L’ONA Short Film Festival continua ad affascinare ed ispirare l’audience che, per la 7ª edizione, tornerà sulla placida Isola di San Servolo per osservare la fusione tra settima arte, cultura sportiva, specie nella sua cadenza outdoor, e ritmi lagunari. Come Media Partner di lunga data del Festival, diamo spazio alle prospettive che lo scandiscono nelle serate tra il 10 e il 12 settembre
Sosteneva il geniale talento Ingmar Bergman: “Non esiste forma d’arte al pari del cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”. Parole che riecheggiano nella contemporaneità, portate con sé dalle suggestive onde della Laguna Veneziana fino all’Isola di San Servolo, dove tra il 10 e il 12 settembre torna a prendere forma l’ONA Short Film Festival: evento che nella settima arte vede il perfetto mezzo per imprimere messaggi che partono dalla cultura sportiva, per poi trascendere nel suo senso più profondo. Quello in grado di colpire la coscienza, per l’appunto. Di scuotere emozioni e raggiungere stanze segrete dell’anima. D’educare a spalancare le proprie prospettive ad altri pezzi di mondo, ad altre comunità ed individui.
Come ormai da tradizione, accompagniamo questa significativa kermesse con una collana editoriale ad hoc. Protagonista di questo focus, Alex Tiernan e il suo short film ‘Ang Ritwal’.


Come sempre, ci piace partire da un dato che riteniamo fondativo per ogni nostro intervistato, così come per ogni regista partecipante all’ONA Short Film Festival: che rapporto hai costruito, dalla tua infanzia ad oggi, con l’immaginario sportivo? Che tipo di musa ispiratrice è stata, e continua ad essere, quella sportiva nel tuo modo di vedere il mondo?
Alex Tiernan: “Crescendo, credo di aver vissuto lo sport per quello che era, senza interrogarmi troppo sul suo significato. Lo davo quasi per scontato: era semplicemente qualcosa che facevano tutti i bambini. Giocavo a calcio e, dato che a scuola c’era un campo da basket, ad un certo punto ho anche iniziato a tirare a canestro. Più avanti, sono arrivati il rugby e l’atletica. Sono sempre stato nella media in tutte queste discipline. Per me si trattava, essenzialmente, di forme di divertimento. Se ripensa al primo grande evento sportivo che ha davvero lasciato un segno nel mio immaginario, direi che sono stati i Mondiali di calcio del 1994. Tifavo per il Brasile, la squadra di mia madre, che quell’anno vinse. Naturalmente fu un’esperienza quasi estatica vedere la squadra che stavo seguendo arrivare fino alla finale e conquistare il titolo. Ma, al di là dell’entusiasmo, ciò che mi rimase davvero impresso fu la dimensione della partecipazione collettiva.
L’idea che milioni di persone, che un’intera nazione potesse sentirsi così profondamente coinvolta in ciò che stava accadendo su un campo da calcio in un’altra zona del mondo ha avuto un impatto enorme su di me. Oggi, quando penso al mio istinto di regista e ai territori verso cui tende a condurmi la curiosità, riconosco un legame molto forte con lo sport: lo riconosco proprio nella possibilità di vivere qualcosa attraverso l’esperienza di qualcun altro. Un gesto estremamente specifico, compiuto da un singolo individuo, può arrivare a racchiudere una storia molto più ampia, mentre un’intera comunità si ritrova emotivamente coinvolta in quell’istante. Credo che la relazione tra esperienza individuale ed esperienza collettiva sia rimasta con me da allora.”
La dimensione dello storytelling visuale, invece, com’è entrata a far parte della tua vita e cosa rappresenta, per te, oggi?
