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Milano è una città che non si ferma. Non lo fa nel traffico, non lo fa nella frenesia, e non lo fa nemmeno quando un gruppo di ragazzi decide di trasformare l’asfalto in un palcoscenico di equilibrio, rischio e libertà

È in questo spazio sospeso, dove la ruota anteriore si solleva e la città diventa vibrazione, che il fotografo Lorenzo Roncaglione ha trovato il suo posto. Architetto di formazione visiva, fotografo per istinto, è diventato uno degli sguardi più interessanti sulla scena bike life milanese — un movimento nato dal basso, a metà tra sottocultura e sport urbano, che unisce ragazzi e ragazze da quartieri diversi, accomunati da una stessa ricerca di libertà, appartenenza e validazione sportiva.

Al suo fianco Denilson “Denny” Ramos, rider tra i massimi esponenti della scena Bike life, grazie al quale attraversiamo il labirinto milanese, composto da parcheggi e rettilinei, che dal centro porta in periferia, restituendoci uno sguardo onesto su una grammatica urbana fatta di famiglia, fiducia e scelte consapevoli.

Grazie alle loro dirette testimonianze si evince che la bike life non è solo uno sport urbano: è un linguaggio di rivalsa, appartenenza e libertà. E come ogni linguaggio autentico, merita di essere compreso, non filtrato.

Origini 

Lorenzo Roncaglione: “Ho iniziato il mio percorso con la fotografia di architettura e interior design. Poi, ad un certo punto, ho capito che non mi soddisfava. Ciò che mi interessava erano le persone. Sicuramente dall’architettura mi sono portato dietro il rigore, la geometria, una serie di dogmi che sono imprescindibili. Ma è anche per questo che, a un certo punto, l’ho abbandonata: per me era diventata limitante. C’è un manuale da A alla Z su come fare le cose, e innovare è difficile.

Ho iniziato con la street photography durante il Covid. Ero a Lisbona, non in Italia: lì si poteva uscire. Mi sono trovato in una città svuotata dai turisti, solo con i local, e ne sono rimasto affascinato. Con la fotografia d’interni mi mancava l’interazione umana — in quelle foto al massimo c’è una presenza umana per dare la scala, per far capire meglio le dimensioni reali, ma finisce lì. Io cercavo le persone, il coinvolgimento. Così, passo dopo passo, ho iniziato a scattare per strada. Le prime foto erano molto canoniche. Poi, scatto dopo scatto, strada dopo strada, campetto dopo campetto, ho guadagnato coraggio, ho trovato il mio ritmo, il mio sguardo.”

Denny:“Ricordo ancora la prima ride a cui ho partecipato, era una ride della 24/7, circa quattro anni fa. In realtà, prima di conoscere davvero la bike life, ero finito a un mini-raduno di bambini — ai tempi lo eravamo anche noi — organizzato tramite i social. Da lì ho conosciuto la 24/7, ho capito cos’era, e mi ci sono buttato. L’adrenalina del girare in gruppo mi ha preso subito: era una cosa nuova, e mi sono ho detto ‘perché non provarla?’. Ed è nata una passione unica.

Da lì ho iniziato ad andare in bici tutti i giorni, da autodidatta. Ho visto su YouTube video di ragazzi a Londra che impennavano per le strade e banalmente lo volevo fare anche io. Ho provato, ho studiato i video, ho replicato. E così ho imparato.

Da bambino ho sempre giocato a calcio. Poi ho mollato per la bici. Del calcio non mi sono portato dietro molto: sono sport diversi. La bike life, per me, non è ancora definibile un vero e proprio sport, ma sono sicuro che lo diventerà tra qualche anno.”

La città come respiro

Lorenzo Roncaglione: “Io sono nato e cresciuto a Milano, in città. Mi piace la natura, certo, ma non sono uno di quelli che sogna di ritirarsi in campagna a 70 anni. Nel caos urbano mi trovo bene: mi piace l’energia, il marasma, la gente. In ogni viaggio cerco di ritagliarmi delle pause urbane, anche solo per camminare e osservare. È il mio modo per ricaricarmi. La città, per me, è un organismo vivo — e fotografarla è come respirare con lei.

