Durante la Design Week di Milano, l’outdoor troverà nuova forma e significato nel ‘Giardino delle Meraviglie’, ne abbiamo parlato con l’artista Agostino Iacurci e il curatore Luca Molinari
Lo storico d’arte Wilhelm Fraenger definiva il celebre Giardino delle Delizie dell’oscuro Hieronymus Bosch come “un’utopia, una condizione millenaria che potrebbe offrirsi se all'umanità fosse permesso di tornare nel Paradiso, in uno stato di tranquilla armonia, abbracciando tutta la Creazione”. Le sue parole riecheggiano nel ‘Giardino delle Meraviglie’ firmato dall’artista Agostino Iacurci e voluto da Luca Molinari per la Design Week milanese: uno spazio utopico, per l’appunto, un’oasi tranquilla e armoniosa, che permetterà al pubblico di abbracciare il mondo outdoor in tutta la sua bellezza contemporanea, così come nella sua essenza senza tempo.
Abbiamo avuto l’opportunità di chiacchierare sia con Iacurci, che con Molinari, comprendendo le ragioni e il valore di questo luogo idilliaco, dove door, noto magazine di interior di Repubblica, ospiterà talk, workshop e cultura dal 7 al 13 aprile, trasformando i Chiostri di San Barnaba in luoghi di educazione all’universo outdoor e condivisione sociale. Per l’occasione, abbiamo anche avuto modo di ragionare sul rapporto tra il tema centrale di questa esposizione, l’immaginario sportivo e l’arte contemporanea.




Che ruolo ha giocato lo sport nella maturazione della filosofia artistica di Filippi Iacurci? Che tipo di rapporto hai con il suo immaginario?
Agostino Iacurci: “Nella mia vita sport e arte si sono incontrati in vari momenti e su vari livelli. Sono cresciuto a Foggia, una città a vocazione calcistica. Non mi sono tanto formato nei suoi ambienti calcistici, quanto in quelli politici. Anche in essi, però, il calcio risultava inevitabilmente pervasivo. Tanti di coloro che erano coinvolti nella scena dei graffiti e della militanza ‘extraparlamentare’ avevano dei punti di contatto con il calcio locale. Ho ritrovato la stessa situazione a Roma, dove ho trascorso gli anni universitari.
Il mio percorso professionale è iniziato come designer per brand come Adidas. Per farlo, mi sono trasferito all’estero. Quella scelta ha portato al primo grande shift di prospettive nella mia vita: da un lato, mi ha introdotto ad una dimensione creativa internazionale e mi ha educato al mondo dello sportswear, dall’altro mi ha fatto comprendere che, in fondo, non volevo trattare l’elemento sportivo in quel modo. Lo sport per me è un tema, lo utilizzo come metafora, anche per raccontare il lavoro di un artista. Spesso la gente immagina la nostra professione come un lavoro dei sogni. Come nel caso di uno sportivo, però, è fatto in realtà di una lunga serie di sacrifici. Con una mostra o un’opera specifica raggiungi picchi adrenalinici, come in una gara. Poi, però, devi subito pensare al prossimo obiettivo. Serve disciplina quotidiana.
Soprattutto nella prima fase della mia carriera artistica, mi sono molto concentrato sul wall painting. Questa pratica ricorda, in un certo senso, uno sport estremo. Non arrampichi fisicamente, ma subentrano componenti analoghe come la gestione dell’equilibrio o la percezione dello spazio… Il tuo corpo diventa un’unità di misura: non hai altri punti di riferimento, almeno nel modo in cui io concepisco questa forma artistica. E il corpo, nello sport, è l’unità di misura essenziale. Ho avuto la fortuna di praticare molti sport, quindi questa associazione è abbastanza naturale…”




