L’ONA Short Film Festival continua ad affascinare ed ispirare l’audience che, per la 7ª edizione, tornerà sulla placida Isola di San Servolo per osservare la fusione tra settima arte, cultura sportiva, specie nella sua cadenza outdoor, e ritmi lagunari. Come Media Partner di lunga data del Festival, diamo spazio alle prospettive che lo scandiscono nelle serate tra il 10 e il 12 settembre
Sosteneva il geniale talento Ingmar Bergman: “Non esiste forma d’arte al pari del cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”. Parole che riecheggiano nella contemporaneità, portate con sé dalle suggestive onde della Laguna Veneziana fino all’Isola di San Servolo, dove tra il 10 e il 12 settembre torna a prendere forma l’ONA Short Film Festival: evento che nella settima arte vede il perfetto mezzo per imprimere messaggi che partono dalla cultura sportiva, per poi trascendere nel suo senso più profondo. Quello in grado di colpire la coscienza, per l’appunto. Di scuotere emozioni e raggiungere stanze segrete dell’anima. D’educare a spalancare le proprie prospettive ad altri pezzi di mondo, ad altre comunità ed individui.
Come ormai da tradizione, accompagniamo questa significativa kermesse con una collana editoriale ad hoc. Protagonista di questo focus, Jean-Marc Joseph aka Superjeanmarc e il suo short film ‘Altinha’.


Come sempre, ci piace partire da un dato che riteniamo fondativo per ogni nostro intervistato, così come per ogni regista partecipante all’ONA Short Film Festival: che rapporto hai costruito, dalla tua infanzia ad oggi, con l’immaginario sportivo? Che tipo di musa ispiratrice è stata, e continua ad essere, quella sportiva nel tuo modo di vedere il mondo?
Jean-Marc Joseph: “La prima persona a cui penso è mio padre. Era un insegnante di educazione fisica, ma mi ha sempre trasmesso un principio che, credo, fosse piuttosto insolito per l’epoca: aveva una posizione molto netta, contraria alla competizione. Insegnava ai bambini delle scuole elementari e cercava sempre di far capire loro che lo sport dovesse avere a che fare con il piacere, prima che con il confronto agonistico. Quell’idea mi è rimasta dentro: credo sia proprio rimasta nel mio modo di vivere lo sport. Per esempio, da bambino il calcio non mi piaceva. A scuola, però, esisteva una certa pressione: tutti conoscevano i giocatori, tutti seguivano le partite e, se non lo facevi, finivi per sentirti stupido. Ad un certo punto ho chiesto ai miei genitori di potermi iscrivere in una squadra, ma mio padre si è rifiutato. Era fortemente contrario anche all’atteggiamento di quei genitori che sembravano allenare i propri figli, proprio come se li stessero già preparando a diventare atleti professionisti. Era una mentalità nella quale non si riconosceva affatto.
Questa visione mi ha accompagnato nel tempo, soprattutto quando ero più giovane e molto più attivo di quanto sia oggi. Ho praticato parecchio sport, ma sempre con lo stesso approccio. Le stesse ragioni, più avanti, mi hanno portato al bikepacking. Naturalmente richiede uno sforzo fisico, che però nulla ha a che vedere con la competizione. È un modo di viaggiare e, per quanto mi riguarda, potrebbe persino essere il modo migliore di viaggiare che esista. Quando penso al mio rapporto con lo sport, quindi, mi accorgo che ha sempre avuto molto più a che fare con il piacere e con la possibilità di stare bene, nel corpo e nella mente, che con la performance o la competizione. E la cosa strana è che, prima che mi facessi questa domanda, mai avevo realmente ricondotto tutto questo a mio padre. Ora, mentre ne parlo, mi rendo conto che è esattamente ciò di cui parla ‘Altinha’. Non esistono vincitori né sconfitti. All’interno della stessa comunità ci si interroga persino sulla possibilità di definirlo davvero uno sport. Uno sport deve necessariamente avere un vincitore? In qualche modo, è proprio questa domanda il cuore del film.”
La dimensione dello storytelling visuale, invece, com’è entrata a far parte della tua vita e cosa rappresenta, per te, oggi?
Jean-Marc Joseph: “Come quasi tutti, da bambino disegnavo. Crescendo, ad un certo punto, la maggior parte delle persone smette… Io ho continuato. Amavo i fumetti e il racconto per immagini mi affascinava. Questo mi ha condotto al graphic design. Ho deciso di studiare questa disciplina senza sapere se, davvero, fosse ciò che ero destinato a fare. Per certi versi, era la soluzione più razionale per trasformare i miei interessi artistici in qualcosa che potesse diventare una professione. Mi permetteva di dire ai miei genitori: “Guardate che esistono persone che fanno questo per vivere”. Il disegno faceva già parte della mia vita e il graphic design mi sembrava affine a quel mondo. Anche se, devo ammetterlo, non credo di essere mai stato un graphic designer particolarmente bravo, almeno non come graphic designer in senso stretto.
