C'è poesia nel modo in cui un corpo si muove su una tavola, nell'acqua, su un campo. Alcuni inseguono un obiettivo, altri una sensazione. Per Oscar Matt è sempre stata una questione di immagine: la consistenza di un momento fugace, l'eleganza di un movimento, la tranquilla bellezza insita nello sport
Molto prima che la moda rivolgesse lo sguardo al calcio, prima che i brand iniziassero a tradurre l'abbigliamento sportivo nel linguaggio delle passerelle, Oscar stava già catturando il ritmo del suo personale viaggio con una macchina fotografica a tracolla, trasformando i suoi viaggi con gli amici - che fosse snowboard, surf o semplicemente amici su una tavola da skate- in qualcosa di estetico, un riflesso del loro comune senso di libertà. Lavorare come fotografo non è mai stato un obiettivo chiaro; nulla è stato forzato. Nessun set o copione. Solo luce, linee ed energia cinetica.
Lo stesso istinto è ancora presente nel suo lavoro di oggi: più raffinato, ma non meno romantico. Dietro l'obiettivo delle recenti campagne di Pompeii, porta in ogni scatto una sensibilità plasmata non solo dalle strade vibranti e dall'estetica di Barcellona, ma anche dalla vita tranquilla delle piccole città di periferia. La sua fotografia si legge come un diario visivo: intimo, immediato e pieno di storie mai raccontate.
In questa attuale ondata creativa - a metà tra la pressione crescente e la passione radicata - Oscar ci ha parlato di stile, calcio, nostalgia e della silenziosa gravità della sua personale arte.
Non si tratta solo di moda: è la morbida collisione tra sport e anima. È la filosofia condivisa da uno dei brand più silenziosamente visionari che orbitano intorno all'immaginario sportivo contemporaneo: Pompeii.





Il lato artistico dello sport
“Non sono un atleta - almeno non nel senso tradizionale del termine, anche se da bambino ho giocato a calcio per molti anni - ma ho sempre pensato che lo sport offra qualcosa che va ben oltre lo sforzo fisico. Ha un ritmo visivo, una coreografia silenziosa... È un'opera d'arte che spesso viene trascurata. A quindici anni ho preso in mano la prima macchina fotografica solo per documentare ciò che mi circondava. Allora il mio mondo ruotava intorno al surf, allo skate e allo snowboard: è stato naturale iniziare a fotografare i miei amici che si muovevano in quegli sport. Oggi sono più coinvolto in progetti legati al calcio, soprattutto perché la moda ha rivolto la sua attenzione a questo sport. Ma le mie radici creative affondano nella cultura più lenta e libera del surf/skate. È lì che ho imparato a “vedere”.
Ho studiato grafica pubblicitaria e conseguito una laurea in interior design, e poi un master in direzione artistica con particolare attenzione sullo still life. Onestamente, molto prima di tutto questo, ero già in strada, macchina fotografica alla mano, a documentare la vita che conoscevo. Era tutto molto istintivo: gli amici, le tavole, il mare, le strade, catturare quei momenti non programmati: quell'estetica rude che, ancora oggi, definisce il mio modo di vedere e creare.
Il mio percorso nella fotografia è stato molto organico. Ho iniziato a scattare con budget molto limitati, a volte per brand di moda, altre persino gastronomici. Poi sono entrato in uno studio di interior design e ho iniziato a fotografare gli spazi che lo studio progettava. Da lì, mi sono buttato a capofitto sulla fotografia e tutto ha cominciato a crescere. In meno di tre anni, sono entrato a far parte di Pompeii come direttore artistico per guidare il rebranding insieme a Cosme Bergareche, e ho scattato per alcuni dei marchi più importanti di Barcellona in quel momento, come Vicio e Nude Project.
Trascorrere le mie giornate fotografando in settori così diversi mi ha dato un ampio spazio per iniziare a formare il mio linguaggio visivo, che vive all'intersezione tra moda, storia e memoria. Oggi lavoro per Pompeii e collaboro con diverse agenzie creative di Barcellona.
Al giorno d'oggi, oltre a scattare, la maggior parte del mio tempo è dedicata alla regia, soprattutto nei panni di direttore creativo durante shooting moda”.




