Dal tatami di Avola alle Olimpiadi di Tokyo, intervista al pluricampione siciliano che del karate fa un’arte personale

Dietro i propri sorrisi, dietro la propria parlata spigliata, Luigi Busà cela un’emozione enorme, un’emozione secolare: è l’emozione di un movimento intero, quello del karate. L’arte marziale nata sull’Isola di Okinawa esordirà in una rassegna olimpica, lo farà in patria. Sui tatami del Sol Levante la ‘via della mano vuota’ assumerà la propria forma più sportiva e meno spirituale.

Uno dei volti più importanti di questa storica prima volta è Luigi Busà, ciclonico siciliano che dal kumite (forma di combattimento del karate) è stato allevato, formato, accompagnato senza sosta.

Da un’isola all’altra, dal Pacifico al Mediterraneo, dalla vasta prefettura di Okinawa al piccolo centro abitato di Avola, profonda e immutabile provincia di Siracusa. Tutta la storia di questo 33enne già due volte campione mondiale e cinque volte oro europeo è indissolubilmente intrecciata a questa disciplina orientale, una forma di artistica e trascendentale violenza che Busà ha imparato a respirare già dai primi anni di vita.

“Mio padre era allenatore, mia madre lo aiutava. Io e le mie sorelle facevamo sempre lo stesso tragitto, casa-palestra, ogni giorno. Uscivamo di casa ed entravamo in un’altra casa. Di quei primi tempi ricordo l’intenso odore del tatami, spesso mi addormentavo e mi risvegliavo lì. Sono cresciuto ad Avola, un luogo scordato da molti, è tranquillo, una tranquillità che ti spinge a fare cose sbagliate per evadere… Io stesso ho fatto degli errori, il karate mi ha salvato. Oggi sono orgoglioso di rappresentare Avola, di portarla alle Olimpiadi e di portare con me tanti di quei concittadini che in me vedono un punto di riferimento, un esempio da seguire”

L’esempio da seguire in palestra, per Busà, è stato fin dall’infanzia quello del padre-maestro. Un esempio obbligato, di complessa gestione emotiva e sportiva, un esempio disposto a sacrificare buona parte della tenerezza paterna sull’altare della grandezza marzialista.

“Da fuori la gente ha sempre visto solo il bello del nostro rapporto, ma non è facile gestire il triangolo padre-figlio-maestro. Lui era molto esigente, spesso mancavano gli abbracci, le carezze. Il problema principale era lontano dal tatami, a casa mi ritrovavo a parlare unicamente di karate. Non staccavo mai. Una situazione pesante, che tante volte mi ha fatto pensare di mollare: poi è sempre prevalso l’amore enorme per questo sport. È successo anche poco tempo fa, da numero uno al mondo volevo dire basta, non ce la facevo più. Poi ho riflettuto, io e mio padre abbiamo mutato in meglio il nostro rapporto, ho capito che una carriera vincente può essere tale anche se affrontata con maggiore leggerezza: il mio karate ha bisogno di leggerezza”

Leggerezza che nel caso di Busà diventa estro, illuminazione, composizione creativa. Il suo karate è atipico per definizione, è un vorticoso susseguirsi d’ispirazioni estemporanee, spesso incomprensibili per avversari, pubblico, addirittura per sé stesso.

“La massima espressione del mio karate è associata al divertimento. È un qualcosa d’innato, non è schematico, a volte nemmeno io so come mi escono alcune combinazioni. Con un po’ di presunzione dico che posso perdere solo se ho paura di sbagliare: se sono nella giusta condizione mentale, in quell’habitat che coincide con il mio modo di affrontare la vita, ridendo e ‘cazzarando’, il mio corpo finisce per produrre fantasie spettacolari, inattese, estetiche ed efficaci”

Fardello o chance, obiettivo razionale o sogno. Vivere Tokyo affidandosi al puro concetto di divertimento non dev’essere facile per Busà, giunto in Giappone come uno dei favoriti nella categoria 75 chili e con la consapevolezza di affrontare un momento potenzialmente unico non solo per la sua carriera, ma per l’intero karate italiano.

“Quest’unicità dell’evento mette paura, è innegabile, ma è anche bella. Il campione può e deve fare la differenza in circostanze come questa. Nonostante il karate sia una sport situazionale per definizione, dal 2003 ad oggi ho sbagliato poco. Non è stato semplice o scontato, di mezzo ci sono un numero infinito di sacrifici, di difficoltà giornaliere, di dolori fisici. Vedo le giovani generazioni, il nuovo che avanza e, nonostante ciò, provo ancora a suonare la mia musica. Sul tatami olimpico combatterò per gli avolesi, per i siciliani, per tutti quegli italiani che hanno permesso al karate di radicarsi nel nostro Paese, ma che non hanno mai avuto l’opportunità di combattere sotto i cinque cerchi, di vivere questo sogno”

Credits

Luigi Busà
IG @luigibusa1

Foto di Dao
@dao_sport

Video di Youtube

Intervista di Gianmarco Pacione