Tra l’eleganza parigina e i sogni outdoor di Cape Town, Basile Deschamps traccia un nuovo spazio immaginario in cui lo sport diventa un gesto aggraziato, sospeso nello spazio e nel tempo.
Non è arrivato alla fotografia sportiva per vie tradizionali: è stata la passione, riaccesa dalle luci di Cape Town, a riportarlo allo sport. Nel silenzioso post-Covid ha preso in mano la macchina fotografica così come, un tempo, aveva fatto con la musica, imparando ad usarla per elevare la musa sportiva.
Dalle produzioni immaginate ai lavori reali, da eterno “mover”, Basile riesce a catturare l’espressione sportiva eliminandone il rumore, lasciando solo forza, potenza, dolore, morbidezza. Le sue immagini vivono dove il controllo della moda incontra la verità dello sport: reinventano l’inquadratura, estraendo l’azione dal contesto per arrivare alla sua essenza.
Basile ci ha parlato delle sue radici francesi e dell’esperienza africana, dell’influenza della musica, di un'infanzia sempre in movimento e di come tutto questo lo abbia portato a esprimere la sua interpretazione dello sport attraverso la fotografia, dove l’azione scivola fuori dal suo contesto e resta solo l’essenziale.







Nuovi luoghi, nuove ispirazioni
“La fotografia per me è una storia piuttosto recente, perché ho iniziato solo dopo il Covid. Vivevo in Sudafrica, a Cape Town, ed è lì che tutto è cominciato. È una città in cui stai sempre all’aperto. Questo ha acceso in me il desiderio di fotografare i nuovi paesaggi che mi circondava. C’è una montagna proprio nel mezzo della città. Ci sono le onde. Puoi andare a fare surf prima del lavoro. Puoi fare un’escursione subito dopo. Sempre trekking, corsa — che è quello che faccio — nuoto e vari sport outdoor. Era un altro mondo rispetto a quello che vivo ora a Parigi. È un posto in cui senti di avere il tempo per portare a termine le cose. Ci sono tantissime persone creative — un sacco di musicisti, un sacco di fotografi.
Quando è arrivato il Covid lavoravo nel turismo. Quindi niente più turisti. Avevo un sacco di tempo. Ho fatto il lockdown lì, vivendo con degli amici. Uno di loro era un fotografo di Chicago e io producevo musica da anni. Per me immagini e musica sono sempre state un’accoppiata perfetta per raccontare una storia. Così abbiamo girato una clip rap — lui era quello che rappava, io facevo le basi e curavo le immagini. Allo stesso tempo insieme a lui ho imparato a girare video e, tramite la musica, anche la fotografia. Dopo quel periodo ho pensato che forse mi sarebbe piaciuto farlo per lavoro, che avrei potuto farlo.”




Fake it until you make it
“Per iniziare con i primi shooting sono finito a creare finti editoriali per diversi brand legati alla corsa o al trail running, mescolando sport e moda così come li avevo in testa. Poi una volta tornato in Francia ho continuato a fare questi lavori con alcuni amici finché i brand mi hanno iniziato a chiamare per realizzare campagne vere. E’ stato letteralmente un ‘fake it until you make it’. Ma ha funzionato e, dopo qualche mese, uno dei primi brand che mi ha contattato per scattare una campagna è stato Oakley.
Quella campagna mi ha aperto le porte. La community sportiva parigina in realtà è piuttosto ristretta, e dopo essere entrato in contatto con loro è stato come far scoppiare una piccola bolla. Una volta dentro, tutti sentono parlare di te e il tuo nome si propaga.
In sostanza, è iniziata così: finte produzioni a Cape Town con una luce e un background pazzeschi — lì non serve molto per rendere un’immagine bella — e poi il ritorno in Francia a fare cose per conto mio finché qualcuno non le ha davvero richieste.”