Non avevo mai intercettato la bike life fino a quando sono tornato a Milano. Era ancora un movimento giovane, almeno in Italia. Negli Stati Uniti esisteva già da tempo, con moto e quad, qui la versione ciclistica stava nascendo proprio in quegli anni ed io personalmente ero in un periodo un po’ fermo. Il lavoro scarseggiava per via del Covid, così molte volte, quando si poteva, uscivo a camminare per schiarirmi le idee. Un giorno vedo un ragazzino in bici che impennava per strada, la volta dopo due, poi dieci ragazzi in bici. tutti insieme che impennavano. Non avevo mai visto niente del genere. Prima di partire avevo vissuto sette anni all’estero, quindi per me era qualcosa di nuovo, inedito.

Da quel momento mi sono incuriosito e ho iniziato a cercare su Instagram, ho trovato la 24/7 Crew e sono andato al loro primo raduno. È stato pazzesco: una marea di gente, energia pura. Ho fatto amicizia con i tanti ragazzi, poi da un raduno all’altro è diventata una routine. Ora ne avrò fatti più di quindici. Mi conoscono, quando arrivo, ci si saluta, si chiacchiera, scatto. Mi sento parte del gruppo. Lì sto bene.”

Sport e sottocultura

Lorenzo Roncaglione: “Non so ancora oggi se definire la bike life come una sottocultura o come un vero e proprio sport. E’ una domanda complessa che forse non ha una sola risposta esatta. Nasce come una sottocultura, è innegabile. Ma io la considero uno sport, a tutti gli effetti. È in evoluzione, come lo skate ai suoi inizi: anche quello non era nato come sport canonico, e oggi è alle Olimpiadi.

Nei raduni — che in teoria sarebbero illegali, perché occupano le strade senza autorizzazioni — i ragazzi fanno vere e proprie competizioni: il wheelie più lungo, lo swerve più vicino, il combo traffic. Tutte prove di controllo, resistenza, equilibrio.

La bike life è un gesto atletico. Peccato che molti la vedano ancora solo come disturbo al traffico milanese. Ma io vedo in questi ragazzi un’energia sportiva autentica, e sono convinto che prima o poi se ne riconoscerà il valore ufficialmente.”

Denny: “All’inizio l’ho vissuta più come cultura. Oggi, vedendo come si sta evolvendo, per me è già uno sport. Potrebbe esserlo ufficialmente, se non ci fossero etichette pesanti addosso — il pregiudizio per cui siamo visti spesso come semi-criminali, o vandali, non aiuta. Ma come gesto atletico, controllo, resistenza, testa: La bike life per me è già sport. Famiglia e disciplina insieme. Se impariamo a tenerle nello stesso frame allora faremo davvero un passo avanti. Una ruota alla volta.”

 

Entrare nella famiglia

Lorenzo Roncaglione: “Uno dei punti più affascinanti di questo progetto è la fiducia. Come in ogni progetto fotografico di questo genere io ci sono entrato in punta di piedi, con umiltà, con rispetto. Questo è il loro mondo, e io non ne faccio parte in prima persona — andavo in bici da ragazzo ma non impenno, non gareggio. Quindi la prima cosa per me è stata non giudicare, ma osservare.

La chiave, banalmente, è stata mandare le foto ai ragazzi. Non scattare e sparire, ma restituire. Far vedere che sei lì con loro, che rischi anche tu — magari in percentuale minore, ma ci sei. Io pedalo insieme a loro: una mano sul manubrio, l’altra sulla macchina fotografica.

Poi serve costanza. Se vai una volta e sparisci per mesi, non si crea un vero legame. Io ci sono sempre stato: weekend dopo weekend, raduno dopo raduno. Taggo tutti, mando le foto a ciascuno. Così è nata la fiducia.

C’è anche un divario d’età — tra me e il ‘ragazzo medio’ della bike life ci sono vent’anni. Ma non mi hanno mai visto come un intruso. Anzi, ad oggi quando vado ai raduni spesso sento dire ‘Oh, c’è Lorenzo che viene a farci le foto!’ — questo per me vale tantissimo.”