Alex Tiernan: Alex Tiernan: “Se allarghiamo il discorso al racconto in senso più ampio, la tradizione orale ha avuto un ruolo molto importante nella mia infanzia, da entrambi i lati della famiglia. Alle nostre spalle ci sono lunghe storie di migrazioni, di sradicamento… Credo che, nelle famiglie segnate da esperienze di questo tipo, il racconto assuma spesso un valore particolare: diventa un modo per preservare un senso di appartenenza ai luoghi, soprattutto quando quei luoghi, nel corso del tempo, sono continuamente cambiati. Le storie dei miei nonni e bisnonni, così come quelle delle persone che avevano conosciuto, venivano raccontate e tramandate di continuo. Questa forma di narrazione ha accompagnato tutta la mia infanzia. Solo più avanti ho cominciato a interessarmi al racconto per immagini e alla pratica visiva, considerandoli, per certi versi, un’estensione di quella stessa tradizione. Stories about my grandparents and great-grandparents, and about the people they had known, were constantly being recounted. That kind of storytelling was very present throughout my childhood. It was only later that I became interested in visual storytelling and visual craft as, in some ways, an extension of that tradition.
Mia nonna era una pittrice e credo avesse riconosciuto in me una certa predisposizione per il disegno e la pittura. Dopo la scuola mi seguiva personalmente e, quando sono andato all’università, ho scelto proprio pittura e disegno come percorso di studi. È stato quello il mio vero ingresso nel racconto visivo, ma anche il momento in cui ho iniziato a comprendere che è la forma a dare corpo a una storia. Medium come la pittura o il cinema non si limitano a contenere un racconto: è attraverso la sua forma che il significato e la narrazione riescono a manifestarsi. Credo che questa consapevolezza sia rimasta fondamentale nel modo in cui ancora oggi mi rapporto al racconto per immagini.”


‘Ang Ritwal’ è un’ode al valore culturale e sociale della pallacanestro nelle Filippine. Un valore che trascende quello sportivo, divenendo, a tutti gli effetti, sacrale. Puoi raccontarci la genesi di questo short docu e il processo creativo che ti ha portato a definire questo tipo di narrazione, in grado di elevare, per l’appunto, il valore rituale del Gioco in questo Paese?
Alex Tiernan: “Direi che il processo è stato, a dir poco, organico. Mi sono imbattuto in questa comunità quasi per caso. Stavo viaggiando nelle Filippine ed esplorando Manila. Quando viaggio, ho un’abitudine che potrebbe sembrare piuttosto insolita: visito i cimiteri. Nulla di morboso. Li trovo luoghi di grande bellezza ma, soprattutto, credo che il modo in cui culture diverse si confrontano con la morte e ne custodiscono la memoria possa offrire una prospettiva affascinante sulla mentalità di un luogo. In alcune zone degli Stati Uniti, per esempio, i cimiteri possono assomigliare a parchi curati in maniera impeccabile, spesso separati dalla città. È come se suggerissero l’idea di paradiso quale dimensione incontaminata e distinta, nella quale si entra esclusivamente per una sepoltura o per rendere omaggio ai morti. Una volta, invece, ho visitato un cimitero in Algeria, vicino al confine con la Libia, nel Sahara, ed era quasi l’esatto contrario. C’era poco più di un perimetro delimitato da alcuni mattoni e, al posto delle lapidi, frammenti di ceramica spezzata. Nessun nome, nessuna iscrizione. Lasciava intuire un rapporto con la morte completamente diverso.
Così, quando mi sono trovato nelle Filippine, ho deciso di visitare il Manila North Cemetery, dove sono sepolte molte figure importanti della storia nazionale. Mi avevano raccontato che al suo interno vivevano delle persone, ma non ero preparato a ciò che avrei incontrato. È davvero una città nella città, una comunità viva nel senso più pieno del termine, con famiglie di più generazioni che abitano i mausolei. Ad un certo punto mi sono ritrovato in uno spazio tra le tombe dove era stato allestito un campo da basket improvvisato. Alcuni ragazzi mi hanno chiesto se volessi unirmi a loro per fare qualche tiro. Sono rimasto immediatamente colpito dalla giustapposizione: un’attività assolutamente ordinaria, quasi prosaica, che si svolgeva accanto ai mausolei e alle statue di Madonne piangenti. Ai miei occhi il contrasto è subito risultato straordinario, quasi surreale. Naturalmente, per chi viveva lì non c’era nulla di surreale.
