebbero stare nello stesso posto: surfisti e skater, pubblici molto diversi. A volte si scontrano, ma è proprio lì che nasce la magia. Nel caos, nel mescolarsi. E realizzi il motivo per cui tutto questo ha senso"

Davide Martinazzo: "Per me, il 'caos glorioso' è quando tutto funziona nonostante tutto. Quando pensi che non ce la farai – il budget è minimo, i tempi stretti, le incognite infinite – e poi succede la magia: la sala è piena, i film arrivano, i rider raccontano storie vere, la gente applaude. È in quei momenti che ti rendi conto che ne vale la pena. Che serve ancora. Che c’è ancora qualcuno a cui importa. Il senso di responsabilità è altissimo. Lo skate è cambiato: è più visibile, più istituzionalizzato, più 'sportivo'. Ma è ancora una cultura. E va protetta in quanto tale. Perché i brand arrivano, usano tutto, e poi se ne vanno. Ma noi restiamo. Creiamo uno spazio dove chi ancora ci crede può incontrarsi, riconoscersi, rigenerarsi.

Le nuove generazioni sono complesse, sì. Vengono per il video dell’amico o per il DJ... Ma va bene così. Perché se anche solo uno si ferma, guarda un film e ascolta una storia vera: allora abbiamo colpito nel segno. Non stiamo facendo scuola, non vogliamo salire in cattedra. Vogliamo creare una piattaforma dove ognuno possa scegliere cosa e come scoprire. Oggi vedo persone al Festival che non so chi siano. Non mi riconoscono, non conoscono la mia storia. Invece di pensare “che peccato”, resto fermamente convinto che sia giusto così. Significa che il Festival è diventato qualcosa di più grande di noi. È vivo. Va avanti da solo. E quando qualcuno ci dice “grazie”, non è una formalità. È sincero. E mi fa capire il valore di quello che stiamo continuando a portare avanti"

Per partecipare allo Skate & Surf Film Festival visita i canali social dell’evento (https://www.instagram.com/ssff_ondenostre/ ) o il sito web (https://www.ssff.it ). Nei prossimi giorni proseguiremo il nostro viaggio editoriale legato a questo appuntamento con nuovi focus, dedicati ad alcuni dei suoi protagonisti.