Crescere dentro lo sport
“Sono cresciuto a Lione e ho fatto sport per tutta la vita. Dall’equitazione quando ero bambino, alla corsa adesso, ho praticato cinque o sei arti marziali diverse, arrampicata e pallavolo. Lo sport è sempre stato parte della mia vita, ma non ho avuto una sola grande disciplina che mi abbia seguito durante la crescita.
Probabilmente la più importante è stata la ginnastica da adolescente. Siamo arrivati persino alle finali nazionali francesi, ma io avevo solo 15 anni. Per me è stata l’esperienza sportiva più grande perché eravamo in squadra, con discipline diverse dentro uno stesso sport. Essere stato un bambino — e ora un adulto — attivo ha influito di sicuro su come fotografo lo sport. Se sai cosa fanno gli atleti, se conosci uno sport e cosa possono fare, allora sai cos’è l’eccezionale. Se c’è un movimento, uno stile particolare — qualsiasi cosa che spicchi rispetto al solito — ovviamente lo noti. Forse è quello il momento in cui scatti. Se non conosci lo sport, potresti perderti questi momenti da insider.
Di recente ho fotografato il golf, di cui non sapevo nulla. Continuavo a fare domande perché dovevo capire cosa stavo guardando. All’inizio pensavo che il golf fosse un po’ noioso. Ma più imparavo, più pensavo: ‘che razza di sport è questo?’. È come freccette e baseball insieme. Ha stile e costanza, e puoi essere molto bravo, ma se sbagli una volta non fai più parte dei migliori. È difficile conoscere ogni sport — ma più ci entri, più diventa ricco. Capire cosa rende un giocatore davvero forte è super arricchente.
C’è anche un livello più profondo: quando dirigo o fotografo atleti, se abbiamo qualcosa di cui parlare — se condividiamo un’esperienza, anche se loro sono molto più forti di me — si instaura una fiducia diversa. Possiamo darci a vicenda ciò che serve se parliamo la stessa lingua. È fondamentale.”


Reinventare l’inquadratura
“Nella mia fotografia cerco di spingere un approccio sportivo con una sensibilità tipica della moda. Quello che amo della moda è che puoi inventare e creare un intero universo. Crei sfondo, luce, posa, attitudine, abiti, look — cosa molto più difficile nello sport. Nello sport o fai un editoriale oppure scatti qualcosa durante un evento, una partita. Per me ci sono due livelli: scattare ciò che esiste e rendersene conto, oppure reinventare la realtà intorno a ciò che esiste — incorniciarla in modo che non si capisca del tutto il contesto. Catturare l’essenza senza spiegare tutto ciò che la circonda.
La ginnastica di solito è in una palestra, la corsa di solito su una pista, in uno stadio… Tutto questo è contesto. Ma puoi togliere la pratica dal contesto e renderla totalmente diversa — farla diventare ciò che sogni che sia. Allora arrivi all’essenza dello sport. Un mio sogno, ad esempio, sarebbe fotografare la ginnastica non in una palestra. È pura — forza, respiro, dolore, eleganza — e una palestra raramente è elegante. Ma se controlli luce e sfondo, puoi cambiare la narrazione.
La fotografia sportiva è spesso stata, fino a poco tempo fa, normale, standard, del tipo ‘questo è ciò che succede’. A me non interessa solo ciò che succede — mi interessa ciò che voglio che sia. Magari è concentrarsi su minuscoli dettagli, o cambiare l’inquadratura in modo tale che le persone siano un po’ spiazzate e resti solo l’essenza del movimento. Per esempio, di recente ho fotografato il judo. Il contesto per me era abbastanza brutto: ledwall pubblicitari e colori terribili attorno al tatami, vista ostruita, angoli minuscoli dal livello del pavimento. Mi sono chiesto:‘come faccio a non avere questa cornice orribile negli scatti?’. Tutto deve sparire per arrivare alla purezza del movimento. Le immagini che ho prodotto sono quelle che portano lo sport fuori dall’arena, in una sorta di mondo teorico del judo — più estetizzato della realtà, con molta post-produzione — ma era quello che volevo trasmettere. A volte rispetto la realtà; a volte voglio portare le persone oltre, da un’altra parte.
Detto questo, l’essenza della fotografia sportiva per me non è una sola, dipende. A volte è totalmente estetica — uno scatto bello che semplicemente funziona. Magari l’esercizio è quello, e basta. Oppure è significativa — il più difficile — qualcosa che resta nella mente delle persone, in cui possano proiettarsi, identificarsi. Una vittoria, una sconfitta, un infortunio — momenti definitivi con cui spettatori e atleti possono relazionarsi. Ma è difficile creare un vero significato profondo in un solo fotogramma. Nello sport i temi possono essere il superamento, la vittoria, la sconfitta, il dolore. In un’unica immagine non puoi evocare molto più di questo. Quindi, per me, una buona fotografia sportiva è sorprendentemente accurata in un messaggio.”






