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Welsh 3000s, le quindici cime montuose che, nella mappa naturale gallese, superano i 3000 piedi: quindici tappe primordiali, racchiuse nel magico Parco Nazionale Eyre, Snowdonia, e divenute, nel tempo, una sequenza di traguardi parte di una traversata unica nel suo genere. Per alcuni, una sfida contro il tempo. Per altri, un viaggio fatto di fatica e sublime meraviglia, d’ispirazione. Per Liam Arthur Norris, un’esperienza ibrida, profondamente suggestiva, raccolta in un resoconto scritto di proprio pugno e in una serie di diapositive scattate dove vette e corpi fendono i cieli. E dove sono le montagne a decidere se lasciarti passare.

Penetra allora i cieli, o monte dei torrenti!

E fa delle nevi la tua corona!

La luce di sogni immortali

continuerà a posarsi su di te.

 

Felicia Hemans, ‘Eryri Wen’

“Lo scorso luglio sono partito con la mia Fuji X100F, assicurata con un moschettone alla running vest e infilata in una tasca elastica, dentro un sacchetto di plastica che la potesse proteggere da pioggia e sudore. Un anno prima ero arrivato su queste vette insieme a Peter e ad altri due compagni, inseguendo la sfida aperta del London Mountaineering Club: le quindici cime dei Welsh 3000s, tutte oltre i tremila piedi, disseminate lungo tre catene montuose. Il percorso prevede partire dal rifugio del club ai piedi dell’Elidir Fawr per poi farvi ritorno. I Carneddau, i Glyderau, il massiccio dello Snowdon. Quella volta, il maltempo aveva chiuso ogni orizzonte. Tra le nuvole avevamo perso il filo della navigazione e, dopo diciassette ore e mezza, eravamo tornati a casa grati anche soltanto di aver attraversato indenni la lama di Crib Goch. Così, abbiamo deciso di riprovarci. Questa volta, il cielo si è presentato terso, generoso, e l’intero percorso appariva nella luce: le arrampicate di Tryfan e Crib Goch si stagliavano contro un cielo che non sembrava voler fare altro male, se non lasciare la pelle arrossata. Abbiamo percorso 56 chilometri, superando 4.500 metri di dislivello. Non era la situazione più semplice per fotografare: mi riferisco al fermarsi con gambe che desiderano soltanto bloccarsi una volta per tutte, oppure rubare immagini durante la corsa... Eppure, la stanchezza è divenuta parte stessa dello sguardo: la bellezza insieme all’avversità, i nostri corpi esausti avvolti dalle montagne. Il club lo chiama Champagne Challenge. Scendi sotto le quindici ore e la bottiglia è tua. In tutti questi anni, soltanto quattordici persone ci sono riuscite. Io e Peter siamo scesi dall’ultima cresta e abbiamo raggiunto il rifugio in quattordici ore e ventisei minuti. Abbiamo bevuto quelle bollicine nella dorata quiete serale: doloranti, svuotati, completamente felici. Altri due nomi aggiunti ad una lista cortissima, e una manciata di fotografie a testimoniare che, quel giorno, le montagne hanno deciso di lasciarci passare.”