Ci sono film che raccontano la montagna. E poi ci sono esperienze artistiche che te la fanno percepire sulla pelle, in modo nuovo e imprevedibile
Ideato da Chris Benchetler, Mountains of the Moon appartiene a questa seconda, rarissima categoria: un sogno a occhi aperti che si muove dopo il tramonto, fuori dai confini dei generi, dove sport d’azione, riprese surreali, animazione e una colonna sonora senza tempo dei Grateful Dead si fondono fino a diventare qualcosa che somiglia meno a una “storia” e più a una vibrazione condivisa. È una meditazione sulla luce e sul fascino del contrasto, un’oscurità che non spegne lo splendore ma lo mette a fuoco.
Nel film e in tutto ciò che lo circonda — un libro fotografico, studi concettuali, installazioni ed mostre artistiche — Mountains of the Moon parla un linguaggio universale fatto di movimento, natura, musica e coscienza. E ci invita a ricordare ciò che ci unisce: la nostra umanità comune e la responsabilità verso il mondo che ci ospita. Benchetler lo definisce ‘dipingere con la luce’, lasciando che sia la Terra la tela. Ne nasce un’esperienza immersiva che ricorda una cosa semplice e potente: innovazione e rispetto possono coesistere, e lo stupore può trasformarsi in cura.
Per capire come sia stata catturata questa visione multidimensionale — come si fotografa una sensazione, la velocità, i legami invisibili tra atleti e paesaggio — abbiamo parlato con quattro dei fotografi dietro al progetto: Chris Burkard, Christian Pondella, Todd Glaser e Jay Blakesberg. Nella conversazione che seguoe ci hanno raccontato cosa significhi inseguire la luce e cosa hanno scoperto, scatto dopo scatto, su presenza, processo e sul potere selvaggio ed essenziale, della natura.



Prima di prendere in mano una macchina fotografica per questo film, cosa significava per te, a livello personale, ‘dipingere con la luce’?
Chris Burkard: “Credo che, in fotografia, dipingere con la luce non sia solo ciò che “rivela” una scena: è la scena. È la luce a costruire l’atmosfera, a creare dualità, a portare quell’energia senza tempo che cattura tutta la nostra attenzione. Vederla scorrere tra gli alberi, scivolare su una cresta, attraversare un soggetto in movimento; sfiorare il bordo di un’onda o inghiottirsi nelle ombre. Quando impari a lavorarci — ad aspettarla, inseguirla, o anche solo a lasciarti guidare — non stai semplicemente documentando. Stai traducendo un contrasto muto, qualcosa che sembra quasi di poter afferrare.”
Christian Pondella: “Per me era l’occasione di lavorare con forme, ombre e colori su una tela bianca — neve, montagne — e intrecciare tutto con l’action sport. Fermare in un’immagine statica un attimo che, di solito, vive nel movimento.”
Todd Glaser: “La luce dipinge le montagne ogni giorno. Succede quando il cielo è coperto e le nuvole diffuse ammorbidiscono i profili del terreno; e succede quando l’aria è cristallina e le ombre nette scolpiscono i contorni. Quando Chris e il team hanno deciso di ‘dipingere con la luce’, hanno messo insieme plurime esperienze di vita per aggiungere, sottrarre, modellare paesaggi e scene fino a portarli in uno stato quasi onirico.”
Jay Blakesberg: “Io dipingo con la luce da decenni, ma dipingere con la luce in montagna non mi era mai passato per la testa finché Chris non mi ha chiamato. Per me era un’idea totalmente nuova. Ho deciso di entrare nel suo mondo e vedere cosa avrei potuto creare. Qualsiasi preconcetto è saltato dopo la camminata di mezz’ora con l’attrezzatura fino alla zona di arrampicata a Bishop. Era un territorio inedito: dovevo seguire il flusso e capire cosa sarebbe successo. Ho osservato, ho fatto domande, ho trovato un masso piatto abbastanza grande da diventare il mio campo base e mi sono preparato a fotografare qualcosa che non avevo mai visto dal vivo, solo in TV e nei video online… era tutto nuovo. E questa è una sensazione meravigliosa: quando sembra che possa accadere qualunque cosa e tu devi solo farti trovare pronto.”



Il film è stato girato al buio, con laser e luci potentissime. Di notte il tempo e lo spazio cambiano consistenza. In che modo l’oscurità ha influenzato composizione, previsione del movimento e comunicazione con gli atleti?
Chris Burkard: “È un di quei progetti da ‘adesso o mai più’. Immagini così esistono solo quando una dozzina di creativi si muove insieme e una miriade di dettagli tecnici si incastra nel posto giusto, al momento giusto. Scattare nel buio mi ha costretto a camminare sul filo tra ISO, tempo e diaframma, provando allo stesso tempo a bloccare l’attimo in cui l’atleta è esattamente dove deve essere. Le luci e i laser dovevano soddisfare sia l’idea creativa sia i limiti della fotocamera: avevo la sensazione di voler congelare un istante che quasi non voleva farsi trovare. Con quel ritmo e quelle condizioni, ogni micro-aggiustamento era una scelta calcolata: preparazione e istinto, nello stesso gesto.”
Christian Pondella: “Una volta ‘dipinta’ la scena con la luce, era come se il tempo si fermasse. La luce non cambiava e non si spostava come succede col sole o con l’illuminazione naturale. E questo, paradossalmente, ti dava più tempo: per pensare, valutare, progettare la scena e l’azione — e per spiegare la tua visione agli atleti con chiarezza.”
Todd Glaser: “Lavorare nell’oscurità aggiunge una nuova serie di sfide, certo, ma allo stesso tempo ci ha dato una libertà enorme: giocare con il modo in cui luce e buio cadono sulla scena e finiscono poi dentro l’obiettivo. Nella disposizione delle luci abbiamo portato quello che avevamo imparato osservando la natura: colori, intensità, equilibri, e un dialogo continuo tra l’azione e il paesaggio. Qui la spinta era creare arte: avevamo spazio per immaginare, osare, ispirarci.”
Jay Blakesberg: “Io scatto all’oscuro da una vita, e la mia percezione di tempo e spazio è alterata da quando ho preso LSD 48 anni fa — quindi sul set, per me, era tutto normalissimo. Solo che prima il buio erano i club e le venue dei concerti, non i fianchi delle montagne a Bishop, in California, o i boschi umidi e neri della costa dell’Oregon. Amo essere messo alla prova con la macchina in mano: è il modo migliore per mettere in pratica la mia regola, ‘No Risk, No Reward’. Mettermi nella condizione di rischiare creativamente è dove mi sento a casa. Chris quello spazio lo creava ogni notte, e io mi sono divertito da morire a giocare nel suo campo.”



