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Tra le falesie calcaree di Cheddar, dove la pietra antica sussurra storie di tempo e movimento, il percorso di Liam Furneaux si dispiega con un’intensità silenziosa

È una storia di contrasti: dal pulsare ruvido della cultura skate alla solitudine meditativa dell’arrampicata; dalla spontaneità della giovinezza alla chiarezza di un intento creativo trovato nella natura selvaggia.

La fotografia di Furneaux è più di un semplice resoconto visivo: è un linguaggio viscerale. Le sue immagini vibrano di autenticità, inquadrate con tenerezza e mosse da una reverenza per gli istanti che sfuggono. Ogni scatto sembra una lettera d’amore al movimento, all’emozione, allo spirito umano nella sua forma più nuda. Che sia aggrappato a una cresta sferzata dal vento o che insegua la luce lungo un sentiero fangoso, il suo lavoro cattura il romanticismo dell’esplorazione e la bellezza indomita dell’essere vivi.

Abbiamo parlato con Liam del cammino che lo ha condotto dalle strade di Bristol allo skate, fino a diventare uno dei narratori visivi più sinceri della cultura outdoor: un percorso plasmato tanto dall’introspezione quanto dall’adrenalina.

Origini 

“Sono cresciuto a Cheddar, un piccolo villaggio a sud di Bristol, dove vivo ancora oggi. Da bambino ho giocato a rugby per circa dieci anni. La fotografia allora non faceva parte del mio orizzonte. Pensavo solo a stare all’aria aperta e a fare sport.

Le cose sono cambiate quando da adolescente ho scoperto lo skate. Mi ci sono tuffato completamente: ero sulla tavola con gli amici ovunque, facevamoo tardi, andavamo alle feste, fumavamo... Il caos tipico della gioventù. Più o meno nello stesso periodo, i miei genitori mi hanno regalato la mia prima macchina fotografica. È lì che è iniziato tutto.

Ogni weekend uscivamo a skateare e io documentavo tutto. Il treno per Bristol, gli scatti agli amici per strada. La fotografia è nata come un modo per fissare ciò che stavamo vivendo. Era divertente, creativo, spontaneo. Per un po’ è rimasta un hobby.

Poi ho iniziato a pensare che potesse diventare un lavoro. Ho studiato per due anni ma non sono mai andato all’università. Ho imparato da solo e mi sono concentrato sulla fotografia di skate. Pensavo che quella sarebbe stata la mia strada, ma è diventato presto chiaro che nello skate giravano pochi soldi. Così ho bilanciato la fotografia con un lavoretto a tempo pieno, giusto per tirare avanti.

Poi è arrivata la pandemia e, come molti, ho smesso del tutto di scattare. Non sapevo più nemmeno che cosa volessi dire con le mie immagini. È allora che la natura mi ha preso davvero per mano.”

Riconnettersi alla natura e a un nuovo scopo

“Ho iniziato ad arrampicare circa nove anni fa, ma è stato durante il Covid che è diventata una vera ancora di salvezza. L’arrampicata mi ha riconnesso alla natura. Ho cominciato a campeggiare, a correre sui sentieri e, alla fine, a riprendere in mano la macchina fotografica. Nel 2021 sono diventato freelance e mi sono concentrato quasi interamente sulla fotografia outdoor.

Quel passaggio ha cambiato tutto: il mio stile di vita, il focus creativo, il senso di me stesso. Non volevo più soltanto documentare le persone; volevo raccontare storie che venissero percepite veramente, radicate nell’outdoor e nell’esperienza umana.”

La nascita di Advanced.Rock

“Ho sempre avuto una pagina personale di fotografia, per lo più piena di vecchi scatti su pellicola o contenuti skate. Ma quando l’arrampicata ha preso il sopravvento, è diventata un’ossessione. Ho iniziato a collezionare riviste di arrampicata vintage degli anni ’70, ’80 e ’90, centinaia di numeri.

Advanced.Rock è nata come modo per archiviare quelle immagini: scannerizzare vecchie pubblicità, condividere foto dimenticate, tornare alle radici della cultura dell’arrampicata. Col tempo si è trasformata in uno spazio per documentare le mie avventure. Alla fine, la fotografia è passata in primo piano, ma la pagina mi ha aiutato a entrare in contatto con brand outdoor e persone di quel mondo.

