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Edgar Cheylus racconta il suo ultimo progetto visuale, supportato da Arc’teryx

“Dance with Times” è uno dei capitoli di Éphémère, un lungo e composito viaggio lirico nel rapporto tra lo sciatore e creativo multidimensionale Edgar Cheylus e la dimensione dell’effimero. Una dimensione ibrida, dove tempo, lutto, natura, sport e bellezza si fondono plasmando un unico zenit, quello della ricerca umana. La ricerca di domande che si fanno sempre più chiare nella loro oscurità, così come nella loro complessità. La ricerca di risposte che non vogliono essere assiomi universali, ma suggestioni rivolte all’accettazione di ciò che ci circonda, di un presente che appare per poi scomparire, secondo dopo secondo, lasciando memorie mai pienamente positive, mai pienamente negative.

L’Arc’teryx Winter Film Tour ci ha dato la possibilità di calarci in questa produzione visuale che unisce estetica e profondità filosofica, e ci ha permesso di parlare con Edgar Cheylus, che ci ha introdotto alla propria visione: una ride composta da sensazioni, poesia, meraviglia e intime consapevolezze.

Arc'teryx Presents: Éphémère (Trailer)

Éphémère. Un titolo Lirico per un’intima esplorazione del tuo percorso personale, e della connessione tra natura, emozioni e sci. Cosa significa questo termine per te in quanto atleta, creativo e, soprattutto, essere umano? Perché hai scelto questo concetto per descrivere il tuo film?

“Ho scelto questa parola innanzitutto come essere umano, perché crescendo mi sono sempre sentito un po' triste, anche se 'triste', forse, non è la parola giusta. Credo di aver provato un senso di orgoglio misto a tristezza, vedendo come i momenti della mia vita fossero così fugaci. Ho vissuto momenti incredibili con i miei amici, momenti indimenticabili con la mia famiglia, come il Natale, o quei piccole, preziose esperienze che puoi trascorrere con le persone più vicine a te. Ma quei momenti erano sempre di breve durata. Il giorno dopo svanivano.

Ho sempre avuto questa immagine nella mia mente: la stanza dove facevamo festa, suonando musica, guardando film, con tante persone intorno... e poi tornare in quella stessa stanza il giorno dopo, trovandola completamente vuota, con qualche palloncino sgonfio. Da allora, la parola éphémère - effimero ha significato molto per me. Ne ho sempre avuto paura, ma allo stesso tempo è divenuto il concetto più bello che potessi sperimentare. Mi piace il paradosso intrinseco a questo termine. Per me si tratta di trovare l'equilibrio tra qualcosa di bello e qualcosa che temo: il passare del tempo, la perdita di qualcosa, di qualcuno.

Ecco perché mi sento così legato a questo concetto. L'ho scelto, in realtà, per racchiudere un progetto più ampio, di cui il film fa parte. Ho iniziato a lavorare a questo progetto due anni fa con i miei amici. Il primo focus riguarda il modo in cui gli esseri umani vivono la loro vita, mentre il secondo è una riflessione sull'esistenza umana. Da questo secondo focus è nato il film. Abbiamo chiamato questo capitolo di Éphémère "Dance with Time". Per me la vita è come una danza fugace. Qualunque cosa si stia facendo - che si tratti di sport, di andare a scuola o, semplicemente, di uscire con gli amici - tutto sembra temporaneo. La terza parte del progetto si concentrerà maggiormente sul modo in cui gli esseri umani agiscono. Vogliamo passare del tempo con i bambini più piccoli e dare loro la possibilità di vivere la natura in modo diverso, portandoli in montagna o sull'oceano, mostrando loro come possono entrare in contatto con il mondo che li circonda”

Lo sci e la produzione visuale. Come s’intrecciano questi due mondi paralleli nella tua vita? Quali analogie e differenze percepisci tra l’atto atletico e il processo fotografico, o di filmmaking?

“Mi è venuto tutto molto naturale. Mio padre ha sempre incoraggiato me e mia sorella a fare sport. Siamo cresciuti vicino ad Annecy, sulle Alpi francesi, e ci ha fatto andare sugli sci fin da piccoli. Non in un club, però, solo seguendolo e divertendoci per tutta l'infanzia. La stessa cosa è successa con il surf e il kitesurf, dato che i nostri nonni vivono a Hossegor, sulla costa occidentale della Francia. Abbiamo mescolato entrambi i mondi: lo sci d'inverno e le onde d'estate.

Allo stesso tempo, non vivevamo propriamente in montagna, ma in campagna. Per questo ho giocato molto a calcio e a tennis. Mi sono ispirato soprattutto ai 'tre grandi' del tennis, in particolare a Nadal e alla sua mentalità. Il tennis mi ha insegnato la filosofia del dare il 100%, e oltre, in qualsiasi cosa faccia. Ho gareggiato molto nello sci tra i 15 e i 18 anni e ho sempre dato il massimo nelle competizioni. Ero sempre in prima linea, mi forzavo costantemente a dare il meglio.

Allo stesso tempo, sentivo che quella non era la mia vera personalità. Per competere ai massimi livelli, per essere Nadal, è necessario un fuoco particolare, quasi una rabbia o un'intensità che io non avevo. Per questo, la competizione era non era così semplice d'affrontare. Ottenevo buoni risultati ed ero felice di ciò che stava accadendo, ovvio, ma nel profondo sapevo che quello non ero veramente io. Sapevo anche di voler dare qualcosa di più alle persone, rispetto al semplice risultato.

