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L’ONA Short Film Festival continua ad affascinare ed ispirare l’audience che, per la 7ª edizione, tornerà sulla placida Isola di San Servolo per osservare la fusione tra settima arte, cultura sportiva, specie nella sua cadenza outdoor, e ritmi lagunari. Come Media Partner di lunga data del Festival, diamo spazio alle prospettive che lo scandiranno nelle serate tra il 10 e il 12 settembre

Sosteneva il geniale talento Ingmar Bergman: “Non esiste forma d’arte al pari del cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”. Parole che riecheggiano nella contemporaneità, portate con sé dalle suggestive onde della Laguna Veneziana fino all’Isola di San Servolo, dove tra il 10 e il 12 settembre torna a prendere forma l’ONA Short Film Festival.

Evento che nella settima arte vede il perfetto mezzo per imprimere messaggi che partono dalla cultura sportiva, per poi trascendere nel suo senso più profondo. Quello in grado di colpire la coscienza, per l’appunto. Di scuotere emozioni e raggiungere stanze segrete dell’anima. D’educare a spalancare le proprie prospettive ad altri pezzi di mondo, ad altre comunità ed individui. 

Come ormai da tradizione, accompagniamo questa significativa kermesse con una collana editoriale ad hoc. Protagonista di questo focus, Gar O’Rourke e il suo short film ‘Kachalka’. 

Come sempre, ci piace partire da un dato che riteniamo fondativo per ogni nostro intervistato, così come per ogni regista partecipante all’ONA Short Film Festival: che rapporto hai costruito, dalla tua infanzia ad oggi, con l’immaginario sportivo? Che tipo di musa ispiratrice è stata, e continua ad essere, quella sportiva nel tuo modo di vedere il mondo?

Gar O’Rourke: “È curioso, perché credo che ciascuno possa dare una risposta molto diversa a una domanda del genere. Io, per esempio, non mi sono mai riconosciuto pienamente nel mondo dello sport. Sono stato uno skater per moltissimi anni e per definizione gli skater, soprattutto a quell’epoca, non si sentivano ‘sportivi’. Eravamo degli outsider. Lo skate richiede qualità atletiche straordinarie e, al tempo stesso, possiede una componente creativa profondissima. Per me questo è sempre stato un aspetto centrale. Ha contribuito a formare la persona che sono, il mio modo di pensare e persino la maniera in cui percepisco lo spazio. Uno skater guarda l’ambiente urbano con occhi diversi: ciò che per qualcuno possiede una funzione precisa, per te può diventare immediatamente qualcos’altro. Quando penso alle affinità tra questa attitudine e ‘Kachalka’, il legame mi appare piuttosto evidente. È una palestra costruita recuperando materiali dell’epoca sovietica, oggetti ai quali le persone hanno saputo attribuire possibilità e funzioni completamente nuove. Credo esista una parentela profonda tra questi due modi di guardare il mondo: osservare ciò che già esiste e immaginare ciò che potrebbe diventare. 

Oggi, da adulto, lo sport occupa uno spazio molto importante nella mia vita. Mi alleno spesso, corro, cerco di rimanere attivo. Credo che esista una relazione intrinseca tra movimento e creatività. C’è uno slancio creativo e ce n’è uno fisico: ho sempre avuto la sensazione che tra i due esista un punto d’incontro, che l’uno possa alimentare l’altro. Detto questo, non sono mai stato particolarmente portato per gli sport di squadra. Sono sempre stato attratto da discipline individuali come l’arrampicata, il surf e, naturalmente, lo skate. Probabilmente, il massimo che posso fare in termini di squadra è giocare a padel con qualcun altro, oppure a tennis. Questa, più o meno, è la mia storia sportiva. O forse, per essere più precisi, la mia non-storia con lo sport.”

 

La dimensione dello storytelling visuale, invece, com’è entrata a far parte della tua vita e cosa rappresenta, per te, oggi? 

Gar O’Rourke: “Il mio percorso verso lo storytelling visuale è cominciato in modo piuttosto inatteso. A scuola ero un pessimo studente. Credo di essere sempre stato creativo, ma all’epoca non ne avevo alcuna consapevolezza: pensavo semplicemente di non essere bravo negli studi. Fortunatamente, proprio perché i miei voti erano così bassi, l’accademia d’arte è stata l’unica strada percorribile. Così, mi sono trasferito a Londra per alcuni anni e ho studiato architettura del paesaggio, una scelta che, in retrospettiva e alla luce di ‘Kachalka’, assume totale coerenza. Parliamo di una disciplina che si occupa di ambienti costruiti e del modo in cui interagiamo quotidianamente con ciò che viene progettato intorno a noi. I miei studi si sono concentrati soprattutto sullo spazio pubblico: parchi urbani, piazze, luoghi della vita collettiva…. 