Quello è stato il punto di svolta. Prima, la gente mi associava allo skate e alla fotografia di moda. Ho iniziato a raccontare l’arrampicata e la corsa con la schiettezza dello skate: onesta, ruvida, emotiva. Non inseguivo un’estetica commerciale. Amavo semplicemente ciò che fotografavo. E i brand hanno cominciato ad accorgersene.”

Restare autentico

“Quello che ho sempre cercato di fare, e che faccio ancora, è portare quell’onestà nel mio lavoro. Voglio catturare emozioni reali, non solo campagne rifinite. Il lavoro dei miei sogni? Partire con uno zaino insieme ai miei amici e documentare quel viaggio per un brand. È lì che la mia fotografia si accende davvero. Quando affonda le radici in momenti veri.

La fotografia non è solo qualcosa che faccio; è qualcosa che vivo. Arrampico, corro, mi alleno nel jiu-jitsu. So cosa significa essere là fuori, fisicamente stanco, mentalmente lucido, totalmente immerso. Questo mi aiuta a scattare meglio. Colgo i minimi dettagli, il modo esatto in cui un piede appoggia su una presa, l’espressione a metà di una via ripida. Quelle sfumature che contano.

Credo che questo sia il mio “stile”: più documentaristico che commerciale, grezzo più che curato. La gente sembra ritrovarsi. Ho capito che sviluppare una visione personale è il modo più potente per distinguersi. È ciò che i brand cercano oggi: non solo immagini, ma una prospettiva.

In questo ambito c’è tantissimo spazio per la libertà artistica: astrazione, espressività, narrazione. La domanda che continuo a farmi è: come posso farlo in modo diverso? Come posso offrire qualcosa che nessun altro offre?”

L’atleta dietro l’obiettivo

“Lo sport mi ha sempre tenuto con i piedi per terra. Il rugby mi ha dato disciplina. Lo skate ha plasmato la mia identità, stile, attitudine, tutto. L’arrampicata è entrata nella mia vita nove anni fa ed è ancora una sua parte fondamentale. Ultimamente mi sto concentrando di più sulla corsa. Ma l’attività in sé conta relativamente. Quello che conta è il movimento, tenere corpo e mente in moto.

Lo sport mi ha fatto smettere di bere. Ora ho 32 anni e sono sobrio da molto tempo. Spingermi fisicamente mi dà il brivido che prima cercavo altrove. Probabilmente è per questo che continuo a esplorare nuove attività come il ciclismo o, per l'appunto, il jiu-jitsu e la corsa... fanno tenere accesa la fiamma.

Gli sport outdoor mi danno libertà. Mi permettono di esplorare posti nuovi, staccare dagli schermi, riconnettermi con la natura. In un mondo in cui siamo costantemente online, andare off-grid per una corsa in montagna o per un viaggio in bici di una settimana vale tutto.

Ciò che mi ha attratto per primo dell’arrampicata è l’accesso che ti offre. Raggiungere luoghi che la maggior parte delle persone non vedrà mai. Stare a metà di una parete, guardare il mondo dall’alto, sapendo che in pochi hanno potuto godere di quella vista… è magia.”

Sport, racconto e l’arte del caos

“Quello che mi ha sempre attratto della fotografia, soprattutto nello sport, non è solo l’azione, ma le persone. Mi affascinano il carattere, l’espressione, l’emozione. È ciò che cerco, anche nel lavoro commerciale. Ma quando affronto progetti personali, tendo a inclinarmi verso lo strano e il folklorico, quegli eventi borderline in cui lo sport si fonde con tradizione, caos e comunità. L’esempio più evidente è la Cheese Rolling Race di Cooper’s Hill. È stata una follia totale.

