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L’ONA Short Film Festival continua ad affascinare ed ispirare l’audience che, per la 7ª edizione, tornerà sulla placida Isola di San Servolo per osservare la fusione tra settima arte, cultura sportiva, specie nella sua cadenza outdoor, e ritmi lagunari. Come Media Partner di lunga data del Festival, diamo spazio alle prospettive che lo scandiscono nelle serate tra il 10 e il 12 settembre

Sosteneva il geniale talento Ingmar Bergman: “Non esiste forma d’arte al pari del cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”. Parole che riecheggiano nella contemporaneità, portate con sé dalle suggestive onde della Laguna Veneziana fino all’Isola di San Servolo, dove tra il 10 e il 12 settembre torna a prendere forma l’ONA Short Film Festival: evento che nella settima arte vede il perfetto mezzo per imprimere messaggi che partono dalla cultura sportiva, per poi trascendere nel suo senso più profondo. Quello in grado di colpire la coscienza, per l’appunto. Di scuotere emozioni e raggiungere stanze segrete dell’anima. D’educare a spalancare le proprie prospettive ad altri pezzi di mondo, ad altre comunità ed individui. 

Come ormai da tradizione, accompagniamo questa significativa kermesse con una collana editoriale ad hoc. Protagonista di questo focus, Smriti Keshari e il suo short film ‘The Selfish Gene’, con le musiche del producer britannico Adam Freeland, la fotografia di Byron Shah, il montaggio di Isabel Freeman e i titoli firmati da Constantin “Coco” Demner.

Come sempre, ci piace partire da un dato che riteniamo fondativo per ogni nostro intervistato, così come per ogni regista partecipante all’ONA Short Film Festival: che rapporto hai costruito, dalla tua infanzia ad oggi, con l’immaginario sportivo? Che tipo di musa ispiratrice è stata, e continua ad essere, quella sportiva nel tuo modo di vedere il mondo?

Smriti Keshari: “Per me tutto comincia dal corpo. Ero sempre in movimento: correvo, nuotavo, danzavo, mi arrampicavo, cadevo, giocavo. Da bambina mi affascinava il dato fisico di un corpo interamente consegnato a ciò che sta facendo. Nello sport, soprattutto durante l’infanzia, non pensi allo sforzo. Il corpo sembra sapere cosa fare prima ancora che la mente abbia il tempo di interferire. Crescendo, raggiungere quella condizione diventa più difficile. Io pratico surf e corro: ti alleni consapevolmente, ripeti un gesto infinite volte, cerchi ogni volta di fare meglio della precedente. Ma alla fine arrivi a un punto in cui devi smettere di esercitare un controllo cosciente. Semplicemente, corri. Oppure sei nell’acqua. E in questo esiste una forma di pace interiore.

Sul piano professionale, lo sport mi ha offerto un’altra prospettiva. Ho avuto il privilegio di lavorare, sia come regista, che come executive producer, a storie sportive in diverse parti del mondo. Come executive ho potuto comprendere la scala dell’industria, l’enorme macchina che gravita intorno allo sport e i milioni di persone che vi partecipano emotivamente. Come filmmaker, invece, sono profondamente attratta dalle storie che si celano dietro quei grandi momenti sportivi e dai punti in cui emergono tensioni: puoi avere un singolo atleta, completamente solo all’interno dell’inquadratura, e in qualche modo sentire sulle sue spalle il peso del mondo intero. Due film italiani recenti riescono a trasmettere questo. ‘Futura’, di Rohrwacher, Marcello e Munzi, nel quale a un gruppo di adolescenti viene chiesto cosa immaginino li attenda nel futuro e uno di loro parla di boxe. E ‘San Siro’ di Yuri Ancarani, che osserva uno stadio prepararsi a una partita, senza però mostrarla.

Lo sport è una delle poche cose che conosco capaci di attraversare lingue, geografie e generazioni senza chiedere permesso. Un nuotatore in un Paese, un pugile in un altro, un surfista da qualche altra parte: possiamo non sapere nulla gli uni degli altri, eppure comprendiamo il corpo e attraverso di esso riusciamo a entrare in relazione. Nutro una fiducia quasi irragionevole nella cultura. La musica, l’arte, lo sport: sono alcune delle cose che continuano a darmi fiducia. Probabilmente è anche per questo che torno continuamente a gesti elementari: nuotare, correre, muoversi, perdersi. Prima della competizione, prima del pubblico, prima ancora che esista una storia, c’è semplicemente un corpo che attraversa lo spazio. Ed è un punto di partenza meravigliosamente fertile.”

La dimensione dello storytelling visuale, invece, com’è entrata a far parte della tua vita? Come la vivi?