Credo sia stato quello il momento in cui ho cominciato a riconoscere una connessione tra la pallacanestro o, più in generale, lo sport e pratiche sacre molto più antiche. Chiunque abbia trascorso del tempo nelle Filippine sa quanto il basket sia onnipresente. È ovunque. Ma non volevo cadere nel cliché secondo cui ‘il basket è religione’, come si usa spesso dire, per esempio, del calcio in Italia. Ad interessarmi erano, piuttosto, le analogie strutturali tra lo sport e pratiche come il rito religioso, i rituali funebri, il folklore e, più in generale, la cultura. Sono tutte dimensioni capaci di generare un linguaggio condiviso e, attraverso di esso, un senso del luogo, di appartenenza e d’identità per chi vi prende parte: non soltanto per chi gioca, ma anche per chi osserva e per chiunque partecipi al rituale stesso del Gioco.
Questa è stata, in sostanza, la genesi del progetto. Sono tornato diversi mesi più tardi, durante Undas, la ricorrenza filippina dedicata ai defunti, senza sapere davvero cos’avrei filmato. Fino a quel momento avevo generalmente affrontato la regia con la convinzione di dover sapere esattamente cosa stessi cercando di creare. ‘Ang Ritwal’ è diventato un esperimento nella direzione opposta. Avevo un’intuizione, qualcosa che suscitava la mia curiosità e continuava a richiamarmi verso quel cimitero, ma non volevo imporre al luogo una storia prestabilita. Attraverso le relazioni che avevo già cominciato a costruire con le persone incontrate lì, il progetto ha iniziato gradualmente a prendere forma. Non esisteva una sceneggiatura convenzionale: la struttura è emersa dagli incontri e dalle interazioni.
Il film si apre e si chiude con una storia di fantasmi che mi avevano raccontato alcuni bambini del cimitero e che ho successivamente rielaborato per darle la funzione di cornice narrativa. Soprattutto, non ho cercato di realizzare un documentario in senso tradizionale: né un’indagine esaustiva sulla pallacanestro nelle Filippine, tantomeno una spiegazione di come una comunità tanto straordinaria fosse arrivata ad esistere all’interno di un cimitero. Sono temi che avrebbero richiesto un approccio completamente diverso. Piuttosto, ho voluto tracciare un ritratto della mitologia di questo luogo: restituire la sensazione di trovarsi al suo interno e di prendere parte all’intreccio di rituali che gli conferisce un’identità così unica.”
La colonna vertebrale di questa produzione è ambientata nel Tenement, un luogo di culto, nonché uno dei playground più carichi di fascino per la cultura cestistica tutta, e in uno dei tanti cimiteri di Manila. Com’è stato immergerti in quei contesti? E cosa rivela, nella tua visione, il loro dialogo?
Alex Tiernan: “È una domanda molto interessante, anche perché prima di realizzare il film non conoscevo il Tenement. Come dicevo, le riprese di ‘Ang Ritwal’ hanno seguito un processo molto organico. Non ho lavorato partendo da una sceneggiatura e ho fatto molta attenzione a non imporre una mitologia a questi luoghi, piuttosto a lasciare che fosse la loro stessa mitologia ad emergere. Per quanto possibile, volevo che fossero gli incontri e le interazioni con le persone che vediamo nel film a indicarmi la direzione. La scelta di girare al Tenement, però, è stata assolutamente consapevole e deliberata. Cercavo un luogo che potesse rappresentare una sorta di Colosseo. Una volta arrivato lì, tuttavia, mi sono reso conto che era qualcosa di più. Sembrava quasi una cattedrale: una cattedrale della pallacanestro. Volevo creare proprio questo contrasto visivo tra il cimitero e il Tenement. Il Tenement possiede una presenza fisica straordinaria. Immagino che affrontare i giocatori del posto su quel campo possa essere incredibilmente intimidatorio. Sopra di te si innalzano diversi piani di ballatoi, con le persone che osservano il campo dall’alto. Quando si gioca e tutti escono per assistere alla partita, circondandoti da ogni livello, hai quasi la sensazione di trovarti sul fondo di un pozzo.