La musica come sport
“Da giovane producevo musica, era il mio hobby principale; e ora che sono regista video, produco suoni per i miei film. È difficile legare direttamente la musica alla fotografia ma, in ogni caso, per me la musica è connessa allo sport. È ciò che lega uno sport a un ricordo. Può essere semplicemente la musica che stai ascoltando mentre lo vivi — qualcosa che ti motiva o ti affossa. La musica è così vicina alle emozioni che si attacca alla memoria, e lo sport fa parte della nostra memoria collettiva di esseri umani.
Alcuni dei miei peggiori e migliori ricordi sportivi sono legati a canzoni: quando ero bambino facevo gare di staffetta a cavallo e avevo circa 13 anni. Il mio cavallo era il più vivace; non riuscivo a controllarlo, troppo potente per me. Facevamo competizioni, viaggiando in tutta la Francia. Un giorno il mio cavallo si è imbizzarrito, le altre squadre correvano ancora e il pubblico mi fissava. C’era una canzone di una cantante francese degli anni ’90, Alizée, e quella scena mi è rimasta in testa come una scena cinematografica: io che inseguo il cavallo con quella colonna sonora.
Penso davvero che la musica faciliti un immaginario. Collegare musica, fotografia e sport fa sentire di più le immagini. Ultimamente corro di più e, a seconda della playlist, corro in modo completamente diverso. Amo ascoltare R&B quando corro perché nella maggior parte delle uscite ricerco la tranquillità; l’R&B ha quello spazio in cui sei super rilassato ma puoi comunque andare veloce. La musica dà un contesto entro cui le tue emozioni scelgono una corsia: ‘sarò efficiente, sarò il migliore’ — oppure — ‘me la godo, è un momento sereno’.”
L’estetica dello sport va ancora reinventata
“La ginnastica è lo sport che vorrei affrontare in modo più contemporaneo. È così completo. Potrei fare uno shooting per ogni disciplina: volteggio, trave, corpo libero, anelli, parallele, sbarra — ognuna con mille cose da esplorare. Sarebbe un progetto bellissimo. Non ci sono davvero molte persone che l’hanno fotografata così — è una nicchia, per questo non è stata sfruttata. Spero davvero di farlo presto.
Un’altra area che vorrei approfondire è in realtà un altro modo di lavorare con la camera: in acqua — il surf, e altri sport acquatici. Fotografare in acqua è un esercizio difficilissimo — molto peculiare — e super interessante da esplorare. La mia visione delle immagini non è fattuale; è più fantastica, immaginativa. Con la distorsione dell’acqua puoi mostrare senza mostrare. È un altro elemento che vorrei esplorare.
Probabilmente queste sono le mie due anime: il lato parigino che ama la moda — rigore, grinta, immagini belle — e il lato di Cape Town — natura, morbidezza, sogno, astrazione. Due estetiche che mi piacciono; due discipline — ginnastica e sport d’acqua — che le incarnano alla perfezione.
La domanda che mi faccio sempre oggi è su quale sarà il prossimo sport, come rappresentarlo meglio. Il vero obiettivo è prendersi il tempo per fare esattamente ciò che vorrei: un ponte tra estetica fashion e sport nella mia fotografia. Ma serve preparazione e, per farlo accadere, servono tempo, le persone giuste, il set giusto — cose non facili da trovare. Se posso estrarre poesia da una disciplina che a prima vista non è ovviamente poetica, se posso portare quel tipo di sensibilità in discipline che di solito non la ricevono, per me è un successo. E se collego quella sensibilità a un’idea e ad un ambiente che non hanno nulla a che vedere con lo sport di partenza — allora è una vittoria.”