Smriti Keshari: “I miei primi ricordi visivi appartengono agli anni trascorsi a Varanasi: l’università in cui mia madre stava conseguendo il dottorato, il cortile in cui vivevamo, le corse su e giù per le scale con mio fratello e gli altri bambini del quartiere, le scimmie selvatiche che attraversavano le strade… Una successione di storie, più che frammenti d’immagini. Nella mia mente tendo a costruire continuamente dei jump cut: qualcosa che vedo in un luogo entra improvvisamente in relazione con qualcosa che ho visto in un posto completamente diverso. Avendo attraversato il mondo e vissuto in luoghi differenti, mi ritrovo costantemente a tracciare queste connessioni. Un gesto, una postura, un volto, un paesaggio possono improvvisamente appartenere a un altro tempo o a un altro luogo. Spesso l’immagine arriva prima ancora che io comprenda perché debba trovarsi lì. Il cinema mi risulta naturale proprio perché il montaggio è la manifestazione concreta di quei jump cut mentali. Accosti due immagini e, nello spazio che si crea tra loro, accade qualcosa. Nessuna delle due immagini è cambiata, eppure il loro significato lo ha fatto.

Il mio lavoro nel racconto sportivo mi ha resa sempre più interessata allo spazio che separa, e insieme unisce, l’individuo e la collettività. Come regista, cerco le cose minime: un respiro, una mano, un istante di esitazione, la solitudine di un atleta. Ho visto come un momento infinitesimale possa diventare parte di una storia vissuta da milioni di persone. Penso a George Gervin e David Thompson, ‘Ice’ e ‘Skywalker’, come venivano soprannominati. Hanno portato nelle posizioni di guardia e ala una creatività e una verticalità capaci di trasformare il modo stesso in cui quei ruoli potevano essere interpretati, contribuendo alla nascita dello stile NBA così come oggi la conosciamo. Steph Curry appartiene a quella genealogia. Ognuno di loro ha inventato un gesto che tutti gli altri hanno poi cominciato a imitare. E poi, da qualche parte, trovi una ragazza su un playground intenta a tirare da nove metri…

Un singolo corpo può trovarsi completamente solo nell’inquadratura e, allo stesso tempo, portare con sé un peso enorme. Lo sport rende questa condizione particolarmente visibile. Un nuotatore, un runner, un surfista o un giocatore di basket compie un gesto che qualcuno dall’altra parte del mondo è in grado di comprendere immediatamente. La cultura che circonda quel gesto può essere completamente diversa, ma il corpo parla per primo. Il cinema offre la possibilità di potersene accorgere. E non credo di voler necessariamente spiegare al pubblico quale sia la connessione. Non è forse più interessante accostare le immagini e lasciare che siano gli spettatori a scoprire qualcosa di nuovo?”

 

‘The Selfish Gene’, un’ode estetica al gesto atletico del tuffo. Partendo dal titolo stesso di quest’opera, puoi spiegarci cos’hai voluto rappresentare in questo short movie? E cosa ti ha portata a comporre questa suggestiva sequenza di forme atletiche?

Smriti Keshari: “Il film è nato in un periodo in cui cercavo di comprendere come l’umanità avesse inseguito l’immortalità attraverso le proprie narrazioni. Sono partita da una domanda che ritrovavo, in forme diverse, attraverso le culture e lungo tutta la storia: in quali modi può l’essere umano raggiungere l’immortalità? Quell’interrogativo mi ha condotta verso la biologia evolutiva e, infine, a ‘The Selfish Gene’ di Richard Dawkins. Mi affascinava la sua tesi secondo cui i veri protagonisti dell’evoluzione sarebbero i geni, non gli individui: entità che continuano a replicarsi attraverso i millenni, mentre i corpi non sono che veicoli temporanei. È un’idea estremamente seducente: Dawkins descrive il corpo umano come una macchina di sopravvivenza, plasmata da geni il cui unico imperativo è la continuità. Ereditiamo sequenze che persistono da centinaia di migliaia di anni; allora, se il corpo è soltanto uno strumento per la sopravvivenza genetica, dove risiede la coscienza? Dove cominciano la volontà, o la libertà?

In quel periodo avevo anche cominciato a dedicarmi seriamente alla corsa. Le lunghe distanze hanno trasformato la mia comprensione del corpo. Correre racchiude un paradosso: quanto più consapevole e intenzionale è l’allenamento, tanto meno lo diventa il movimento. Arriva un momento in cui il pensiero arretra e il corpo agisce. Nessuna narrazione, nessuna storia. Più recentemente mi sono imbattuta nel concetto di Eva mitocondriale, l’antenata materna comune il cui DNA mitocondriale sopravvive in ogni essere umano vivente. Non è l’Eva biblica, naturalmente, ma la traccia di un’antichissima continuità che passa di corpo in corpo. Era un altro modo di immaginare l’immortalità: non come una fuga dal corpo, ma come qualcosa che lo attraversa, quasi una forma di reincarnazione.