Creatività visuale
“Da Pompeii ricopro il ruolo di Art Director, o più precisamente di Brand Creative Director. Cosme Bergareche, il direttore creativo, è colui che guida la visione e concettualizza il prodotto, le collezioni, ecc. Il mio ruolo viene dopo, nell'interpretazione dei vari drop. A volte il concept non riguarda direttamente il prodotto e altre volte c'è bisogno di costruirgli un mondo visivo intorno, con o senza una chiara narrazione, ed è qui che intervengo io.
La verità è che la moda, a differenza della pubblicità in altri settori, ha una richiesta estetica molto più elevata. In molti casi, la bellezza e l'estetica hanno la precedenza su tutto il resto, e il concept può rimanere più astratto, più sensoriale. Non tutto ha bisogno di una narrazione completa fin dall'inizio.
In Spagna - e credo anche altrove - la maggior parte dei brand di moda non dispone di budget enormi per i propri reparti creativi. Si cresce dovendo essere creativi a 360°. Non c'è spazio per un team completo. Ricordo che i miei primi servizi erano così, dovevo ricoprire ogni ruolo: fotografo, tecnico delle luci, direttore artistico, post-produzione. È così che ho iniziato. Mi chiedevano - “Oscar, abbiamo bisogno di uno shooting fotografico” - io andavo e dovevo fare praticamente tutto.
Quando sono entrato a far parte di Pompeii, le cose sono cambiate. Anche se siamo ancora una piccola realtà, ora posso collaborare - soprattutto nelle produzioni audiovisive - con direttori della fotografia, stylist, produttori, lighting designer di talento. Siamo in un buon momento, con una bella squadra. Tuttavia, voglio sottolineare che, ad esempio, la nostra recente campagna con Kappa è stata realizzata con un team molto piccolo e un budget molto basso, eppure la risposta è stata enorme. È diventata virale. Questo dimostra che non servono grandi budget, ma solo le idee giuste.
Per me la creatività non è un interruttore che accendo o spengo, ma un modo di muoversi nel mondo. Mi lascio guidare molto dalle immagini. I miei pensieri non iniziano con parole o strategie, ma con una sensazione, una inquadratura, una palette colori. Non inizio sempre con un “concetto”, come fanno le grandi agenzie. Spesso parto da ciò che voglio vedere: l'energia, le silhouette, l'emozione dell'immagine. E questo mi piace. Viviamo in un'epoca in cui le persone si connettono visivamente più velocemente che con il testo. L'immagine deve parlare per prima.
In Pompeii siamo costantemente impegnati a bilanciare due forze: la coerenza e la viralità. L'ideale è trovare una via di mezzo: qualcosa di autentico, ma che possa avere risonanza. Ecco perché ammiro l'autenticità di fotografi come Quentin De Briey o Miguel Triano. Portano questa cruda onestà nei loro lavori di moda. Non si sentono mai forzati. È questo che amo: quando tutto sembra vero, onesto. Quando sembra vita vera, non pubblicità. Quando sembra qualcosa che abbiamo vissuto e che abbiamo semplicemente scattato”.






Calcio, stile e Barcellona
“Anche se ho parlato di skate e surf, per assurdo ho giocato molto a calcio quando ero bambino. Mio padre era il presidente del club della nostra città e ne ho fatto parte fino a 21/ 22 anni li. Dal punto di vista creativo, però, il calcio non mi ha mai ispirato”.
Per quanto riguarda l'attuale ondata in cui moda e calcio si incrociano, i brand stanno coltivando una visione dello sport più estetica, che autentica. Raramente si tratta di veri tifosi sfegatati o dell'energia viscerale della cultura degli stadi. Quello che si vede ora è una reinterpretazione stilizzata. Certo, alcuni calciatori hanno stile -Jules Koundé, per esempio - ma non tutti rientrano in questo schema. Molto di ciò che viene prodotto è guidato più dalla narrazione che dalla realtà.
Non sono nato a Barcellona, sono cresciuto in un piccolo paese e ho trascorso molto tempo in viaggio con gli amici, di solito in luoghi dove potevamo fare snowboard o surf. È ancora così che vivo. Mi divido tra il mio paese, Madrid e Barcellona, finché non riesco a scappare in spiaggia o in montagna. Di nuovo, l'intersezione tra snowboard, surf e stile urbano ha plasmato il mio linguaggio visivo come nessuna università avrebbe mai potuto fare. Se avessi studiato fotografia in una delle migliori scuole, senza aver mai toccato una tavola, sono sicuro che il mio lavoro sarebbe diverso.
Barcellona mi ha decisamente influenzato. Per molto tempo ho lavorato solo lì. Ha un'estetica genuina e bohémien, senza filtri, piena di carattere. Madrid, invece, è più curata, molto più classica. C'è una diversa pressione sociale: a Madrid devi apparire in un certo modo, devi vestirti “correttamente”. Onestamente, non avevo mai sentito questa pressione estetica prima di lavorare a Madrid, nemmeno a Parigi. Sono sempre stato più attratto dall'energia di Barcellona anche per questo motivo: meno perfezione, più personalità. Anche se, ci tengo a specificarlo, Madrid rimane una città perfetta in cui vivere”.