Se non l’hai mai vista, è difficile da spiegare. L’unica parola che mi viene in mente è caos. È stato il primo evento tradizionale e folklorico che abbia mai fotografato e, tecnicamente, è uno sport, solo che non lo troverai mai in nessun calendario ufficiale. Ci sono andato da solo, ho conosciuto gente del posto e visitatori, e ne sono rimasto subito stregato. Ciò che più mi ha colpito è stata l’ossessione delle persone di lanciarsi giù da un pendio ripidissimo dietro una forma di formaggio che rotola. Da fuori può sembrare assurdo. Ma assistere alla passione che c’è dietro… ecco il genere di storia per cui vivo.

Quell’evento ha dato il via a una serie di progetti personali. Ho iniziato a cercare manifestazioni simili: sportive per natura, ma in tutto e per tutto anticonvenzionali. Una delle più intense è stata l’Atherstone Ball Game, un brutale gioco di calcio medievale che si tiene ogni anno nel martedì grasso di Pasqua. Si gioca lungo la strada principale di una piccola cittadina inglese, dura due ore e vince chi, negli ultimi 30 minuti, riesce a tenere in mano una sfera di cemento realizzata su misura.

È meno un gioco e più un rito: rissoso, fisico, senza regole. La violenza, i volti dei giocatori, il caos impastato di fango, era cinematografico. Ero lì per fotografarlo, ma mi sono ritrovato a osservare la folla tanto quanto l’azione. C’è qualcosa di primordiale in questi eventi, e tocca la stessa energia che metto negli sport che pratico. In tutto questo c’è un’ossessione. Da fuori può sembrare estremo, ma è profondamente umano.”

La libertà del lavoro personale

“Ciò che amo di più di questi progetti è la libertà. Viaggio da solo, scatto alle mie condizioni e nessuno mi dirige. Nel lavoro commerciale c’è un intero meccanismo dietro. Brief, aspettative del brand, revisioni creative. Al contrario in questi eventi, il caos è l’unico piano. Mi presento e cerco di orientarmi con la macchina in mano.

C’è qualcosa di elettrizzante nel non sapere dove finirò o cosa vedrò. Una zuffa in abiti medievali per strada, un uomo con un mantello che placca qualcuno per una palla, una nonna che urla da una finestra del pub, l’imprevedibile.

Ho sempre cercato di evitare le mode. Scorro Instagram e cerco attivamente cose che gli altri non fotografano. È questo che mi tira verso questi eventi strani e bellissimi. Non per essere diverso, ma per genuina curiosità. Voglio scoprire ciò di cui ignoravo l’esistenza. Quando fotografo, cerco dettagli, momenti, angolazioni che costringano a fermarsi. Voglio che chi guarda si chieda: “Che cosa sta succedendo qui? Qual è la storia?” Quel senso di mistero, il non capire subito una foto è ciò a cui punto. Invita a guardare più a lungo.

E questi eventi tradizionali sono perfetti per questo. La maggior parte delle persone non sa nemmeno che esistono. Diventa un enigma visivo, mostrare quanto basta per suscitare domande, trattenere quel tanto che serve a far nascere meraviglia.”

Più in alto, più lontano

“Se c’è una cosa che spero si provi guardando il mio lavoro, è il richiamo a uscire. A camminare, a correre in montagna, a inseguire le albe e a sperimentare la gioia cruda del movimento. Vorrei che la mia fotografia accendesse quell’impulso all’esplorare, vedere ciò che in pochi vedono, scegliere l’avventura al posto della comodità.

La fotografia, come tutto il resto, sta cambiando. Ho la sensazione che stia tornando verso il documentario, verso il reale. I brand stanno iniziando ad abbracciare l’imperfezione, a cogliere il valore di immagini vissute ed emotive invece che lucide e in posa. È un cambiamento che accolgo a braccia aperte.

Personalmente, mi sto allenando per un’ultramaratona di 100 miglia l’anno prossimo. È la prossima grande sfida. Ma è anche un sogno fotografico—immagina cosa puoi vedere lungo 100 miglia di paesaggi, meteo, dolore, gioia, crollo e trionfo. Non è solo questione di arrivare al traguardo ma ciò che vivi lungo la strada, e ciò che puoi catturare in quei momenti di sfinimento e bellezza.

Questo, per me, è il cuore di tutto. Più ti spingi oltre, nello sport, nella creatività, nella vita, più scopri. E quando porti una macchina fotografica con te, puoi portare anche gli altri nel viaggio.”