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Dal sogno di diventare professionista, alla street art e opere XXL: le parole di un creativo che è riuscito a trasformare il calcio in un’espressione visiva

“Fin da piccolo è sempre stato solo calcio, calcio e ancora calcio.” L’artista britannico Mark Johnson ci anticipa come ha trasformato la sua passione in un’espressione visiva capace di farci rivivere, o meglio, vivere in nuova forma, momenti e dettagli significativi del Beautiful Game.

Quando arte e calcio si incontrano consapevolmente danno vita a connubi estatici, atipici, perfino iconici, e questo giovane creativo multidimensionale, cresciuto nella terra-culla del calcio, è l’esempio perfetto di questo processo. 

Dallo Stoke City a Roberto Baggio e al design sostenibile del Betis Siviglia. Abbiamo parlato con Mark per scoprire il legame tra la sua visione artistica ed il suo percorso calcistico.

Sei nato nella patria del ‘Beautiful Game’. Come ti sei innamorato di questo sport e in che modo lo hai integrato alla tua visione artistica?

“Sono cresciuto giocando a calcio in ogni momento: in strada, con gli amici, ovunque potessi... Dagli 11 ai 16 anni ho giocato nell’Academy dello Stoke City, inseguendo il mio sogno di diventare un professionista. Per vari motivi non sono riuscito a coronarlo e, verso fine adolescenza, mi sono ritrovato a chiedermi quali potessero essere scenari alternativi: così, mi sono concentrato sul design. Ho sempre amato il calcio, ma in fondo la mia vera passione è sempre stata l’arte. Disegnavo qualsiasi cosa fosse legata al calcio. Dopo il mio percorso universitario in graphic design, ho iniziato a lavorare nel settore e nel mentre ho aperto il mio profilo instagram, postando i miei progetti e le mie idee. Quello che ritenevo un hobby è diventato il mio lavoro.”

Cosa ti ha spinto ad esplorare questo particolare connubio?

“Fin da piccolo mi è sempre piaciuta la street art, mi sono fatto ispirare da artisti come Banksy, da lavori urbani che lasciano senza parole. Da lì è nato il tipo d’immaginario e immaginazione che oggi nutrono le mie opere. Sentivo soprattutto la necessità di rappresentare il fatto che tutti i grandi calciatori abbiano, in qualche modo, iniziato a giocare in strada, circondati da amici e familiari. È un percorso comune. È il mio percorso. Così, ho iniziato a ricreare una serie di gol e scene iconiche sui muri, giocando con i loro elementi fisici e trasformando il loro significato. Un tubo che sporge, per esempio, può diventare parte integrante di un’azione e di una composizione calcistica. Parlando di un altro tipo d’ispirazione, quella legata alla comunicazione dei brand, devo dire che ho sempre avuto una connessione forte con questa dimensione. Adv e commercial mi hanno trasmesso molto: Nike e Adidas principalmente, uno da un punto di vista delle campaign video, in cui spicca il leggendario filone ‘Joga Bonito’, l’altro in merito, soprattutto, alla creatività legata ai billboards.”

Ad oggi, cosa rappresenta per te il calcio?

“Ad oggi lo vivo in un modo un po’ più neutrale. Amavo Baggio e la Serie A, divorava partite ad ogni ora in televisione, ma ora non posso dire di essere ancora così follemente innamorato di questo sport. Questo non vuol dire che non sia parte integrante della mia vita quotidiana, o che abbia smesso di seguirlo con attenzione. Continuo a collezionare maglie, da piccolo mio padre me le regalava ogni Natale e compleanno. Uno dei pezzi più particolari che ho è una maglia dell’Inghilterra del ‘96 di David Seaman, il leggendario portiere, peccato sia una taglia da bambino. La mia attuale professione mi ha dato poi la possibilità di entrare in contatto con vari giocatori. Non nego che molti di loro mi hanno intercettato grazie alle opere che li vedevano ritratti. Questi rapporti mi permettono anche di aumentare la collezione di maglie…”

Ci sono dei progetti a cui sei particolarmente legato?

“Durante il lockdown stavo pensando a nuove idee, e, siccome ho sempre avuto un debole per il Betis, ho provato a unire il loro design al concetto di sostenibilità ed elementi naturali. Ho costruito una struttura bianca a forma di maglia, ho piantato dei semi e dopo una settimana circa l’erba ha iniziato a crescere, ricreando le strisce verticali verdi. Così è nata la ‘BIODEGRADABLE BETIS’. Un altro progetto a cui sono particolarmente legato è la maglia dell’Inter. Studiando la tecnica del quilling, ho subito pensato che fosse perfetta per il logo dell’Inter, basato su cerchi concentrici. Ci ho messo mesi ad arrotolare 23.000 spirali di carta, un progetto davvero incredibile e monumentale per le sue dimensioni, era quasi più grande del mio garage…” 

Alla luce di questi esempi, ti senti più un designer o un artista? E che direzioni sta prendendo, oggi, la tua identità creativa?

“Quando mi pongono questa domanda, rispondo sempre che mi sento un designer. Nel design c’è sempre un preciso motivo dietro ogni scelta, ogni decisione dev’essere giustificata. Nulla è casuale. Tutto è razionale. E il mio approccio ai vari progetti segue questo paradigma. Per quanto riguarda le direzioni, l’obiettivo è quello di lavorare su sempre più progetti. Fra qualche anno voglio guardarmi indietro e poter dire di aver conquistato un bel po' in questo campo. Al momento sto aspettando che succeda qualcosa, sto cercando ispirazione ovunque, dai libri alle notizie… Il calcio regala suggestioni ogni giorno, ogni ora, basta saperlo ascoltare.”