Però, ho avuto la fortuna di arrivare a Base Design, una società internazionale belga. Lì ho avuto l’opportunità di lavorare al rebranding di un importante canale televisivo e, improvvisamente, mi sono trovato ad andare oltre la bidimensionalità della grafica. C’era il movimento, c’era una dimensione temporale, c’era il suono. Realizzavamo tutti quegli elementi che, di norma, accompagnano la programmazione televisiva: animazioni prima della pubblicità, meteo e così via… Per questo, ho lavorato a lungo insieme ad artisti specializzati in After Effects. È stato il mio primo vero incontro con il mondo audiovisivo e non sono più tornato indietro. Davanti a me si erano aperte possibilità di storytelling completamente nuove.
Allo stesso tempo, documentare ciò che mi circondava era un qualcosa che avevo sempre fatto con grande naturalezza. Quando avevo vent’anni e ed erano cominciate a comparire le prime videocamere MiniDV, ho comprato una piccola Sony PC101. Registrava ancora su nastro, ma era abbastanza compatta da entrare nella tasca di una giacca. La portavo con me, filmavo ciò che incontravo per strada, oppure la tiravo fuori al bar per riprendere i miei amici. Oggi chiunque può fare qualcosa di simile con il telefono, ma allora gli smartphone non esistevano e non esisteva YouTube: filmare un momento ordinario della propria vita era molto meno comune. Di solito, la videocamera compariva solo durante le vacanze, ad un compleanno, in occasioni speciali... Ciò che facevo io assomigliava piuttosto alla street photography. E quei frammenti di quotidianità mi sembravano ancora più preziosi, proprio perché catturarli era qualcosa di inconsueto.
Sono entrato così nella cinematografia. Nel corso degli anni trascorsi a Base Design, la componente audiovisiva del nostro lavoro ha continuato gradualmente a crescere. Il progetto televisivo ha generato altre opportunità e ad un certo punto ho avuto la possibilità di realizzare videoclip musicali. Ma questo tipo di attività rimaneva comunque secondaria all’interno di uno studio di graphic design. Non potevamo competere con società di produzione la cui intera struttura era costruita intorno alla produzione video. Poi è arrivata la crisi finanziaria del 2008 e l’azienda ha deciso di tornare a concentrarsi solo sul graphic design, il proprio core business.
Allora ho capito che, per sviluppare questo filone professionale, avrei dovuto fare una scelta di vita, andandomene. Avevo trascorso quattordici anni in quell’azienda, quindi lasciare tutto ha finito per assumere i contorni di una classica crisi di mezza età. Sono partito in bicicletta attraverso il Sud America e sono arrivato in Brasile. Quel viaggio è direttamente legato alla nascita di ‘Altinha’. Volevo diventare filmmaker, ma non avevo un portfolio cinematografico. Avevo bisogno di realizzare qualcosa che fosse davvero mio. In Brasile viveva un amico che poteva ospitarmi, quindi avevo anche un posto in cui stare senza spendere nulla. Ed è proprio così che, in fondo, comincia la storia del film.”

‘Altinha’ è un racconto di una tradizione tutta carioca, come sei arrivato ad un tema in grado di connettere due filoni così intrinsechi nell’anima brasiliana, ovvero il calcio e la spiaggia? E cosa sei arrivato a comprendere di questa disciplina così unica nel suo genere?
Jean-Marc Joseph: “Vivo a Barcellona e qui ho molti amici brasiliani. Uno di loro, André, aveva vissuto a Rio e ricordo di avergli raccontato che avrei voluto girare qualcosa lì, ma che volevo evitare di realizzare l’ennesimo documentario sulle favelas. Avevo l’impressione che moltissime persone arrivassero a Rio con una macchina da presa e finissero per raccontare sempre quel tipo di storia. Volevo rivolgere lo sguardo altrove. È stato proprio André a parlarmi dell’Altinha. L’aveva praticata da adolescente e mi ha raccontato dell’esistenza di questa pratica molto particolare, così come della comunità che le continuava a crescere intorno, entrambe ancora relativamente poco raccontate.
Sono rimasto immediatamente affascinato dal paradosso. Da un lato, il gesto è quasi universale: disporsi in cerchio e cercare di tenere un pallone per aria è una dinamica che i bambini di ogni parte del mondo hanno, almeno una volta, vissuto. Eppure Altinha, intesa come cultura, è straordinariamente specifica. Puoi andare a San Paolo e incontrare persone che conoscono a malapena questa parola, mentre a Rio esiste un preciso tratto di Ipanema nel quale i giocatori si ritrovano giorno dopo giorno. Era questa tensione ad affascinarmi: un qualcosa di profondamente locale ispirato dal calcio, probabilmente lo sport più diffuso al mondo.
