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L’ONA Film Festival ha mostrato alcune eccellenze dello storytelling sportivo contemporaneo, e le loro visioni, che analizziamo attraverso le loro stesse testimonianze

L’ONA Film Festival è tornato a fondere la cultura outdoor e sportiva con la settima arte, arricchendo la già meravigliosa Isola di San Servolo, a Venezia, con una kermesse unica nel suo genere. Come da tradizione, Athleta Magazine ha accompagnato ONA come media partner, e ha avuto modo d’incontrare, così come di ammirare, le visioni dei protagonisti del Festival. 

Clément Hudry non ha portato una pellicola, ma una speciale gallery fotografica che ha arricchito l’ambiente lagunare, permettendo al pubblico del Festival d’immergersi in un’immaginario coltivato sul massiccio degli Aravis, per poi contaminarsi di narrazione, cultura sportiva ed esplorazione street. 

Chiudiamo questa speciale collana editoriale mettendo in risalto la sua lente, e la filosofia artistica che la anima. 

Sei cresciuto sul massiccio degli Aravis, cosa ti ha trasmesso quel luogo d’origine? E quanto segna ancora oggi la tua visione del mondo e della montagna? 

Clément Hudry: “Non è solo il luogo in cui sono cresciuto: è dove vivo ancora oggi. È tutta la mia vita, davvero. La prima cosa che mi ha regalato è stata il privilegio di stare all’aria aperta. Credo di aver messo gli sci per la prima volta a due anni e mezzo. Ho passato tantissimi inverni fuori, immerso nella neve. Poi, con l’estate, sono arrivati gli sport di endurance: trail, bici... Per me era semplicemente la normalità. Non capivo, allora, quanto fosse speciale o fortunato. Era semplicemente la vita.

Dal punto di vista artistico, quella connessione è arrivata più tardi. Quando mi sono innamorato della fotografia, tutto è cominciato in modo molto semplice: con gli amici, con lo sport. Poi ho iniziato a sperimentare con i paesaggi. Fotografavo il panorama dalla finestra o uscivo negli Aravis per provare cose nuove. Tra i 16 e i 18 anni ero totalmente ossessionato. Tecnicamente ho imparato tantissimo. Anche se oggi non amo molto quelle foto, è stata comunque una fase fondamentale: stavo imparando a fotografare di giorno e di notte, giocando con la natura che mi circondava. È stato un terreno d’allenamento perfetto.”

Sei stato uno sciatore agonista e sei un appassionato di sport endurance. Che valore ha avuto lo sport lungo la tua maturazione? E com’è stata la transizione dalla sfera sportiva a quella artistica? 

CH: “È una storia un po’ buffa. Da adolescente, negli Aravis, praticavo sci. Ma in quel periodo lo sci non era affatto considerato ‘cool’... lo erano piuttosto il freestyle, lo skateboard. Molti dei miei amici erano bravissimi nel freestyle, io invece ero pessimo. Facevo gli allenamenti di sci la mattina, e il pomeriggio me ne stavo in giro con loro, a guardarli. Un giorno ho preso in mano la vecchia compatta digitale di famiglia e ho iniziato a scattare. Nessuno nella mia famiglia si era mai interessato alla fotografia. Non era qualcosa che avevo ereditato.

Poi, il padre di un amico mi ha regalato una delle sue vecchie digitali: una Contax K7. È stata la prima volta che ho tenuto in mano una vera macchina fotografica. Avevo 14 o 15 anni. Ho passato un anno intero a giocare con quella macchina, facendo finta di essere un fotografo. La mia prima memoria fotografica è proprio quella: immortalare i miei amici mentre sciavano o skateavano. Era il mio modo per partecipare.

Tornando allo sci, è stato il mio primo vero legame con la montagna. Mi ha insegnato molto. Mi ha dato una base tecnica. Quando ho smesso di gareggiare — perché ero bravo, ma non abbastanza per andare oltre — avevo comunque tutte le competenze tecniche per esplorare altre forme di sci. Così ho scoperto lo sci alpinismo.