L’altra sera, mentre guardavo ‘The Seasons in Quincy: Four Portraits of John Berger’ all’Anthology Film Archives, sono rimasta colpita dalle parole di Berger sul corpo: il corpo non è mai semplicemente un oggetto, ma il luogo attraverso cui incontriamo il mondo. Mi è sembrato un altro modo di guardare alla stessa questione. Quando corri, sperimenti qualcosa di simile: un corpo spogliato del superfluo, ricondotto al ritmo, al respiro, alla ripetizione. Il tuffo contiene un paradosso analogo, ma compresso in pochi secondi. Anni di disciplina producono un movimento che, nell’istante in cui accade, può apparire completamente privo di sforzo. L’atleta ha esercitato il controllo su ogni singolo dettaglio e poi, alla fine, deve abbandonarsi alla gravità.”

Nella produzione giocano un ruolo preponderante il cielo, usato come sfondo dell’intero short movie, e il soundtrack, che accompagna un mosaico di tuffi performati da atleti eterogenei, per genere ed età. Come si sono intrecciati questi tasselli, all’interno del tuo processo creativo? E, in generale, come si sviluppa il tuo processo creativo?

Smriti Keshari: “Poco prima di realizzare ‘The Selfish Gene’ vivevo a Londra e mi capitava spesso di sedermi all’interno della Cattedrale di St Paul e rimanere a osservare i mosaici e le figure dipinte sopra di me. Potevo perdermi lì dentro per ore, immaginando quelle persone e le loro storie come frammenti di un unico caleidoscopio. Poi mi sono trasferita a Los Angeles, vicino al Rose Bowl Aquatics Center, e ho cominciato a guardare i tuffatori con lo stesso sguardo. I loro corpi attraversavano il cielo, ma li osservavo come avevo osservato quelle figure nella cattedrale: composizioni, gesti, corpi sospesi su qualcosa d’immensamente più grande. Inizialmente, usare il cielo come sfondo è stata una scelta pratica; poi è diventato una scelta concettuale.

Quando elimini l’architettura e il paesaggio, elimini gran parte degli elementi che ci permettono di capire dove ci troviamo. Rimane il corpo. Un tuffatore entra nell’inquadratura e, per alcuni secondi, viene meno qualsiasi riferimento di scala. Potrebbe precipitare, volare, scomparire, ritornare. C’è qualcosa d’ipnotico in quella sospensione. L’accompagnamento musicale è nato da un’intuizione simile. Adam Freeland e io collaboriamo da molti anni. Ci interessavano la ripetizione e il ritmo, e quel momento singolare in cui la reiterazione comincia ad alterare la percezione del tempo. Come runner, è una sensazione che ho sperimentato fisicamente. Diventi consapevole del respiro, del battito, del ritmo; il pensiero diventa progressivamente meno utile. Il suono può produrre qualcosa di simile: può modificare la velocità con cui percepiamo lo scorrere del tempo. È anche per questo che provo una profonda ammirazione per i musicisti.

In questo momento sto lavorando a un nuovo progetto sulla storia del suono, delle tecnologie di registrazione e del jazz, e mi ha colpito quanto spesso i musicisti descrivano l’esperienza di perdersi completamente nello studio di registrazione. Il mio processo, generalmente, comincia da una domanda, più che da una risposta. Raccolgo immagini, gesti, frammenti e suoni, e lascio che rimangano gli uni accanto agli altri finché non cominciano a raccontarci la storia. Il montaggio è una forma di pensiero e, fortunatamente, non ha sempre bisogno delle parole. A volte basta accostare un’immagine a un’altra e aspettare. Se sei fortunato, saranno loro a dirti qualcosa che ancora non sapevi quando hai cominciato.”

 

Il tuo ‘The Selfish Gene’ verrà proiettato a San Servolo, davanti al pubblico ONA. Che sensazioni ti attraversano pensando alla location unica, circondata dalla Laguna Veneziana, in cui il tuo racconto prenderà forma? E che messaggi vorresti lasciasse al pubblico ONA?

Smriti Keshari: “Non sono mai stata a Venezia, quindi Ona sarà anche la mia prima occasione per visitarla. Ne ho, però, incontrato moltissime rappresentazioni: nei film, nelle fotografie, nei dipinti e in tutta la letteratura che si è sedimentata intorno alla città. Venezia sembra trovarsi in uno stato di metamorfosi perpetua. Arrivarci di persona sarà probabilmente un utile correttivo rispetto a quanto poco un’immagine possa, in realtà, prepararci all’esperienza di un luogo. Negli ultimi anni sono tornata in Italia sempre più spesso, ripercorrendo le origini della famiglia di mio marito e riallacciando i rapporti con i suoi parenti. Sono particolarmente curiosa di arrivare a San Servolo, circondata dalla laguna, dove acqua e cielo sembrano sfiorarsi, proprio come accade in ‘The Selfish Gene’.

Quanto a ciò che vorrei che il pubblico portasse con sé, preferirei non essere io a deciderlo. Spero, piuttosto, che sia il pubblico veneziano a dirmi di cosa parla il film. Da quelle parti osservano il cielo e l’acqua da moltissimo tempo, e sospetto che possano avere qualcosa da insegnarmi. Non vedo l’ora di sentire cos’avranno da dirmi.”