L’altro elemento che mi ha colpito immediatamente è l’assenza di vincitori e sconfitti. Quando passi il pallone a qualcuno, non devi rendergli la vita troppo facile, perché deve comunque esistere una sensazione di sfida; allo stesso tempo, non vuoi rendergli impossibile la ricezione, perché se il pallone cade sulla sabbia perdono tutti. Esiste una sorta di responsabilità condivisa nel mantenere vivo il gioco. All’epoca avevo ancora poca esperienza come documentarista, ma sapevo già di avere bisogno di una storia. L’idea iniziale è nata da un uomo che il mio amico conosceva a Ipanema, una figura locale, membro della comunità dell’Altinha, che voleva portare questa pratica alle Olimpiadi di Rio. Non come disciplina competitiva, ma all’interno della cerimonia d’apertura, come espressione della cultura del luogo. Mi sembrava perfetto. Nella mia testa avevo già cominciato a immaginare il finale del film. Poi sono arrivato a Rio e ho capito molto rapidamente che non sarebbe accaduto nulla di tutto ciò. Il mio referente trascorreva la vita sulla spiaggia, giocando ad Altinha e parlando di quell’idea, ma non avevo l'impressione che stesse attuando passi concreti affinché l’Altinha potesse arrivare alle Olimpiadi. Improvvisamente, la storia che pensavo di raccontare aveva smesso di esistere.
Davanti, però, avevo il luogo stesso. Il tessuto sociale di quel tratto di spiaggia possedeva tratti simili ad un piccolo paese. Tornavi ogni giorno e incontravi le stesse persone, gli stessi personaggi, ciascuno con il proprio posto all’interno di quel minuscolo ecosistema. Esistevano regole non scritte, comportamenti e consuetudini che dovevi imparare a comprendere prima di poter realmente sentirti parte della comunità. Quando sono arrivato mi hanno dato un consiglio molto importante: “Non filmare. Rimani qui e guarda. Cerca di capire come funziona”. Sono rimasto per due settimane e, poco alla volta, ho compreso il luogo in maniera diversa. La lingua è stata una delle difficoltà maggiori. Avevo seguito qualche lezione di portoghese prima di partire, ma era decisamente insufficiente, e la maggior parte delle persone che incontravo non parlava inglese.
Più di ogni altra cosa, però, ad affascinarmi era l’estetica del gioco. L’obiettivo è mettere alla prova la persona che riceverà il pallone e, contemporaneamente, rendere lo scambio il più bello e spettacolare possibile. Il pallone deve salire in alto. Ci sono trick, gesti specifici. E il livello tecnico è straordinario. A volte i giocatori mantengono il pallone in aria per minuti interi senza che tocchi la sabbia e quel tempo sembra lunghissimo. Poi guardi ragazzi di quattordici anni giocare sulla spiaggia e hai quasi l’impressione che il pallone sia una parte del loro corpo. Ti ritrovi a chiederti da dove possa provenire una simile padronanza. Sembra quasi oltre le possibilità umane.”
In questo short film, la narrazione è guidata da momenti estatici, dove il pallone sfida la gravità, dipingendo il cielo, e testimonianze in grado di approfondire il valore ultimo di questo sport, sia da un punto di vista personale, che sociale. Perché hai deciso di mettere in comunicazione il dato più artistico con quello più antropologico dell’Altinha?
Jean-Marc Joseph: “Ho la sensazione che quel dialogo sia emerso in maniera molto intuitiva. Di solito tendo a pensare fin troppo a ogni cosa, mentre credo di aver affrontato questo film in modo diverso. Ci sono due aspetti che sono stati fondamentali nel determinare ciò che ‘Altinha’ sarebbe diventato. Il primo è che, essenzialmente, per me rappresentava un terreno di formazione, quasi un campo di addestramento attraverso cui imparare a realizzare documentari. Il secondo, strettamente legato al primo, è che si trattava di un progetto interamente autoprodotto. Non c’era un cliente e non esistevano vincoli. A volte può diventare un problema, perché credo che la creatività nasca spesso nelle limitazioni: quando hai troppe possibilità, puoi finire per non fare nulla. In questo caso, però, quel tipo di condizione mi ha restituito una straordinaria libertà.