Entrando nel vivo di Opendoor, come si sta evolvendo il rapporto dell'uomo con il panorama outdoor e quanto l'elemento sportivo sta entrando, effettivamente, in contatto con l'elemento artistico per comunicare ed elevare questo tema?
Luca Molinari: “La domanda è molto attinente al cambiamento epocale che sta avvenendo negli ultimi decenni. Abbiamo a lungo vissuto una sorta di separazione tra l’essere chiusi in casa e stare fuori, nella natura, a respirare e rilassarsi. Per molto tempo, a partire dal secondo dopoguerra, l’outdoor è parso quasi un mestiere.
Oggi, ritengo che la distinzione tra queste dimensioni sia molto meno netta. Le città si stanno popolando di spazi in cui la relazione interno-esterno è molto più ambigua e fluida. Stiamo tornando a vivere in comunità, e mi riferisco anche a comunità digitali che diventano fisiche in determinati momenti, ritrovandosi in spazi aperti. In passato vedevo comunità come i latinos che si ritrovavano al parco per fare grigliate, giocare e condividere intere giornate. Guardavamo a questi fenomeni come se fossero un qualcosa di esotico: in realtà erano modi estremamente interessanti d’impossessarsi di uno spazio pubblico, di usarlo in maniera attiva. Adesso notiamo la necessità generale di replicare quel comportamento, di respirare un’aria diversa, certo, ma anche di stare insieme, di creare contatti e relazioni umane… Questo fenomeno antropologico si combina implicitamente con l’elemento sportivo. Il gioco è divertimento condiviso, ed è cura del proprio corpo: altro tema, questo, che risulta cruciale per la società contemporanea. Grazie allo sport e al gioco, sempre più spazi pubblici e privati riescono a fondersi, anche in modi inattesi. C’è un cambio di paradigma in atto, dove l’utilizzo di un’arte come la pittura, per esempio, permette alle persone di rivoluzionare le prospettive su determinati spazi, trasformandoli in luoghi generosi e trasversali. È decisamente importante.
Ovviamente, dobbiamo sempre tenere presente un distinguo tra la scala delle città. Nelle metropoli, dove i gradi di complessità e di comunità compresenti sono maggiori, la formalizzazione più istituzionale degli spazi risulta, direi, inevitabile. Diventa ben più complesso creare dei progetti, anche solo estemporanei. In contesti metropolitani, rivoluzionare una piccola piazza piena di parcheggi, chiudendola e rendendola, per esempio, un luogo di gioco, è un processo che deve necessariamente arrivare a monte, dalla virtuosa visione a lungo termine della municipalità. Ancora una volta, parliamo di qualcosa che, a mio avviso, è cruciale per la nostra società, oltre ad avere un profondo valore politico.”


‘Il Giardino delle Meraviglie’, che significati si celano dietro questo spazio espositivo e cosa vuole comunicare al pubblico?
Agostino Iacurci: “Come dicevo in precedenza, sono cresciuto in una realtà come Foggia, dove tutta la vita era riversata all’esterno. A casa si stava solo per mangiare e dormire. Le forme d’organizzazione del tempo libero non esistevano, o erano elementari. Quindi, lo spazio esterno diveniva sinonimo d’invenzione giovanile. Mi sono avvicinato al wall painting per questa ragione: i muri, le strade, le piazze altro non erano che spazi d’espressione. Prendevamo queste porzioni spaziali e le ‘colonizzavamo’, tasformandole e qualificandole a gallerie artistiche. Ribaltavamo un paradigma, per l’appunto… E un bene privato, magari abbandonato, diventava un bene collettivo.
Lo spazio outdoor resta per me il primo luogo di espressione artistica, e non solo. È il primo luogo di espressione in senso generale. Nutro un legame speciale con esso, perché l’unione tra architettura e paesaggio ha formato il mio senso dello spazio, dei materiali, del colore, perfino della luce. Chiaramente, in termini artistici bisogna poi sempre fare i conti con il tipo di architettura e di paesaggio con cui si ha a che fare. I Chiostri di San Barnaba non sono un cavalcavia o una piazza qualunque, sono un luogo bellissimo, che ha permesso a me e agli altri artisti coinvolti in Opendoor di esprimerci su vari livelli. Tutti abbiamo deciso di ragionare e di trovare una fil-rouge nell’idea di ‘Giardino delle meraviglie’, di luogo delle delizie.
Sono sempre stato appassionato del filone narrativo e artistico dei paradisi, così come dell’hortus classico, bucolico. E mi ha sempre colpito il fatto che un luogo circoscritto ed ideale sia stato declinato in vari modi e forme. Quello del paradiso, e del giardino, sono concetti che appartengono a tantissime culture, specialmente a quella italiana, fondata sul cattolicesimo. Parliamo di un qualcosa di ampio, controverso, ricco d’ispirazione, storia e criticità... In questo specifico caso, abbiamo deciso di legarlo al gioco, al ludus. Una delle mie prime mostre ruotava attorno al concetto di ‘Homo Ludens’ teorizzato da Huizinga, e Huizinga riecheggia anche nell’impianto generale di Opendoor. Ci sono riferimenti ad artisti come Bosch, un maestro dei giardini delle delizie, ed elementi architettonici elementari, ma fuori scala, pensati quasi come giochi per bambini. La loro simbiosi crea un paesaggio fantastico: un connubio di isole naturali, tracce artistiche e oggetti di design”
Luca Molinari: “Confermo quanto detto da Agostino, aggiungendo una riflessione: la nostra idea è che questo giardino delle meraviglie sia un luogo felice, dove potersi fermare a riflettere collettivamente durante la Design Week. Un luogo pubblico che permetta di creare conversazioni virtuose, consentendo, allo stesso tempo, al design di essere concepito come una cosa per tutti… Nei giardini, basti pensare a quello notissimo del Decameron di Boccaccio, è notorio che ci si rilassi e si possa parlare di svariati temi con le persone più diverse. Vogliamo che Opendoor abbia la stessa funzione. Le persone potranno vivere i Chiostri di San Barnaba attraverso il dialogo, o anche solo fermandosi e ascoltando della buona musica, o ancora partecipando ai festival e ai workshop che organizzeremo.
Il mio lavoro mi dà la possibilità di viaggiare in giro per il mondo e guardo sempre dove le persone si riuniscono e, guarda caso, sono sempre luoghi belli, piacevoli. Ormai tutti parliamo di esperienza. Ecco, io credo che l’esperienza significhi come ci sentiamo in un determinato luogo. Lo spazio può essere inteso come un qualcosa di fisico e materiale, ma anche come un qualcosa di culturale. Può essere il centro di aggregazione per comunità diverse, che possono confrontarsi nella comune condivisione della bellezza. Sostengo che proprio la bellezza dei luoghi possa abbattere moltissime delle tensioni che popolano la contemporaneità. Opendoor vuole anche essere testimone di questo”