Durante gli anni da atleta, non avevo mai messo piede nella montagna vera, quella più ‘selvaggia’. Intorno ai 17 o 18 anni ho messo le pelli per la prima volta, e si è aperto un mondo nuovo. C’era più libertà. Più tempo. Nessun orario d’apertura o chiusura. Potevi andare di notte, all’alba. Era un altro modo di vivere la montagna. E lì è nata una relazione più profonda, più mia.”

Sei laureato in Giornalismo. Questo percorso universitario incide sulla tua produzione visuale? Senti di avere un tipo di visione artistica e sportiva plasmato da questo percorso accademico?

CH: “Sì, assolutamente. E oggi, con un po’ di distanza, mi rendo conto di quanto sia stato importante: forse più ancora delle esperienze che ho avuto in montagna da ragazzo. Il mio modo di pensare è profondamente giornalistico. Se guardi il mio profilo Instagram, raramente troverai una singola immagine. Preferisco pubblicare serie, raccontare storie. Non credo molto nella ‘foto perfetta’ che dice tutto. Ovviamente esistono anche quelle, ma mi sembrano più un colpo di fortuna, che un progetto.

All’università ci insegnavano a raccontare: con le parole, attraverso la scrittura. Oggi uso la fotografia per fare la stessa cosa. Quando seguo un evento, come un Ironman o una gara in montagna, cerco sempre una narrazione. Alterno panoramiche e dettagli, perché per me c’è storia anche nelle piccole cose. Ormai è un meccanismo automatico. Non riesco più a scattare senza pensare a cosa sto raccontando.”

Negli ultimi anni il tuo lavoro si è anche spostato fuori dal mondo dello sport. Come si è evoluto il tuo percorso artistico? 

CH: “Durante la pandemia tutto è cambiato. Niente gare, niente eventi. È lì che ho scoperto la street photography, quasi per caso, grazie a un fotografo francese, Jonathan Bertin, che faceva video su YouTube e parlava di maestri della fotografia di strada. Ho capito che c’era un universo intero che non conoscevo. È stato una rivelazione. In quegli anni ho anche iniziato a pensare alla fotografia come qualcosa di introspettivo, poetico, persino filosofico. Ho provato a fotografare per strada, e ancora oggi ogni tanto lo faccio. Ma la cosa più importante è che tutto questo ha cambiato il mio modo di vedere. Lo sport, i paesaggi, le persone. È stato un vero punto di svolta.”

Oggi qual è lo stato dell’arte del tuo rapporto con la fotografia? E in che modo lo sport continua ad avere un ruolo in questo processo?

CH: “Mi sento fortunato. Sono profondamente appassionato di fotografia… e quando hai passione, tutto è più semplice. Come dicevo, dopo il Covid, per circa due anni, mi sono immerso nella fotografia di strada. Sono stato a New York, in India… Avevo sempre la macchina fotografica con me. Era quasi un’ossessione. Volevo fotografare tutto. All’inizio fai centinaia di foto che sembrano vuote di significato, ma col tempo impari. Inizi a cogliere pattern, ritmi, piccoli segreti. In questo senso sì, è stato come allenarsi da sportivo: pratica costante, immersione totale.

Oggi cerco di essere più intenzionale. Allora, invece, era tutto troppo. Troppe foto, troppa confusione. Ora cerco di avvicinarmi alla fotografia come farebbe un atleta esperto. Non corro dietro a tutto: scelgo i momenti. Magari dico: “Questo mese voglio esplorare quest’idea”, e mi concentro solo su quella. Non ho un piano quinquennale, ma seguo il flusso. Sono otto anni che faccio il fotografo professionista. E ogni volta che ho avuto una fase di stallo, un mese dopo è arrivata l’occasione più importante della mia vita. Quindi sì: mi fido del processo, sempre di più.”

Cosa significa per te reinventare, sorprendere e ispirare nella fotografia sportiva contemporanea? 

