La speciale serie Adrenaline Expeditions, plasmata da Snow Goose by Canada Goose ci consente di entrare nella visione, e nell’essenza, del più grande parapendista acrobatico contemporaneo: Théo De Blic
“Volare significa libertà”. Lo ascolti dire all’8 volte campione del mondo di parapendio acrobatico Théo De Blic e la retorica che, nel tempo, si è annidata in questa metafora, improvvisamente svanisce, divenendo sostanza: ragione ultima di un’arte sportiva estrema, così delicata e ipnotica agli occhi di chiunque vi posi il suo sguardo.
Poi, osservi il suo corpo dipingere linee ampie e strette, guizzi ascensionali e discensionali tra le candide nuvole svizzere, dopo essersi inerpicato sui giganti montuosi che, ora, scruta dall’alto, e le parole di questo prodigio francese, appena 32enne, non fanno che produrre visioni cinematiche. Sfida alla gravità, dove ogni gesto si libra adrenalinico, plasmato da studio e ispirazione.
Intercettiamo il pensiero di De Blic qui, a picco sui laghi cristallini dell’Oberland Bernese, dove tutto si fa sempre più rarefatto, tranne l’intenzionalità necessaria per perseguire l’eccellenza in una disciplina dalle mille incognite, dalle altrettante sensazioni: una pratica che ha abbracciato, cresciuto ed elevato nell’intero panorama internazionale, fino a renderlo unico, questo figlio d’arte.
Lo facciamo durante una delle tappe della serie Adrenaline Expeditions: una serie di ritratti intessuta da Snow Goose by Canada Goose e ispirata dal punto di contatto tra sport e limiti umani, tra scenari unici del globo ed interpretazioni artistiche, oltre che atletiche, del concetto di ‘spedizione’ all’interno di essi.



Amiamo partire dalle origini della passione sportiva di ogni nostro intervistato. Il parapendio com’è entrato, così precocemente, a far parte della tua vita? Quali sono state le caratteristiche, tangibili e intangibili, di questa disciplina che ti hanno fatto legare indissolubilmente ad essa, così come al suo perfezionamento?
“Mio padre ha iniziato a praticare parapendio poco dopo la mia nascita e, in breve tempo, quella passione è diventata il centro della sua vita, portandolo a fare l'istruttore. Sono cresciuto a stretto contatto con questa disciplina: trascorrevo tutti i fine settimana sul campo di atterraggio, osservando mio padre mentre insegnava a volare, oppure volando in biposto con lui già da quando avevo due anni e mezzo. Avrebbe potuto farmi odiare il parapendio, oppure farmene innamorare. Per fortuna, è accaduta la seconda cosa. Ho fatto le mie prime esercitazioni di ground handling intorno ai sei anni e il mio primo volo in solitaria a dodici.
Sono sempre stato un perfezionista e mi hanno sempre attratto le attività in cui il successo dipende più dal lavoro, che dal talento naturale. Il parapendio incarna perfettamente quest’idea: è una disciplina che ricompensa davvero il tempo e la dedizione che le si riservano. Ho capito molto presto che, se mi fossi allenato più delle persone che mi circondavano, sarei diventato un pilota migliore. Così, sono finito per dedicare tutto il mio tempo al volo, inseguendo senza sosta la migliore versione di me stesso come pilota.”
Per Athleta Mag ogni sport è, a suo modo, una forma artistica. Nel caso del parapendio acrobatico, quest’associazione risulta essere chiarissima. Vivi il tuo sport come un’arte a sé stante? Ti senti un artista, mentre dipingi linee e forme in cielo, o quando inventi manovre?
“Il parapendio acrobatico e l'arte sono profondamente intrecciati. In fondo, l'essenza di questo sport consiste nel creare qualcosa di bello da osservare. Credo che la maggior parte dei piloti vi si avvicini proprio osservando qualcuno volare e pensando: ‘È incredibile, voglio provarci anch'io’. Poi, però, accade qualcosa di interessante. Con il tempo smetti di interrogarti su come il tuo volo appaia all’esterno e inizi a concentrarti su ciò che, invece, ti restituisce mentre lo vivi. Se, come nel mio caso, arrivi poi a competere, l'attenzione torna nuovamente verso l’esterno: l’esecuzione, la precisione del gesto, la forma, il modo in cui ogni manovra viene percepita dai giudici… È un percorso affascinante.
Quanto al sentirmi artista, devo dire che succede di rado. Mi alleno così tanto che il mio pensiero è quasi interamente rivolto alla perfezione del movimento, più che alla sua resa estetica. I momenti in cui provo qualcosa di vicino a una dimensione artistica coincidono soprattutto con le riprese filmiche. In quei casi, rifletto veramente su una singola traiettoria, sulla qualità della luce o sul dialogo con uno sfondo particolare: ogni scelta diventa intenzionale, costruita. E l'aspetto più interessante è che, in quei momenti, il processo creativo è condiviso con chi sta dietro la macchina da presa. In un certo senso, è un'opera che nasce a quattro mani.”