Devo ringraziare i miei genitori. Ci hanno sempre incoraggiato a concentrarci anche sulla scuola. Sia io che mia sorella stiamo ancora studiando. Attualmente frequento una scuola di design a Lione. Abbiamo sempre cercato di bilanciare entrambe le cose, sport e attività 'intellettuali'. Nello sport, quando compi 18 anni, cominciano ad arrivare sponsor e opportunità, e si comincia a pensare: “Forse dovrei dedicarmi al 100% a questo percorso”. I miei genitori, però, ci hanno sempre consigliato di avere un piano dopo la carriera sportiva, o di affiancarlo ad essa.

Il passaggio alla produzione visuale è avvenuto per caso, e l'ho seguito. Ho iniziato a sviluppare il mio lato artistico, imparando molto lungo la strada. Ho anche firmato un contratto con Arc'teryx, che si è rivelato un abbinamento perfetto. Hanno visto che ero bravo a gareggiare, ma mi hanno anche aiutato a sviluppare altri aspetti della mia personalità”

Prima della proiezione del film, ci è stato detto che questo racconto lirico è ispirato da un lutto che hai vissuto qualche anno fa. Quali versi della poesia che ci ha guidato lungo film hanno un significato particolare per te? E, dato che queste parole sono state ispirate anche dallo sci, puoi raccontarci come si è evoluto nel tempo il tuo rapporto con questo sport?

“L'intera poesia è stata scritta pensando alla perdita di un grande amico e a tutto quello che ho passato, negli ultimi quattro anni, per questo motivo. Ho riflettuto su tante domande, ho vissuto momenti bui. La poesia è diventata un modo per riconnettermi con me stesso, per capire cosa sentissi dentro. Mi ponevo quesiti sulla vita, sul motivo per cui sciavo, sul perché avevo fatto determinate scelte, sul perché avevo deciso di fare quella linea, quel giorno, con lui. Tante domande, ma alla fine sono riuscito a trovare anche delle risposte. È stato un momento fondamentale. Ero, e sono ancora, profondamente triste, ma ora posso parlarne liberamente, è un qualcosa che fa parte di me. Mi spinge verso un futuro migliore.

Nel film non volevamo dare solo risposte, tantomeno raccontare la storia in modo pesante e triste. Speravamo che la poesia potesse offrire qualcosa in più. Ha facilitato, alle persone, la possibilità di entrare in contatto con noi: ci è sembrato uno strumento narrativo più leggero, più accessibile. Volevamo condividere la nostra storia in un modo che fosse semplice e aperto alla comprensione altrui.

Per quanto riguarda lo sci, è un tema interessante. Proprio ieri sera ci stavo pensando. Con i social media e tutte le informazioni che riceviamo ogni giorno, è facile perdersi in tutto questo. Quando vedo atleti che gareggiano, mi capita di chiedermi se sia il caso di tornare a farlo. Vedo anche molti altri sciatori, concentrati su lati più artistici ed emotivi. Onestamente, devo ammettere che a tratti mi è capitato di sentirmi sopraffatto: sono così tante le fonti d'ispirazione, così tanti video, così tante le immagini in giro... A volte mi sembrava troppo.

Ora, voglio ridurre tutto alla mia versione più semplice dello sci. Se dovessi riassumere la mia visione dello sci oggi, sarebbe questa: una danza con gli elementi e con le persone. Lo sci è come una danza con le montagne: cerco di capirle al meglio e di trovare l'armonia con ciò che le montagne offrono ogni giorno”.

Sei anche legato al design, e questo legame si evidenzia nella straordinaria bellezza delle tue composizioni visive. Dato il tuo background culturale, il tuo gusto e le tue conoscenze, cosa significa per te il legame con l'estetica di Arc'teryx? E come ci si sente a rappresentare questo brand sia in montagna, che sullo schermo?

“Come ho detto prima, non posso definire il mio legame con Arc'teryx come solo un 'caso', o come figlio di un preciso 'percorso' nella vita. A volte si incrociano persone, o avventure, e tutte le cose seguono un flusso. Forse avevo bisogno di approfondire il mio lato estetico e questa connessione mi ha davvero aiutato a esplorare e sviluppare questo lato. In fondo, ho sempre provato a cercare e trovare la bellezza in ogni momento, in ogni piccolo aspetto della vita.

Ho avuto la fortuna di avvicinarmi alla fotografia da giovane, grazie a mio padre, quindi ho sempre visto le cose attraverso una lente differente. È affascinante per me: a volte, in una scena ordinaria o banale, se cambi la prospettiva, se ti metti in una posizione diversa, è come se non ci fossi più. Le persone non possono vederti, ma tu puoi vivere il momento in un modo completamente nuovo.

Da quando ho perso il mio amico, mi sono concentrato sul riavvicinarmi al mondo che mi circonda. Ogni mattina cerco di trovare la bellezza in ogni momento, anche nelle cose più semplici. È ciò che mi spinge a perseguire questo tipo di approccio estetico: catturare e condividere la bellezza che vedo. Voglio mostrare alle persone qualcosa di bello, il meglio che posso offrire loro. Sto lavorando duramente per farlo, e spero che vengo apprezzato”