Sostenibilità e outdoor sono due dimensioni simbiotiche, è così anche in Opendoor?
Luca Molinari: “La sostenibilità è centrale in Opendoor. Per esempio, vogliamo che le installazioni di Agostino abbiano una seconda vita. Inoltre, ci tengo a sottolineare che abbiamo lavorato seguendo una linea precisa di ‘povertà saggia’. L’industria del design cozza spesso con il problema del consumo della materia, con Opendoor cerchiamo di esprimere una posizione opposta. Ovviamente, tutto è molto complesso e le contraddizioni sono sempre presenti, però abbiamo provato e stiamo provando ad essere il più virtuosi possibile”
Agostino Iacurci: “Parlando di ‘povertà saggia’, io ho iniziato il mio percorso artistico con un’arte povera, elementare, come la pittura. L’ho fatto per mancanza di mezzi, ma ora continuo a perseguire questa forma artistica. In Opendoor sono felice di quello che definirei un ‘understatement’ artistico, svelato in un contesto generale, come l’arte di oggi, dove tutti rincorrono ad ogni costo l’effetto wow. Nei Chiostri di San Barnaba presentiamo quattro sculture primordiali e dei ‘pezzi’ di paesaggio: delle incursioni visuali plasmate dalla volontà e dalla convinzione d’imprimere un senso pittorico a chi li osserverà.
Anch’io, poi, sono dell’idea che il tema della sostenibilità sia ineludibile in questo momento storico, e concordo che sia un argomento veramente ampio. Per esempio, siamo qui a celebrare un evento ma, contemporaneamente, sono convinto che andrebbe ripensato l’intero sistema di eventi. Credo debba essere posta molta attenzione a questo riguardo. Gli eventi consumano le città ed è giusto che ogni organizzatore ponga al centro il tema della responsabilità, della giusta restituzione alla comunità: sia in termini sociali, che di attenzione al futuro degli oggetti utilizzati. Con Opendoor stiamo provando a fare tanto con poco; e a fare in modo che queste nuove sculture abbiano una vita autonoma, in modo che possano sopravvivere all’evento stesso…”


Il claim di Athleta è ‘lo sport è arte e cultura’. Secondo voi qual è lo stato dell'arte dell'intreccio tra immaginario sportivo, design e arte contemporanea? Ha una funzione positiva questa commistione di mondi sempre più accentuata?
Luca Molinari: “Quest’estate sono rimasto ore davanti ai Giochi Olimpici, specie durante la loro cerimonia d’apertura. Per la prima volta non è stata fatta in uno stadio, ma in una città: una città usata in modo visionario. Mi ha colpito la compenetrazione tra arte, sport e senso di collettività. Siamo in un tempo in cui tutti i confini interdisciplinari stanno svanendo. Mi piace fare questo paragone: quando ero ragazzo, non seguivo molto lo sport, eppure prendevo sempre il Guerin Sportivo in edicola, perché era un prodotto innovativo a livello culturale ed estetico. Oggi, magazine come Athleta evolvono ulteriormente questa dinamica ed evidenziano la sempre più costante contaminazione tra sfere e ambiti differenti.
Credo che sia importante l’esperienza estetica ma, affinché essa non venga derubricata a qualcosa di superficiale, è necessario che abbia anche un determinato valore sociale e culturale. Quando la visualità dell’arte si combina con lo sport, inteso come parte integrante di una comunità e pietra angolare della consapevolezza di sé, abbiamo un connubio potentissimo: un mezzo che può dare contenuto, che può determinare il cambiamento. Ecco, la contaminazione di mondi deve avere questi obiettivi ultimi: lavorare d’incrocio vuol dire permettere riflessioni nuove, spalancare le porte su nuovi ambiti, temi, punti di vista… E uscire dal proprio algoritmo”
Agostino Iacurci: “Ho partecipato in prima persona all’evento olimpico, dipingendo la facciata della Casa Azzurra a Parigi. Lo sport italiano ha deciso di farsi rappresentare anche dall’arte nazionale, proprio perché sport e arte condividono la capacità di creare e condividere valori. Sono piattaforme dal potenziale etico illimitato, che possono influenzare, specie i gesti delle future generazioni. Sport e arte hanno delle responsabilità e, contemporaneamente, esprimono le nostre possibilità”