CH: “Ti faccio un esempio concreto. Alcune mie foto di Mathieu van der Poel sono state esposte all’ONA Festival. Le ho scattate ai Mondiali di ciclocross. Non lavoravo per nessuno. Niente accredito. Ero lì come spettatore, con la macchina in mano. Il mio obiettivo era raccontare la giornata dal punto di vista del pubblico. Non cercavo la posizione ‘perfetta’. Non mi chiedevo: “Dov’è l’angolazione giusta?”. Mi muovevo, seguivo l’energia della folla. Ogni giro ero in un posto diverso. Era un gioco: giocavo con l’ambiente.

Poi, certo, ci sono anche contesti molto strutturati. Come UTMB, dove spesso lavoro sulla linea del traguardo, insieme a decine di altri fotografi. E lì, lo ammetto, è difficile sentirsi creativi. Siamo tutti nello stesso posto, con le stesse inquadrature. A volte vorrei poter dire a un cliente: “Lasciami provare qualcosa da un’altra prospettiva. Fammi seguire l’istinto.”

Un esempio bellissimo di come gestire al meglio questo tipo di situazione è una foto recente di Courtney White: una fotografa che stimo molto. Ha ritratto Mondo Duplantis con un grandangolo, includendo tutti i fotografi attorno a lui. Al centro c’è lui, certo, ma l’immagine racconta molto di più: l’ambiente, il momento. Ecco cosa vuol dire sorprendere. E ispirare.”

Serve una conoscenza profonda dello sport per avere questo tipo di sensibilità? O si può essere efficaci anche da profani?

CH: “Entrambe le cose funzionano, e portano vantaggi diversi. Conoscere bene uno sport ti permette di anticipare. Sai dove stare, quando scattare. Sei un passo avanti rispetto a chi non ha quel bagaglio. Ma essere un outsider può essere un enorme vantaggio. Non hai vincoli, né riferimenti fissi. Vedi le cose per la prima volta. E spesso scatti foto che nessuno si aspetta.

Con il ciclocross, ad esempio, i miei primi grandi eventi sono stati solo l’anno scorso. Avevo visto qualcosa in TV, ma non conoscevo davvero lo sport. Quindi tutto mi sorprendeva: la velocità, il pubblico, l’atmosfera. E credo che quel senso di meraviglia si percepisca nelle immagini.

Detto questo, in eventi complessi come UTMB, l’esperienza è fondamentale. Devi conoscere i tempi, i passaggi, i luoghi — anche nel cuore della notte. Lì, la preparazione è tutto. La sfida è che sei un principiante una volta sola. Quello sguardo ingenuo svanisce in fretta. Io cerco di conservarlo il più possibile. Anche dopo otto edizioni di UTMB, cerco ancora di guardare i sentieri come fosse la prima volta. È un equilibrio difficile: essere esperti ma restare curiosi. Credo che lì nasca la magia.”

Siamo entrati in contatto grazie all’ONA. Che valore ha, a tuo avviso, una piattaforma come questo Festival, in grado di mettere in relazione storytelling visuale contemporaneo, sport outdoor e tematiche ambientali e sociali? 

CH: “È stato un vero onore. Non è il mio quotidiano — sono ancora all’inizio di un percorso internazionale. Quando ho ricevuto l’email con scritto “Vorremmo esporre il tuo lavoro in Italia”, ho pensato: Ma è vero? Ed è stato ancora più significativo perché si trattava di una mostra stampata. Non digitale. In un’epoca veloce, dominata dagli schermi, io credo molto nel valore fisico della fotografia. Da quando mi sono avvicinato alla street photography, ho capito che le immagini che davvero restano con me sono quelle che ho visto stampate.

Per questo vorrei spingere sempre più in quella direzione. Non solo Instagram o collaborazioni online — che vanno benissimo, sia chiaro — ma mostre, libri, riviste come Athleta Mag... Esperienze fisiche. Hanno un altro peso, un’altra forza. E sì, credo che la narrazione sportiva debba andare oltre lo sport. Le foto migliori parlano di identità, di luoghi, di cultura, di ambiente. È lì che voglio arrivare: raccontare storie che restano.”