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Achille Mauri racconta il suo ultimo progetto visuale, prodotto al fianco di Severin van der Meer e supportato da Arc’teryx

Ogni isola ha un nome nel vasto arcipelago dello snowboard, sta a noi e alle nostre sensazioni decidere quale. “Every Island Has a Name” è la produzione visuale diretta da Achille Mauri e guidata da Severin van der Meer, un itinerario museale e sensoriale in grado di associare l’estetica Arc’Teryx al tanto multidimensionale, quanto universale spartito seguito dalla tavola, da chi la vive, da chi la osserva, anche solo per la prima volta. Continente dopo continente. Trick dopo trick. Giustapposizione dopo giustapposizione. L’Arc’teryx Winter Film Tour ha dato l’opportunità d’immergersi in un flow of consciousness sportivo, in un connubio d’arte contemporanea e meraviglia atletica che eleva lo snowboard a musa dalle infinite ramificazioni. Le parole di Achille Mauri, e la sua biografia personale, aiutano a decifrare “Every Island Has a Name” e permettono di esplorare un nuovo, contemporaneo capitolo della narrazione visuale dello snowboard.

Every Island Has A Name (Trailer)

Quali sono le origini e i significati di “Every Island has a Name”? Come hai declinato la tua visione artistica nell’universo snowboard?

“Non voglio fare premesse enormi, ma devo cominciare dicendo che non è facile fare il regista in video di snowboard. È una dimensione in cui le dinamiche sono estremamente assodate, soprattutto a livello di persone coinvolte e di legami umani, oltre che artistici. La chimica che s’instaura nel tempo tra un filmmaker e uno snowboarder è un qualcosa d’inossidabile, e di complesso da penetrare a livello di regia, di narrativa. Per questo ho scelto di fare un passo indietro, diciamo così, preferendo concentrarmi nell’osservazione della bellezza di questo sport. Una bellezza insita nella pratica stessa, che mi affascina da sempre. Ai miei occhi, lo snowboard è una forma d’arte e gli snowboarder sono degli artisti, dei land artist. Quindi, ho deciso di abbinare specifici ambienti a opere d’arte, creando dei segmenti popolati, a livello visivo, da similitudini. Il titolo ricalca, in qualche modo, quest’idea di passaggio tra vari scenari, ed eleva le unicità di ognuno di essi. Lo snowboard è una sorta d’arcipelago felice, dove puoi cambiare isola di volta in volta, trovando dettagli, forme, cose nuove a cui è difficile dare un nome. “Every Island Has a Name” parte da questo concetto, e dal fatto che, girando queste mete snow durante le ‘missioni’ dei rider, l’impressione è sempre quella di essere accompagnati dalla canzone ‘People are Strange’ dei Doors: una citazione banale, ma assolutamente vera. Il film e il titolo ricalcano quest’idea d’interpretazione personale di ogni luogo, l’idea è quella che il rider, come lo spettatore, possano visitare diverse stanze museali e visuali, immergendosi in tre ambienti tematici che ho anche ricreato in un recente evento presso Spazio Maiocchi”.

Photo by Silvano Zeiter
Photo by Silvano Zeiter

Qual è il tuo rapporto con questa forma d’arte sportiva? E come ha influito l’evoluzione del tuo percorso da snowboarder su “Every Island Has a Name”?

“Ho iniziato ad andare in snowboard presto, è decisamente stato uno sport che mi ha cambiato la vita. È uno sport a contatto con la strada, l’underground, la musica e l’arte... Per me all’inizio voleva dire fare qualcosa di ribelle in posti assurdi. Sono nato e cresciuto nella provincia, mio padre non mi permetteva di andare a skateare a Milano, ma mi concedeva lo snowboard in montagna… Non era a conoscenza del fatto che potessi correre uguali rischi, o fare trick altrettanto pericolosi, aveva in mente la forma tradizionale di sci. Lo snow mi ha educato al rispetto della montagna e, allo stesso tempo, ad abbracciare il suo spirito alternativo. La ‘delicatezza’ di “Every Island Has a Name” deriva da questo vissuto e da un successivo iato, che mi ha tenuto lontano dalla tavola per qualche anno, per poi evolversi in un nuovo, potentissimo amore. Ho fatto parte di una generazione cresciuta con video YouTube fatti di musica a palla e immagini adrenaliniche, shortfilm potenti e mainstream. Quando ho ricucito il mio rapport con lo snow, ho cercato da subito di vederlo in un altro modo, provando a trasmettere la sua bellezza, la sua purezza. La mia missione fondamentale è quella di scrivere una sorta di anno zero sulla narrazione visuale di questa disciplina, basata su nuove influenze e contaminazioni, arrivando, perché no, ad aprire le porte delle gallerie d’arte alla tavola. Ritengo che questo sport meriti una giusta cifra d’eleganza, un’energia diversa da quella usuale, che possa garantirgli di essere approcciato da un pubblico più ampio”.

Photo by Silvano Zeiter
Photo by Silvano Zeiter

Parlando di isole, quali nomi menzioneresti per definire la tua connessione con lo snowboard?

“Una prima isola è, sicuramente, la vista di una valanga. Un evento che mi ha spaventato e fatto comprendere quanto fosse veramente potente un qualcosa che davo per scontato. La seconda è la condivisione dello snow con la persona che amo. Grazie all’amore mi sono reinnamorato di questa forma d’arte sportiva, ho visto me attraverso gli occhi della mia compagna, e ho compreso che c’era qualcosa di giusto nella mia connessione con lo snowboard. L’amore mi ha aiutato a reintepretarla: più che un’isola è diventato un atollo, un vero e proprio nuovo capitolo della mia esistenza. La terza isola è ispirata da mio padre, che ha permesso l’origine della mia passione”.

“Every Island Has a Name” nasce grazie ad Arc’Teryx e Severin van der Meer, com’è stato collaborare con loro e con gli altri rider coinvolti in questa produzione?

“Arc’teryx è un brand dal DNA bello, significativo, che ti rende consapevole di poter cadere in piedi su qualsiasi progetto. Si porta dietro figure di spessore, sia a livello di atleti, che di ambassador in generale. È uno di quei brand con cui vuoi lavorare, perché sai che lavorerai con professionisti di cui hai massima stima, e con cui creerai una perfetta sinergia. Come Severin van der Meer, che mi ha direttamente coinvolto in questo progetto. La connessione con l’arte è stata bellissima, perché ha permesso alla produzione di rimanere comunque real, anche grazie alla partecipazione attiva di tutti i rider presenti lungo le tre tappe. Vederli in azione è stato fantastico. Severin, in particolare, è una volpe, è difficilissimo da seguire a livello di filming, e questo è succo per i miei occhi. È zucchero. Punti la camera e hai una persona che ti riempie la fotografia con un’azione perfetta, è un qualcosa d’impagabile. Lo stesso vale per gli altri rider e per i loro rispettivi stili. Ho molta stima delle persone con cui ho condiviso questo progetto”

Photo by Silvano Zeiter
Photo by Silvano Zeiter