Alla fine ho lavorato come landscape architect per circa tre mesi, prima di rendermi conto che anche quella non era la mia strada. Parallelamente, però, sono sempre stato ossessionato dal fare video, soprattutto per via del mio passato nello skate. L’immagine in movimento è profondamente radicata nella skate culture. Lo skate ha un rapporto straordinario con video e fotografia, e credo che quel tipo di sensibilità sia diventata parte di me. Ho capito di voler diventare regista soltanto verso i ventiquattro o venticinque anni. A quel punto avevo già provato un numero incredibile di professioni: oltre sedici, le ho anche contate...

Ho compreso che la regia era la strada giusta per me. Non ho frequentato una scuola di cinema e, fin dall’inizio, ho realizzato progetti per ragioni molto concrete: qualcuno mi offriva l’opportunità di lavorare a una piccola produzione video, guadagnavo qualcosa e, un lavoro dopo l’altro, mi sono trovato a costruire gradualmente il mio portfolio. Se guardo ciò che ho realizzato dieci anni fa, confrontandolo con i progetti che oggi ho la fortuna di poter dirigere, rimango sorpreso. La scala delle produzioni è diventata molto più ampia e il mio lavoro ha acquisito una dimensione decisamente più artistica. Lungo tutto il percorso, però, c’è stata una costante: un entusiasmo enorme per il mestiere in sé. Che stessi filmando un matrimonio a Toronto, la comunione di una famiglia della comunità Irish Traveller, un video aziendale o uno degli innumerevoli altri progetti ai quali ho lavorato… Il fattore comune, in grado di unirli tutti, è un qualcosa di molto semplice: l’amore per il fare cinema.

Oggi ho l’enorme fortuna di poter realizzare i film che desidero davvero fare. La produzione documentaristica, in particolare, mi offre la possibilità di prendere posizione rispetto al mondo in cui viviamo, o semplicemente di offrire una mia prospettiva, senza doverlo fare in maniera troppo esplicita. Un documentario può intrattenere e, allo stesso tempo, custodire sotto la superficie qualcosa di più sostanziale: qualcosa capace di raccontare con autenticità il particolare momento storico che stiamo attraversando. È per questo che sono così legato alla produzione documentaristica, e considero un privilegio straordinario poterla praticare con continuità. 

Probabilmente sono l’ultima persona alla quale chiedere consigli su come diventare regista, visto che ho trascorso circa sei anni andando in ogni direzione possibile prima di capire cosa volessi fare. Detto questo, c’è qualcosa di bello nel fatto che ‘Kachalka’ sia stato il mio primo cortometraggio e rimanga ancora oggi uno dei pochissimi che abbia realizzato. In questo film ho riversato un’enorme quantità di amore, passione… Tutto ciò che avevo. Per molti versi, ‘Kachalka’ contiene ancora le ragioni stesse che mi hanno spinto, all’inizio, a diventare regista.”

‘Kachalka’: un luogo magico, che viene descritto nello short docus come Mecca dello sport a Kiev… Come sei entrato in contatto con questo spazio unico nel suo genere? E perché hai deciso di raccontarlo?

Gar O’Rourke: “Basta guardare una sola fotografia di quella palestra per far scattare l’immediata curiosità. È un luogo fuori dall’ordinario. Era il 2018, mio fratello viveva a Kyiv e si allenava in quel contesto. Un giorno mi ha mandato un video su WhatsApp mentre era, per l’appunto, in palestra e ricordo di aver pensato: “Ma che cazzo di posto è questo?”. Sembrava trovarsi sul set di ‘Mad Max’. Sono stato folgorato dalla sua stranezza, ma anche dalla creatività racchiusa in ogni singolo attrezzo. E mi sono sembrate altrettanto affascinanti le persone che frequentavano quel luogo: gli uomini e le donne che lo vivevano ogni giorno. Nel giro di un paio di settimane ero già su un aereo per Kiev. Volevo capire cosa fosse realmente Kachalka: avevo già iniziato ad esplorare la possibilità di fare un film.

La prima volta che ho raggiunto questa palestra outdoor era pieno inverno. Tutto era ricoperto di ghiaccio e la temperatura si aggirava intorno ai dieci gradi sotto zero. Sono entrato e ho visto subito un uomo alto più di due metri, a torso nudo, con il vapore che si sollevava dalla sua schiena. Credo siano bastati dieci secondi per arrivare alla realizzazione: “Devo fare questo film”. All’inizio è stata soprattutto la fisicità dello spazio ad attrarmi. Poi, più ho cominciato a comprenderne il funzionamento e a conoscere le persone, più mi sono reso conto che la parte davvero interessante, in realtà, era un’altra. 

