L’artista argentino che celebra la fede calcistica e i suoi credenti

La differenza fra me e i ragazzi di adesso è semplice: quello che impari giocando per soldi nel fango di periferia non te lo insegna alcun settore giovanile

A cosa serve l’arte calcistica in un’epoca che parla sempre più di numeri, statistiche e fama social? Serve a tutti noi, risponderebbe Juan Román Riquelme, ricordando le umili origini del suo magico calcio e introducendo il lavoro del connazionale Martin Kazaniez. Nelle tele e murales di questo artista contemporaneo argentino il calcio torna ad essere un canto della gente, dove le figure più reali e tangibili dell’intero sistema calcistico diventano protagoniste di un imperfetto, eppure incantevole rituale collettivo. La religione del fútbol è tramandata dai suoi credenti, dalle loro birre e irrazionalità. La religione del fútbol è tramandata dai suoi amanti, dalla loro rumorosa passione e silenziose gesta. E nessun luogo come la patria di Diego Armando Maradona, il meno profano degli dei terreni, poteva essere la musa ispiratrice di questo giovane artista.

A pochi giorni dalla conclusione della mostra ‘Llenos de Todo’ presso la Galerie LJ di Parigi, abbiamo raggiunto e intervistato Gordopelota, comprendendo il valore del calcio nella sua filosofia artistica e nella sua vita.

Che ruolo hanno avuto il calcio e l'arte nella tua adolescenza?

“La maggior parte del tempo non facevo altro che giocare a fútbol e basket. Quando non ero nel club del mio quartiere, in un campo a caso o per strada a giocare con gli amici, amavo anche giocare ai videogiochi calcistici. I miei genitori non amavano lo sport in generale, ma mi incoraggiavano a praticarne molto. Quello che piaceva davvero loro era l'arte, non a caso ora sono entrambi artisti. A casa avevamo molte opere, libri, fumetti e film. Ricordo che, ogni volta che potevano, mi portavano nei musei. Quando ero molto giovane disegnavo molti portieri, poi ho smesso di disegnare, perché pensavo di essere negato”

Quando hai capito che potevi fondere questi due universi?

“Ho ricominciato a disegnare seriamente a 25 anni. Ho incontrato un amico che faceva graffiti e ho iniziato a scarabocchiare e a fare graffiti a mia volta. Mi piaceva il fatto che non fosse necessario essere bravi, in fondo bastava farlo. Così ho proseguito con il writing per 2-3 anni. Dopo un po' di tempo, ho cominciato a prendere confidenza con i materiali e ho iniziato a creare e dipingere personaggi, sostituendoli al mio tag. Sono sempre stato un grande fan di Florencio Molina Campos (un pittore popolare locale, capace di creare un universo gauchos ingenuo e caricaturale) e ho subito capito che volevo fare qualcosa di simile, concentrandomi però sul mondo del calcio amatoriale locale: mi sembrava un soggetto inesplorato nell'arte argentina”

Quali sono stati i tuoi punti di riferimento e idoli in entrambi i campi? C'è un calciatore che riassume l'anima e il DNA di Gordopelota?

“A livello artistico ho infiniti e multiformi punti di riferimento: dai quadri classici, ai video musicali, passando per film e fotografia. Per quanto riguarda il calcio, non mi viene in mente nessun giocatore, perché la maggior parte delle opere a tema fútbol sono state influenzate da gente del barrio, che gioca a livello puramente amatoriale. Ma, dato che tutto il mio lavoro è attraversato dal concetto di ‘argentinità’, potrei dire che lo spirito di Diego è onnipresente in tutto questo. È stato un grande mito, una favola che spiega molto della nostra complessa identità”

Lo star system calcistico non compare nelle tue opere. Ritrai invece il calcio vero, della gente, fatto di birre, barrio, sigarette e corpi poco atletici. Cosa vuoi comunicare attraverso questi soggetti?

“Penso che si sia creato un immaginario eccessivamente commerciale intorno all'industria del calcio e ai suoi interpreti più famosi. Siamo sempre più saturi di questi contenuti. E non abbiamo bisogno di arte che assomigli a pubblicità. Pensavo che fosse possibile comunicare qualcosa con questo tipo d’immagini. Ho studiato graphic design, quindi questo background accademico mi permette di comunicare intenzionalmente con le immagini. Dopo aver sviluppato una buona quantità di opere, però, ho iniziato ad evolvermi: dal tentativo di comunicare qualcosa con un'immagine specifica sono passato ad un approccio più aperto e poetico”

Le ‘camisetas’ giocano un ruolo fondamentale nelle tue opere. Quali sono i fattori che ti fanno scegliere una particolare maglia da inserire nei dipinti o murales?

“Prima di dedicarmi alla grafica ho studiato regia per un anno, e ho imparato il concetto di ‘deittico’: elementi come questi uniscono il mondo tangibile della realtà e quello astratto della fantasia. L'uso di alcuni riferimenti può collocare in un tempo e in uno spazio specifici, anche se la narrazione è completamente fittizia. Mi piace inserire alcuni elementi che giocano questo ruolo, come una maglietta, un luogo o un taglio di capelli, in modo da collegare questo mondo fittizio di pennellate e pittura con il mondo che vivo quotidianamente”

I tuoi quadri sono esposti nei musei di tutto il mondo, ora anche a Parigi. I tuoi murales, invece, popolano vari paesaggi urbani e luoghi mistici, come la Bombonera a Buenos Aires. Preferisci mostrare la tua arte attraverso le tele o i murales?

“Ho esposto in diverse città del mondo, ma in realtà non in molti musei. L'anno prossimo parteciperò a una grande mostra in uno di essi (incrociamo le dita). Sono passato lentamente dai murales al lavoro in studio. Ho trovato un modo migliore per creare il lavoro che volevo fare. Probabilmente quello della Bombonera è stato uno degli ultimi murales che ho realizzato. Non avrei mai pensato in vita mia di dipingere lì. È stato uno dei miei progetti preferiti in assoluto, anche se il risultato non mi convince appieno”

La tua produzione artistica tocca anche altri sport. A quali atleti e discipline ti ispiri al di fuori del calcio? Continuerai a concentrarti sul calcio in futuro o aprirai i tuoi orizzonti verso altri sport come, per esempio, il basket?

“Ho realizzato una grande serie di lavori che riflettevano le foto che accumulavo nel mio telefono. Si trattava di ritagli di immagini che trovavo lì e, dato che cerco ancora di praticare quanti più sport possibile, ce n'erano molte che riguardavano discipline diverse dal calcio. Non sono sicuro di quello che verrà in seguito. Ora sto terminando una serie di dipinti iniziata quando l'Argentina ha vinto la Coppa del Mondo. Si tratta di grandi folle in situazioni che possono essere viste come una celebrazione, ma anche come una protesta popolare”