Il Colosseo è il luogo dello spettacolo; la cattedrale è il luogo della congregazione e del rito collettivo. Avevo bisogno di uno spazio capace di racchiudere entrambe queste dimensioni e di entrare così in dialogo con ciò che stavo già esplorando nel cimitero, inteso come luogo della memoria. Ma tra i due ambienti esiste un’altra connessione che per me è diventata fondamentale. Il Tenement era originariamente un parcheggio multipiano. Proprio come il cimitero, non era stato concepito per accogliere una comunità. Non era stato pensato per sostenere la vita nel modo in cui lo fa oggi. Eppure, in entrambi i luoghi, le persone sono riuscite a creare qualcosa di straordinariamente vivo. La trasformazione del Tenement racconta dell’inventiva e della resilienza insite nella cultura filippina: attorno a uno spazio che mai era stato concepito per questo scopo è cresciuta un’intera comunità cestistica, con una propria storia. È anche qui, a mio avviso, che si compie il dialogo tra il Tenement e il cimitero. Sono luoghi profondamente diversi, eppure entrambi mostrano la capacità di una comunità di appropriarsi di uno spazio, trasformarne la funzione originaria e farvi emergere la vita: con essa, il rito collettivo.”


Il tuo ‘Ang Ritwal’ verrà proiettato a San Servolo, davanti al pubblico ONA. Che sensazioni ti attraversano pensando alla location unica, circondata dalla Laguna Veneziana, in cui il tuo racconto prenderà forma? E che messaggi vorresti lasciasse al pubblico ONA?
Alex Tiernan: “Venezia è una delle città più iconiche al mondo, se non la più iconica. Quindi, naturalmente, vedere un proprio film proiettato all’aperto in un’isola veneziana sarà qualcosa di davvero speciale. Ma c’è anche un’altra connessione che trovo particolarmente affascinante. Se mettiamo a confronto Venezia con i luoghi che appaiono in ‘Ang Ritwal’, difficilmente potrebbero sembrare più distanti. Venezia possiede una raffinatezza e una bellezza architettonica straordinarie; gli ambienti del film sono invece molto più ruvidi e, francamente, quasi sconosciuti. Sembrano due facce opposte della stessa medaglia. Eppure, in entrambi i casi, parliamo di comunità estremamente vitali, sorte in luoghi che, almeno in apparenza, non erano stati concepiti per accogliere la vita. Se ci pensiamo, Venezia stessa è qualcosa di estremamente improbabile: una città costruita sul mare, con pochissima terra a disposizione, che ad un certo punto della propria storia è diventata il centro di un impero. Da condizioni simili è riuscito a emergere qualcosa d’incredibilmente ricco e vitale.
È esattamente ciò che mi ha colpito nelle Filippine. Il Tenement non era stato progettato per ospitare una comunità. Il cimitero era stato concepito per i morti, non per i vivi. Eppure, l’ingegno e l’immaginazione umana riescono ad attecchire nelle crepe. Lo sport, la mitologia e l’identità diventano quasi forze della natura: crescono come rampicanti attorno alle strutture che incontrano. È per questo che trovo così interessante tanto il contrasto, quanto il parallelismo tra questi luoghi. E se qualcuno tra il pubblico dovesse coglierlo mentre guarda il film a San Servolo, la cosa mi farebbe estremamente piacere. Quanto a ciò che vorrei rimanesse agli spettatori, sinceramente non desidero imporre loro alcun messaggio particolare. Se ‘Ang Ritwal’, però, riuscisse a spingere qualcuno a riflettere sullo sport al di là del semplice gesto fisico, oltre la competizione, il superamento dei limiti umani o l’intrattenimento, facendolo considerare, invece, come un linguaggio condiviso, come un’estensione di tutte quelle dimensioni che ci tengono uniti in quanto comunità… Allora, credo che il film raggiungerebbe ciò che desideravo e desidero.”






