Parole e pensieri del mezzofondista HOKA, recordman italiano sui 3000 metri indoor e sul Miglio

Nulla come una mente curiosa, già consapevole e raffinata, può trascinare il corpo a raggiungere risultati impensabili, perfino ad infrangere leggendari record nazionali. Nulla come una mente giovane e aperta può permettere il progresso culturale di un movimento sportivo così stratificato e complesso, come quello del running. La mente di Pietro Arese risponde a questo identikit.

24 anni, un oro continentale nel Cross e due record nazionali, sui 3000 metri indoor e sul Miglio, impreziositi da una laurea in Ingegneria per la Sicurezza del Lavoro e dell’Ambiente. Sta proprio qui, nel punto d’incontro tra sacrificio, riflessione e cultura, la formula segreta di un ragazzo che sta riuscendo a innovare la corsa italiana. Attraverso i tempi. Attraverso le parole. Attraverso il pensiero.

Comprendiamo le infinite sfaccettature di quest’umile campione ai margini di uno speciale talk, organizzato dal brand-partner HOKA in occasione della Stramilano: “Nel mezzofondo veloce la componente mentale è decisiva. Rispetto al mezzofondo lungo la gara è breve, non c’è margine d’errore. Nelle gare-sprint il discorso è diverso, conta semplicemente essere all’apice della tua forma, quasi nulla ti può condizionare al di fuori di te stesso. Nel mezzofondo, invece, puoi essere spinto, spostato, sgambettato... Quando ti trovi alla corda può succedere di tutto: sono dinamiche tanto affascinanti, quanto imprevedibili. Devi saper rispondere immediatamente all’intensità e ai movimenti altrui: il fattore tattico è essenziale. Per questo, a differenza di altre specialità, non sempre vince il più forte”.

E il fattore tattico è sinonimo di studio, spiega l’Azzurro nato e cresciuto nella provincia torinese, elencando le delusioni, o meglio, gli step d’apprendimento affrontati lungo il percorso della propria evoluzione sportiva. “Agli Europei di Monaco ho perso una medaglia perché sono stato superato e tappato da un avversario. Ho dovuto rallentare il passo, arrivando quarto per 14 centesimi. Nei Giochi del Mediterraneo ‘22, invece, ho affrontato una gara nervosissima, dove sono stato continuamente spinto, e ho mancato il podio. Riguardo le mie gare, analizzandole, proprio per evitare di ritrovarmi in situazioni analoghe. Studiando ho compreso che non avevo risposto alla fisicità altrui, e mi sono reso conto che la mia indole pacifica, in determinate gare, poteva essere controproducente. Le gare si vincono e si perdono anche solo per un centesimo, o per una gomitata. Ecco perché è essenziale la presenza mentale: io la sviluppo attraverso lo studio, la meditazione e il costante contatto con la psicologia sportiva”.

La logica di questo talento italiano, approdato all’atletica perché innamorato della texture del tartan, è tanto razionale, quanto passionale. Segue un pattern contemporaneamente accademico e lirico, sublimato in sacrifici e responsabilità. “Per me superare un record come quello di Di Napoli, sui 3000 metri, non è un traguardo, ma una parte del lungo processo d’avvicinamento ai mostri sacri della storia dell’atletica. Nella mia testa non ho ancora superato nessuno. Anche perché, se dovessi scegliere tra una medaglia importante e un record, non avrei dubbi nello scegliere la prima opzione. Tendo ad ispirarmi ai successi internazionali dei miei predecessori, non ai loro primati. Ho avuto la fortuna e l’onore di conquistare un oro a squadre agli Europei di Cross di Torino. Cantare l’inno nella mia città e sotto Superga, da tifoso del Toro, è stata un’esperienza unica. Ora mi sto concentrando su medaglie più “importanti”, se così vogliamo definirle, come quelle dei prossimi Europei di Roma. Riesco quasi a percepire le sensazioni che mi circonderanno all’Olimpico, in quel Colosseo moderno... Ho già la pelle d’oca, so che è un qualcosa per cui vale davvero la pena sacrificarsi e lottare”.

Già più volte impegnato nel ruolo di commentatore di Sky, o di “giullare”, come ama sottolineare con sincera autoironia, Arese oggi rappresenta ben più di numeri e risultati. È la definizione di atleta-impegnato, di prospetto-già attestato e di studente-professore del running. Una condizione privilegiata, guadagnata grazie alla rara sostanza interiore che, allenamento dopo allenamento, esperienza dopo esperienza, coltiva al pari delle sue performance. “Amo correre. Essere un atleta professionista è un privilegio senza paragoni. È il lavoro più bello del mondo. Vivere in prima persona questo percorso sportivo è meraviglioso.

Inoltre, il running è prezioso perché mi permette di viaggiare dentro me stesso. Spesso mi alleno da solo e non ascolto la musica, corro tra i miei pensieri, ascolto il mio respiro. La corsa fa bene al mio corpo, ovviamente, ma fa soprattutto bene alla mia mente: sulla pista sto conoscendo me stesso, non solo come atleta. E voglio continuare a farlo”.