L'estetica di Pompeii
“È incredibile quanto la gente sia profondamente legata al calcio oggi. Dieci anni fa, non era esattamente 'cool' essere degli appassionati. Certo, io e i miei amici ci riunivamo in terrazza per guardare le partite del Barça con qualche birra, ma era un rituale, qualcosa di intimo. Ora? È ovunque. È mainstream. Socialmente accettato. Alla moda.
Pompeii ha sempre avuto un piede in questo mondo. Cosme e Jaime, i fondatori, sono veri appassionati di calcio. Con la nostra crescita, è cresciuta anche la nostra identità. Ora abbiamo una chiara percezione di ciò che si adatta al nostro tone of voice: sappiamo cosa funziona, cosa non funziona e fino a che punto possiamo estendere l'estetica senza perdere il filo.
Questo cambiamento culturale ha aperto molte porte creative. Lavorare con le squadre di calcio oggi permette di avere più spazio per l'espressione, più connessione con ciò che accade nella moda e nella cultura giovanile. Marchi come KidSuper o Acne Studios stanno reimmaginando il calcio in modi elevati: eleganti, un po' eccentrici, pieni di emozioni. Sono in sintonia con questo. Allo stesso modo, con Pompeii siamo intenzionati a non seguire il gregge. La scena è satura di riferimenti riciclati, di nostalgia su nostalgia. La gente vuole qualcosa di diverso: nuove forme, nuove texture, nuove storie.
Questo è stato l’obiettivo alla base della nostra collaborazione con il Racing de Santander. Il risultato è stato bello e sorprendente, inoltre era esattamente quello di cui avevano bisogno i tifosi stessi. La campagna video è stata abbastanza provocatoria e in 48 ore ha avuto oltre un milione di visualizzazioni su tutte le piattaforme. Questo dimostra quanto Il mondo del calcio sia enorme.
Tutto ciò è avvenuto subito dopo una campagna con il Ceuta, un club multiculturale di una delle città autonome spagnole nel Nord Africa. Ceuta è affascinante. La sua energia e la sua gente mi hanno lasciato senza fiato. È un luogo curioso, circondato da confini su tutti i lati. Sembra quasi un sogno e la città ha una forza culturale infinita. Quel progetto ha attirato molta attenzione e il Racing si è messo in contatto con noi poco dopo.
Con il Racing di Santander volevo che le immagini riflettessero l'anima della città. Una parte è stata girata a La Magdalena: uno splendido palazzo che, stranamente, non era mai stato utilizzato per una campagna. Era lì che aspettava di essere scattato. L'altra parte è stata girata al Club Nautico, un luogo che definisce lo stile di vita e il legame della città con il mare. Gli abitanti di Santander hanno un'eleganza discreta. Non hanno bisogno di gridare per essere visti, e questa moderazione, questa tranquilla sicurezza, riflette molto di ciò in cui crediamo in Pompeii. La campagna è diventata un modo per collegare visivamente il club, la comunità e l'abbigliamento”.




La pressione crea diamanti
“La crescita porta pressione, ma il tipo di pressione che ti spinge a migliorare. Tengo molto alla community che abbiamo costruito. Il nostro pubblico si estende ormai a milioni di persone, eppure sento Pompeii come ancora qualcosa di intimo, un neonato. Sono emotivamente legato al progetto, ai fondatori, al percorso. La pressione che sento non viene dall'esterno, ma è interna. È la responsabilità di continuare a creare cose non solo belle, ma anche significative.
Detto questo, mentirei se dicessi che a volte non mi chiedo se sto dedicando troppo di me stesso al lavoro. Ci sono progetti personali che ho dovuto accantonare. Sia chiaro, non sono infelice, anzi, tutt'altro, ma mi manca quel lato più artistico, senza filtri, senza scadenze o briefing. Forse un giorno tornerò a riviverlo. Magari quando avrò 50 anni. O anche prima.
A volte fantastico sul prendermi una vera pausa. Mollare tutto, trasferirmi in Islanda per vivere con un vecchio islandese in una fattoria di cavalli e passare due anni a girare un documentario: lento, tranquillo. Qualcosa per resettare tutto. Qualcosa di egoistico, nel senso migliore del termine.
La realtà è che l'industry creativa non si ferma. Se ti allontani, anche solo per un po', il ritmo può lasciarti indietro. Si perde la connessione con il presente: le tendenze, le conversazioni, il linguaggio del momento. E questo mi spaventa.
Resto profondamente grato. C'è stato un momento della mia vita in cui ho sognato di fuggire dalla frenesia, di avere un'esistenza molto più semplice. In qualche modo, però, sono sempre finito per tornare a costruire ciò che sto facendo ora. Sono esattamente dove volevo essere: mi godo la vita, forse troppo velocemente, ma me la godo. Onestamente, in questo momento, non riesco ad immaginare di abbandonare tutto ciò”.




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