Denny: “Tra riders, la fiducia è concreta: se devo entrare in un supermercato, lascio la bici a un amico e magari gli offro da bere. Altrimenti, non potrei mai lasciare la mia bici da sola. È un gesto piccolo ma fondamentale, vale molto. Con i fotografi… dipende dalle persone: conta essere presenti, rispettosi e non invadenti. Se c’è rispetto, la fiducia arriva.”

Un movimento, mille storie

Lorenzo Roncaglione: “Ho incontrato tanti background diversi nella scena bike life. Mi sento di dire che quello che accomuna tanti ragazzi è un desiderio di riscatto personale e sociale. Lo percepisco in ogni raduno. La bike life è una famiglia vera, con i suoi litigi e i suoi affetti, ma soprattutto con un fortissimo senso di appartenenza.

Molti di questi ragazzi vengono da contesti difficili, spesso dalle periferie. La bici diventa una forma di rivalsa, un modo per trasformare qualcosa che viene visto come “tamarro” o “fastidioso” in un gesto atletico, creativo. Sono atleti, anche se non tutti li vedono così. Stare due ore a ruota alta, sempre concentrati, è fisicamente estenuante. Io, che pedalo e basta, dopo due ore sono distrutto.

Quando scatti queste scene capisci che non stai fotografando solo ragazzi che impennano: stai fotografando un linguaggio. È energia, comunità, libertà. io mi auguro che in minima parte la fotografia e le mie foto aiutino a cambiare la narrazione, a far capire che dietro ogni ruota c’è una storia, spesso di coraggio e di riscatto.

Purtroppo la comunicazione, negli ultimi anni, è un po’ pilotata. Su troppe tematiche il messaggio viene filtrato, piegato a logiche precise. Se ci si affida solo a una certa narrazione, si rischia di fare di tutta l’erba un fascio. Io credo che certe situazioni tu possa permetterti di giudicarle solo se davvero ci sei entrato dentro, non se le hai viste in televisione o lette su un titolo. Viviamo in un momento storico in cui le cose cambiano rapidamente, e guardarle da dietro un vetro — come se fossimo in un acquario — è limitante e controproducente. Un reportage vero, una mostra sincera, hanno la forza di spostare la percezione. Mostrano l’umanità, la fatica, la bellezza reale che c’è dietro questi movimenti. Ed è proprio lì che si capisce che la maggior parte di questi ragazzi non vuole “vivere nel pericolo”, ma uscirne.”

Denny: “Quello che pesa in città è il giudizio costante di chi non fa parte della scena. A volte si lamentano anche in spazi chiusi al traffico: Casa Milan per ora è l’unico posto dove ci lasciano abbastanza in pace, ma chissà per quanto. Quello che amo, e che molta gente tende a non percepire è la comunità, la famiglia, che si crea: se chiamo qualcuno per girare, c’è sempre. Anche senza chiamare, a Milano trovi sempre qualcuno che sta impennando. È comunità.”

 

Quando i brand arrivano in strada

Lorenzo Roncaglione: “Il fatto che i grandi brand si stiano avvicinando è, in un certo senso, parte della rivalsa. Significa che la scena è visibile, che ha raggiunto un peso culturale. Che esiste. E questo, per molti ragazzi, è un riconoscimento importante. Ovviamente i brand hanno interessi commerciali: questo è inevitabile. Il ragazzino medio segue diversi profili bike life, e se vede il suo idolo indossare un certo marchio, lo desidera anche lui. È una dinamica che conosciamo bene, ma non la vedo per forza negativa.

Queste dinamiche iniziano a portare lavori, budget, sponsorizzazioni. E nel mondo reale — dove una bici si rompe, una moto si scassa, le scarpe si consumano — avere accesso a risorse concrete può fare la differenza. Diventa parte del  business, come sempre, ma è lo stesso percorso che hanno fatto skate, surf e basket. Ogni sport nato dalla strada passa da tre fasi: l’emersione, l’affermazione, la consacrazione. E in mezzo, un dialogo costante tra autenticità e sistema.”