Per la serie Adrenaline Expeditions, hai avuto modo di sorvolare i laghi cristallini e le vette alpine dell’Oberland Bernese. Che tipo di rapporto crei con ogni panorama che hai la possibilità di esplorare dall’alto? E cos’hai scoperto di questo panorama specifico, che hai avuto modo di vistare al fianco di Canada Goose?
“Quando Canada Goose mi ha invitato a prendere parte alle Snow Goose Adrenaline Expeditions per la collezione SS26, mi ha proposto come destinazione l’Oberland Bernese, un’area che conoscevo già molto bene e che avevo utilizzato più volte per allenarmi. Questa volta, però, la dimensione artistica era al centro del progetto e mi ha portato ad approcciare quel paesaggio con uno sguardo completamente diverso, oltre a ripensare il mio modo di volare all’interno di esso. Ho smesso di considerarlo esclusivamente un luogo di allenamento, cominciando a vederlo come una tela sulla quale tracciare nuove linee, finendo per soffermarmi su dettagli che, almeno fino ad allora, mi erano sfuggiti. È stato un cambiamento affascinante: avevo la sensazione di volare in un luogo nuovo, pur conoscendone ogni angolo. La sensazione era quella di riscoprire un paesaggio che credevo di conoscere già fino in fondo.”
Con questa serie, Canada Goose sprigiona il contatto tra varie discipline estreme e i confini più straordinari e remoti della natura. Quanto è importante, a tuo avviso, che un brand ponga la propria attenzione, narrativa e non solo, su questo binomio? E che messaggi vuoi trasmettere, attraverso questo progetto?
“Trovo straordinario quando un brand come Canada Goose decide di investire in qualcosa di autenticamente fuori dall'ordinario. L’accostamento tra gli ambienti alpini e il parapendio è ancora molto raro, e il fatto che abbiano scelto di raccontarlo dimostra la volontà di portare le persone a confrontarsi con immagini e prospettive che difficilmente incontrerebbero altrove. La capacità di sorprendere ha un valore enorme.
Spero che questo progetto riesca a trasmettere la bellezza della connessione tra montagna e volo anche a chi non avrà l’occasione di viverla in prima persona. Mi auguro anche che contribuisca a cambiare il modo in cui il parapendio viene percepito. Non si tratta solamente di uno sport estremo o di una sfida al rischio: può, invece, essere qualcosa di straordinariamente spettacolare, persino elegante… Un luogo in cui atletismo e bellezza si incontrano a migliaia di metri d'altitudine.”
Tornando al titolo stesso della serie, che tipo di sensazioni sprigiona in te il paragliding? Adrenalina, come suggerisce Canada Goose, libertà esperienziale e stilistica, come hai dichiarato… E cos’altro?
“La sensazione più intensa che il volo mi restituisce è senza dubbio quella di libertà. Direi che è la sensazione dominante. L’adrenalina arriva subito dopo, anche se con il passare degli anni assume un'intensità diversa, più tenue. Oggi il parapendio è il modo attraverso cui esprimo la mia idea di libertà, ma anche uno spazio in cui riesco a lasciarmi alle spalle tutto ciò che appartiene alla vita quotidiana. Quando sei in volo, non c'è posto per le preoccupazioni: la mente è completamente assorbita da quell’istante, concentrata unicamente su ciò che deve fare. Tutto il resto, in qualche modo, svanisce.”


Il calcolo razionale e la ripetizione da una parte, l’istintualità creativa dall’altra. Come mantieni questo equilibrio, così cruciale per la tua disciplina, durante i tuoi voli? Che ruolo giocano la scienza e i materiali (come quelli della campagna Snow Goose) nel calcolo delle variabili e delle incognite del tuo sport?
“Credo che ampi volumi di allenamento ed esperienze finiscano per sedimentarsi nel corpo, fino a trasformarsi in istinto. Senza quella base, l’istinto non avrebbe da cui attingere. Per questo mi alleno il più possibile: per essere pronto proprio nei momenti in cui non c'è tempo per riflettere.
Lo stesso vale per l'attrezzatura. Per dare il meglio di sé è necessario che la mente sia completamente presente, libera da dubbi e distrazioni. È qui che l’equipaggiamento diventa essenziale. Se hai freddo, quella sensazione finisce inevitabilmente per occupare una parte della tua attenzione. Se l’attrezzatura limita i movimenti, inizi a pensarci proprio quando dovresti concentrarti esclusivamente sulla manovra. In uno sport come il paragliding, queste distrazioni sono sinonimo di pericolo.”
A solo 32 anni, sei pluricampione mondiale. Cosa rappresentano per te e per il tuo modo d’intendere il parapendio, questi riconoscimenti? E quali sono gli obiettivi che ti poni per il tuo futuro in questa disciplina?
“Diventare campione del mondo significa raggiungere il punto più alto a cui si possa aspirare nella propria disciplina. Nulla riesce ad eguagliare l’emozione del primo titolo. Con il passare del tempo, i titoli si accumulano e ciascuno, preso singolarmente, perde inevitabilmente parte del suo peso. È il loro insieme, però, ad assumere un significato più profondo.
For me, the goal has always been to leave a mark on the sport. Right now, I’m one win away from the all-time record — and that’s the target. Beyond that, I honestly don’t know. But what I’d love, more than anything, is for some young pilot to win their first title one day and think: ‘If I want to match him, I need to keep winning this for another ten years. That’s insane.’ That would mean something.”