A Kachalka non esiste una vera gerarchia. È il genere di posto in cui uno spazzino può allenarsi accanto a una star del cinema. Sono tutti lì, semplicemente, per allenarsi. Ho sempre provato una forte attrazione per i luoghi in cui le divisioni tra le persone tendono a scomparire, e mi sono innamorato proprio di questa qualità insita in Kachalka. Forse è una chiave di lettura che può suonare vagamente sovietica, ma quell’assenza di gerarchie ha esercitato su di me un fascino enorme. Prima di realizzare il film ho fatto molta ricerca e parlato con tantissime delle persone che frequentavano la palestra. Durante il primo viaggio mi sono imposto di conversare con quante più persone possibile. E quando mostri una simile apertura verso gli altri, inevitabilmente finisci per imbatterti in personaggi piuttosto singolari.

Per esempio, ho conosciuto un uomo che aveva quasi l’aria di essere il leader di una setta. Ogni volta che parlava, intorno a lui si raccoglievano una decina di persone ad ascoltarlo. Mi ha raccontato che la domenica andavano tutti a nuotare nel fiume. Fuori c’erano circa dieci gradi sotto zero, quindi l’acqua era praticamente coperta di ghiaccio. Gli ho detto che sarei andato con loro, ma che non avevo il costume. Mi ha risposto: “Non preoccuparti, nuotiamo tutti nudi”. Così sono arrivato al fiume, mi sono spogliato e, quando sono entrati tutti in acqua, ho scoperto di essere l’unico nudo. Per un irlandese piuttosto timido è stata un’esperienza abbastanza formativa... Ma mi sono divertito moltissimo. C’era qualcosa di selvaggio in tutta quella situazione. 

Al di là dell’aneddoto, però, ciò che mi ha colpito davvero è stata la straordinaria forza del senso di comunità. Pensiamo alle palestre per cui normalmente paghiamo un abbonamento: musica, specchi ovunque, ciascuno chiuso nel proprio piccolo mondo. Ero in palestra proprio questa mattina: tutti con le cuffie, senza particolare desiderio di parlare con gli altri. A Kachalka accade qualcosa di diverso. Le persone trascorrono del tempo insieme, parlano, costruiscono relazioni. Per certi versi assomiglia più a un circolo sociale che a un luogo in cui si va semplicemente ad allenarsi. C’era e c’è qualcosa di estremamente puro e autentico in tutto ciò.”

 

Da un lato, attrezzi frutto di un’artigianalità DIY in costante rinnovamento, iniziata nel periodo sovietico ed evolutasi fino alla contemporaneità. Dall’altro, praticanti estremamente eterogenei, per genere, età, outfit… Com’è stato immergersi in uno scenario sociale, sportivo, persino artistico così unico nel suo genere? E, visti gli eventi che oggi lo circondano, che riflessioni ti attraversano quando torni con la mente a ‘Kachalka’?

Gar O’Rourke: “Una delle difficoltà con cui ci si confronta sempre quando si ha a che fare con i documentari è l’impossibilità di rappresentare tutti. Vorresti farlo, ma è pressoché impossibile. Per me era importante essere onesto e mostrare le persone che qualunque persona avrebbe potuto incontrare negli spazi di Kachalka, durante un giorno qualsiasi. Questo aspetto ‘umano’ della palestra mi ha toccato particolarmente. Potevi vedere un nonno di novant’anni insegnare al nipote come fare trazioni, oppure una signora anziana allenarsi con le amiche su enormi macchine per il cardio. Ho pianificato molto, al contempo ho vissuto momenti straordinari che sarebbe stato, oggettivamente, impossibile prevedere…  

Sul piano visivo, sono arrivato con un’idea molto precisa. Quando lavori a un documentario, o a qualsiasi progetto visivo, specie all’interno di uno spazio dotato di una simile potenza, inevitabilmente devi porti alcune domande: come si rappresenta, davvero, la forza di questo luogo? Che aspetto ha questa forza? Come la si traduce in immagini? Ho attinto molto dal cinema d’epoca sovietico e da Stanley Kubrick. Naturalmente, quasi ogni regista potrebbe indicare Kubrick tra le proprie influenze, ma in questo caso sono stati elementi specifici del suo cinema ad interessarmi: l’uso della Steadicam, l’intimità che essa riesce a generare e, al tempo stesso, la possibilità che offre nell’attraversare uno spazio, gli zoom lenti e potenti, vastissime inquadrature d’insieme... 

Kachalka assomiglia ad una landa industriale, sapevo che la scala di quell’ambiente sarebbe dovuta diventare parte integrante del film. Avevo in mente un’impostazione visiva molto definita. Sono persino arrivato a montare una sorta di film di riferimento, composto da sequenze tratte da altre opere, per riuscire a visualizzare ciò che immaginavo potesse diventare ‘Kachalka’. Poi, avevo a disposizione un’altra risorsa straordinaria. Alcuni anni prima del nostro documentario, un fotografo austriaco aveva realizzato una serie dedicata alla palestra. Sono immagini incredibili, mi hanno decisamente ispirato.