Denny: ““Sicuramente l’interesse da parte dei brand è un bene per la visibilità che danno al movimento: far vedere che questo mondo esiste, che non è invisibile. E poi risorse concrete: materiali, budget, lavori. Ultimamente vedo la bike life ovunque — negozi sportivi, capsule, dettagli che cambiano uno spot. Certo, alcuni brand seguono la moda del momento: è normale. Ma se il supporto è reale e non usa la scena come sfondo, è positivo. Ci stanno facendo conoscere e questo, per noi, conta.”

Dalla strada al riconoscimento

Lorenzo Roncaglione: “La bike life nasce da qualcosa che, per sua natura, è poco organizzabile. Le ride out del sabato pomeriggio in mezzo al traffico non saprei dirti come si possa replicare in un contesto controllato o apposito. È come chiedere a uno skater se preferisce girare in skatepark o per strada: sono due cose diverse. Certo, ci sono parti del movimento che possono essere organizzate — i contest, per esempio — ma la ride vera e propria vive dell’imprevisto: il tram che passa, la macchina che non hai visto, l’adrenalina di muoverti nel caos. Se togli quella componente e rischi di perdere la sua essenza.

Per le moto forse è un po’ diverso: lì ho visto nascere competizioni più strutturate, anche su circuito, e funzionano. Ma per le bici, la spontaneità è tutto. Credo che molto dipenderà dalla volontà di chi fa parte della scena: accettare qualche compromesso per guadagnare riconoscimento sportivo, ma senza tradire le radici street. È un passaggio che molti altri sport hanno già vissuto: c’è chi rimane più “real”, legato alla strada, e chi intraprende un percorso più competitivo o professionale. Entrambi, secondo me, sono necessari.

Oggi grazie ai social puoi scoprire che a Londra, Berlino, Madrid o Parigi ci sono gruppi simili al tuo. E quando queste community si incontrano, si alza il livello di tutto: comunicazione, eventi, consapevolezza. È community pura — lo stesso spirito che vedo anche nel mondo della fotografia. Ci si segue, ci si scrive, ci si scambia idee. E questa, secondo me, è la parte più sana e potente dei social. Quando si riescono a creare connessioni vere, quando uniscono persone con passioni condivise e valori positivi.”

Denny: “I social sono un arma a doppio taglio, dipende molto da chi sei, la tua personalità. All’inizio postavo per far vedere le cavolate che facevo sulla bici in giro: swerve all’ultimo, rischi veri, video che diventano virali e andavano forte. Ho capito che stavo esagerando: ho rischiato la vita più di una volta. Ho compreso che puoi spingere sui social senza esagerare, senza dare un brutto esempio a chi ti segue. Una wheelie pulita, fatta bene, vale più di un video borderline. Troppo estremismo dà un’immagine sbagliata del movimento. Io stesso ero così, ma sono cambiato. I social possono creare opportunità: sta a ognuno di noi  farli funzionare nel modo giusto.

Per quanto riguarda lo stato della bike life in italia e all’estero, penso che ogni paese ha la sua storia, la sua cultura e il suo stile. In Brasile hanno tante discese, quindi sviluppano un riding diverso; hanno anche “lo spot”, un posto dedicato dove fai quello che vuoi senza disturbare nessuno — noi questa cosa la sogniamo ancora, anche se una crew ci sta lavorando. La Francia oggi è il riferimento: lì c’è tanta partecipazione e uno stile che poi è diventato quello di riferimento in tutta europa: schivi l’oggetto all’ultimo, rientri e continui a pedalare… hanno alzato il livello. In Italia oggi quello stile francese lo copiamo in tanti, me compreso. Quello che vorrei in futuro sono più contest e un ecosistema capace di tenere insieme i diversi linguaggi. Per me, e penso per il movimento, sarebbe un’ulteriore svolta avere degli spazi dedicati. Non ci serve tanto: asfalto decente e spazio. In un circuito saremmo più in sicurezza e non daremo fastidio a nessuno. Io sono assolutamente a favore.”