A rendere funzionale un documentario, a mio avviso, sono due elementi. Innanzitutto, devi entrare nella vita delle persone: questo short film parla di esseri umani, non parla realmente di sport. Lo sport è la porta attraverso cui puoi accedere a qualcos’altro. Allo stesso tempo, se scegli il cinema per raccontare una storia, vuoi che quella storia possieda forza visiva. Dopotutto, stai lavorando attraverso le immagini. Naturalmente ‘Altinha’ contiene anche interviste frontali e momenti di osservazione, ma desideravo che le sequenze più oniriche e poetiche riuscissero a tradurre ciò che le persone mi stavano raccontando: le sensazioni che la pratica dell’Altinha suscita in loro, ma anche quelle che la disciplina ha generato in me quando l’ho incontrata.
Probabilmente questo ci riporta alla domanda precedente e alla mia prima impressione del gioco. Le inquadrature dal basso, rivolte verso l’alto, con il pallone sospeso al rallentatore e il cielo come sfondo, sono nate proprio da quella sensazione. Non derivano da un’impostazione teorica elaborata a priori. Quasi il contrario: il linguaggio visivo è emerso da ciò che vedevo e provavo mentre mi trovavo in quella lingua di Ipanema. Ovviamente non potevo sapere davvero cosa significasse, sul piano fisico, giocare al livello dei giocatori abituali di Altinha, ma quelle immagini sono diventate il tentativo di tradurre le sensazioni che facevano scaturire.
C’è anche un altro aspetto. Sono rimasto sinceramente sorpreso quando ONA mi ha contattato per un film che ho realizzato dieci anni fa. Ricordo di aver pensato: “Avrei voluto che succedesse dieci anni fa”. Poi ho scoperto la vostra rivista e una delle prime cose che ho letto era questa idea secondo cui ciò che pubblicate dovrebbe essere capace di trasmettere le stesse emozioni tempo dopo la sua effettiva pubblicazione. L’ho apprezzata moltissimo. Mi è sembrata un’idea bellissima perché, in qualche modo, è esattamente ciò che sta accadendo oggi ad ‘Altinha’.”

Il tuo ‘Altinha’ verrà proiettato a San Servolo, davanti al pubblico ONA. Che sensazioni ti attraversano pensando alla location unica, circondata dalla Laguna Veneziana, in cui il tuo racconto prenderà forma? E che messaggi vorresti lasciasse al pubblico ONA?
Jean-Marc Joseph: “Naturalmente sono felicissimo e profondamente onorato che il film sia stato selezionato da ONA. Non conoscevo il festival prima che mi contattassero e oggi, con il proliferare di festival ovunque, ci si imbatte inevitabilmente in realtà di qualità molto diversa. È stato un autentico piacere scoprire la cura che caratterizza ONA: la selezione, il gusto, tutto ciò che circonda il festival. Apprezzo in particolare la capacità di dire: “Questo film mi piace. Non importa che sia stato realizzato nel 2017: ha ancora qualcosa da dire”.
Credo che la cultura contemporanea abbia sviluppato un rapporto quasi ossessivo con la novità. Qualcosa appare e, prima di essere realmente arrivato, appartiene già al passato. Tutto è rapidamente consumabile e sostituibile, indipendentemente dal suo valore o dal tempo che qualcuno ha dedicato a crearlo. Puoi impiegare sette anni per realizzare qualcosa e poi, tre mesi dopo la sua uscita, avere la sensazione che sia già tutto finito. Per questo, scegliere di proiettare un film quasi dieci anni dopo la sua realizzazione mi sembra una presa di posizione. Un piccolo, ma significativo, atto di resistenza.
Quanto a ciò che vorrei rimanesse al pubblico, devo tornare a mio padre. Lo sport non ha bisogno di un vincitore per possedere un valore. Non deve necessariamente produrre un tempo, un risultato o una performance. La pratica stessa dell’Altinha custodisce qualcosa di sempre più significativo all’interno di una società ossessionata dalla prestazione, dal valore economico e da tutto ciò che può essere misurato. L'astrofisico, filosofo e poeta francese Aurélien Barrau affronta questi temi con uno sguardo filosofico e poetico. Nelle sue lezioni parla di ecologia, di ambiente e della direzione che sta prendendo l’umanità, ritornando spesso a domande molto semplice: dove risiedono i nostri valori? Cosa vogliamo, davvero? Cosa significa, davvero, essere ricchi? È esattamente ciò che dice uno dei giocatori (PXE) verso la fine del film: non ha denaro, eppure è molto ricco.
Esistono forme di ricchezza che non hanno nulla a che vedere con ciò che può essere acquistato, prodotto o monetizzato. Forse è proprio questo che, alla fine, vorrei restasse del film. Concedersi di fare qualcosa semplicemente perché ci fa stare bene: non perché possa farci guadagnare denaro, procurarci notorietà o generare un risultato misurabile. A volte può bastare questo.”