Avevi davanti alcuni dei nomi più iconici dell’action sport — Danny Davis, Michelle Parker, Rob Machado, Carson Storch. Cosa ha portato la loro presenza nel tuo processo creativo?
Chris Burkard: “È stato un privilegio di altissimo livello, e non lo dico per modo di dire. Passione e determinazione erano contagiose: eravamo tutti lì per dare il massimo. Questo ha tirato fuori il meglio di me. Il mio processo non è cambiato — è cambiato il carburante. Come versare liquido infiammabile su una fiamma viva. Ogni tentativo e ogni scatto diventavano un gesto di pura ambizione, alimentato dalla sensazione condivisa che tutti volessimo realizzare questo progetto al massimo delle nostre capacità.”
Christian Pondella: “Quando fotografi atleti professionisti di quel livello, si allarga lo spazio della tua immaginazione: capisci fin dove puoi spingerti nel raccontare la loro performance e l’impatto del loro mestiere.”
Todd Glaser: “Chris ha scelto una per una le persone coinvolte, davanti e dietro la camera. Non sono solo atleti incredibili: sono anche visionari. E, come tanti fotografi e filmmaker cresciuti praticando gli sport che amiamo documentare, anche loro hanno anni di esperienza nel lavorare con chi riprende. Sanno cosa funziona, da quali angoli, da quali prospettive — e questo aiuta tantissimo.”
Jay Blakesberg: “Io non sono arrivato pensando a ‘nomi iconici’, perché non è il mio ambiente abituale. Io volevo immagini di atleti tosti, che fanno quello che sanno fare, sotto l’incantesimo della visione di Chris Benchetler. ‘Mettiti sulla traiettoria dell’opportunità’, vale per mille situazioni della vita. Chris mi ha offerto l’opportunità e io ho detto sì. Poi, una volta lì, tutto è andato alla grande. Ho dovuto trovare il mio posto in questa storia per sfruttare quell’occasione, provare cose nuove e ottenere qualcosa di bello, unico, speciale — mentre documentavo ciò che accadeva davanti a me. Il mio compito era: testimoniare un momento storico, creare arte, collaborare, fare squadra.”

Più fotografi, ciascuno con uno stile forte e riconoscibile. Come hai gestito quell’energia collettiva?
Chris Burkard: “Mi sono letteralmente nutrito dell’energia di creativi affini. Condividevamo l’idea di ciò che fosse possibile in un ambiente così unico. Anche sotto la pioggia battente del Pacific Northwest, con il fango che ci arrivava alle caviglie a ogni passo, la carica non è mai mancata. Nessuno ha tirato indietro la mano. O davi il 110% o niente — e ‘niente’ non era un’opzione.”
Christian Pondella: “In fondo, i generi fotografici si sovrappongono sempre. Che tu fotografi un concerto, un ritratto, un paesaggio o uno sport d’azione, stai comunque trasmettendo una visione, fermando un attimo nel tempo attraverso luce, ombra, texture e forma. Il soggetto cambia, il linguaggio resta.”
Todd Glaser: “Avevamo tutti molta libertà nel modo di fotografare e creare, seguendo come vedevamo le scene prendere forma. Quando hai qualcuno come Chris che si fida del tuo sguardo, senti una scarica di libertà che ti spinge a sperimentare — ed è questo che rende progetti così davvero divertenti. Tutti hanno lavorato duramente quando le camere erano spente; quindi quando la squadra era pronta, le luci accese e le macchine in azione, l’adrenalina di fare qualcosa che non si era mai visto ci spingeva a dare il meglio, per il bene del progetto.”
Jay Blakesberg: “A volte sono l’unico fotografo sul posto, altre volte siamo in tanti. In pratica abbiamo tutti fotocamere simili, sensori simili, lenti simili, software simili. Io però credo tantissimo nella condivisione: informazioni, conoscenza, esperienza. Anche se ci provassimo con tutte le forze, non potremmo davvero copiarci: è impossibile essere qualcun altro. Ognuno vede il mondo e le opportunità a modo suo. Abbiamo storie diverse, vite diverse, percorsi diversi che ci hanno portato su quella montagna o in quelle foreste. Metti tre fotografi nello stesso punto: torneranno con tre immagini diverse. E questa è la bellezza della fotografia.
Questo è il tipo di persone con cui voglio stare: perché ti ispirano. E quando ti senti ispirato, diventi migliore, più appassionato e quell’energia passa avanti, fino a ispirare qualcun altro.”