Il mio rapporto con l’Ucraina è proseguito ben oltre ‘Kachalka’. Ci sono tornato molte volte e, successivamente, ho realizzato un altro documentario, ‘Sanatorium’, girato a Odessa e scelto lo scorso anno come candidatura irlandese agli Oscar. Ho trascorso moltissimo tempo nel Paese, sia prima, che durante la guerra. La verità è che avevo riconosciuto una forza straordinaria nel popolo ucraino già molto prima dell’inizio del conflitto. È difficile da spiegare se non si è mai stati in Ucraina o in quella zona di mondo, ma le persone sono incredibilmente tenaci. La loro storia è complessa. Una storia di violenza che non comincia nel 2022, tantomeno nel 2014: attraversa i secoli e credo abbia contribuito a forgiare una particolare ‘durezza’ generale. Il che non significa freddezza. 

Gli ucraini possono apparire così ad un primo incontro, ma quando impari a conoscerli scopri persone di un calore e di un’umanità straordinari. Per questo, quando penso oggi a Kachalka, provo sentimenti molto diversi. Credo che la palestra riuscirà a sopravvivere a tutto questo, anche se so che oggi viene frequentata da meno persone. L’aspetto più doloroso è sapere che molti degli uomini che vediamo nel film non torneranno in quella palestra. Alcuni sono stati arruolati e fanno parte dell’esercito; altri sono già morti.

Quando guardi un film come ‘Kachalka’, puoi osservare persone che, semplicemente, si divertono nell’allenarsi e trascorrere del tempo insieme. Le persone desiderano questo. È un concetto estremamente basico: chiunque vuole vivere una buona vita. La realtà è che una guerra su vasta scala impedisce di poterlo fare. Allo stesso tempo, ciò che continua a darmi una forma di speranza è la forza dello spirito ucraino. È una forza che ha davvero pochi eguali. Quindi sì, quando ripenso a quel luogo emergono emozioni molto diverse tra loro. Di recente ho anche notato che, dall’inizio della guerra, sembra essere cresciuta molta più erba intorno alla palestra e, a quanto pare, oggi ci sono anche più animali che si aggirano all’interno di essa.”

Il tuo ‘Kachalka’ verrà proiettato a San Servolo, davanti al pubblico ONA. Che sensazioni ti attraversano pensando alla location unica, circondata dalla Laguna Veneziana, in cui il tuo racconto prenderà forma? E che messaggi vorresti lasciasse al pubblico ONA?

Gar O’Rourke: “Innanzitutto, è un grande onore sapere che il film verrà proiettato a San Servolo. Mi piacerebbe moltissimo essere presente, bere un bicchiere di vino e godermi la serata. Poi, credo esista un parallelismo sorprendente tra Kachalka e il luogo che ospiterà la proiezione. San Servolo ha attraversato storie e identità diverse. È stata utilizzata per scopi militari, poi è diventata un ospedale e oggi è stata ripensata come luogo dedicato alla creatività, capace di dare energia a giovani creativi, registi e non solo. 

Ai miei occhi, la palestra Kachalka racconta qualcosa di simile. Anche quel luogo ha attraversato diverse vite, fino al momento in cui un gruppo di persone si è riunito e ha deciso: “Costruiremo una palestra”. Non disponevano realmente delle risorse economiche necessarie: la sua costruzione è divenuta uno sforzo collettivo. Persino i materiali che compongono la palestra sono stati reinventati. Provengono da magazzini, fabbriche, da un carro armato, da un sottomarino... Le persone hanno raccolto elementi completamente eterogenei e attribuito loro una funzione del tutto nuova. In questo senso, trovo che San Servolo sia il luogo perfetto in cui proiettare ‘Kachalka’.

Quanto a ciò che vorrei rimanesse al pubblico, prima di tutto spero che il film possa contribuire a mantenere viva l’attenzione sull’Ucraina. Quando una guerra si protrae così a lungo, uno dei problemi è che, inevitabilmente, lo sguardo delle persone cominci a rivolgersi altrove. È una triste realtà. Per questo sono profondamente grato che ‘Kachalka’ continui a essere proiettato e che il pubblico continui a confrontarsi con il film. Spero anche che gli spettatori italiani e internazionali di ONA riconoscano che le persone che vedono sullo schermo, in fondo, non sono affatto diverse da loro. Gli ucraini sono come gli italiani, come gli irlandesi. Vogliono vivere bene, divertirsi, stare in salute e apprezzare le cose semplici. Quindi spero che il pubblico sorrida. Spero che provi qualcosa e, perché no, che venga stimolato ad andare ad allenarsi.”