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Dopo una lunga residenza artistica in Giappone, la testimonianza di Nicolò Rinaldi mette in rima la ‘weirdness’ che ha guidato la sua lente, con la passione nipponica per il baseball

Cosa significa vivere in un luogo che sembra disegnato per replicare, o riproporre, un’idea di natura? E come cambia lo sguardo quando ogni elemento del paesaggio, dai giardini tropicali ai planetari, fino ai gufi, appare come una versione artificiale di qualcosa che, invece, dovrebbe essere spontaneo?

A queste domande cerca di rispondere W.E.I.R.D., il progetto fotografico di Nicolò Rinaldi, maturato durante una residenza artistica in Giappone e dedicato ai molteplici modi in cui l’essere umano contemporaneo tenta di ricostruire, controllare o estetizzare l’ambiente naturale. Un’indagine visiva che non si limita alla critica, ma lascia spazio allo spaesamento, all’ambiguità percettiva, alla fascinazione per il costruito.

Dentro questo percorso, destinato ad una mostra che si terrà al Palazzo Ducale di Genova tra l’11 e il 23 novembre prossimi, però, Rinaldi ha incontrato anche qualcosa che sembra appartenere a un altro piano di ragionamento, quello dello sport, o meglio, della cultura sportiva come rituale collettivo: il baseball, una presenza costante nel paesaggio urbano giapponese. Uno sport ‘importato’, sì, ma profondamente interiorizzato e, quasi, sacralizzato.

In questo dialogo tra fotografia, osservazione sociale e memoria visiva si intrecciano natura simulata e cultura ibridata, in un racconto che attraversa le maglie del quotidiano giapponese contemporaneo e ci restituisce uno sguardo laterale, preciso e profondamente umano su un mondo che, strano a dirsi, sembra sempre un po’ più vero del vero.

Con che spirito e idee sei arrivato in Giappone? 

NR: “Questa domanda mi permette di introdurre un tema poco conosciuto, quello della residenza d’artista. Fino a qualche anno fa ne sapevo poco anch’io, ma col tempo ho capito che rappresentano un’occasione preziosa: si tratta di vivere per un periodo in un luogo che non ti appartiene, con l’unico scopo di fare ricerca. Nel mio caso, ero ospite in una casa tradizionale giapponese con tatami, pareti sottili e uno studio esterno tutto per me. L’immaginario da anime, che mi aspettavo, si è confermato tale. Condividere quell’esperienza con altri artisti ha contribuito molto. Facevamo colazione insieme, parlavamo tanto. Questo scambio ha arricchito la mia prospettiva.”

Entriamo nel vivo del tuo progetto fotografico, cos’è il progetto W.E.I.R.D.? 

NR: “W.E.I.R.D. è iniziato verso la fine del 2023. L’obiettivo è quello di indagare i modi in cui l’uomo contemporaneo replica la natura, a volte in modo poetico, altre disturbante. Parlo di riproduzioni visive e artistiche, ma anche tecnologiche: planetari, acquari, zoo, serre tropicali, biosfere artificiali. Volevo costruire una sorta di mappa visiva dei tentativi umani di imitare, contenere o addomesticare la natura, e capire il perché di questa ossessione. Non si tratta di una critica diretta. Lascio molto spazio all’interpretazione dell’osservatore. Alla base, però, c’è un pensiero preciso: trovo assurdo che l’uomo investa così tanto nel ricreare ambienti naturali artificiali, invece di tutelare quelli reali.”

Introducendo il progetto hai parlato di ‘esperienze artefatte’... C’è una parte di W.E.I.R.D. che punta anche sullo spaesamento, sull’effetto straniante delle tue composizioni?

NR: “Assolutamente. L’intento è proprio quello di confondere lo sguardo, far dubitare chi osserva: “questa natura è vera o falsa?”. Per esempio, un’immagine simbolica è quella scattata all’interno di un centro commerciale. È presente un grosso albero, ma si comprende che si tratta di un luogo artificiale solo successivamente, quando si notano le luci sul soffitto ad illuminare la stanza, insieme all’impianto antincendio con le testine sprikler mimetizzate tra le foglie. Mi affascina molto quest’idea: siamo talmente abituati a vivere esperienze costruite, o ricostruite, che spesso non ci accorgiamo della loro artificialità. Visiti un museo, un parco a tema, una città ‘instagrammabile’… e tutto sembra reale. Ma non lo è. E a forza di consumare simulazioni, rischiamo di perdere la capacità di riconoscere la realtà”

In tutto questo, come si inserisce una terra come il Giappone?

NR: “L’ho scelto proprio perché sapevo che avrei trovato esempi radicali di questa cultura dell’artificio. E così è stato. Dalla Disneyland di Tokyo ai caffè con animali esotici, passando per i mini zoo nei centri commerciali: ogni luogo sembrava costruito per offrire un’esperienza naturalistica preconfezionata, e a pagamento. Un luogo che mi ha colpito in modo particolare è stato la Owl Forest a Kyoto: una stanza in un anonimo edificio cittadino, dove cammini in silenzio, lungo un corridoio circolare, osservando gufi legati ad un ramo. Alcuni si possono accarezzare e le foto sono consentite solo senza flash, per non spaventarli. Era surreale. Non sembravano nemmeno animali, ma oggetti di scena. Eppure la gente faceva la fila per entrarci. Quello è stato sicuramente uno dei momenti più weird del viaggio”

Passiamo ad un altro tipo di tema, quello sportivo. So che la tua lente ha avuto modo, lungo questa residenza artistica, d’incrociare uno sport identitario per il Giappone: il baseball… 

NR:Il baseball è entrato nel mio radar per puro caso. I primi tempi ero completamente assorbito dalla ricerca per il progetto fotografico. Lavoravo molto: di giorno esploravo, di sera selezionavo, scrivevo, studiavo. Poi, camminando per la città, ho iniziato a notare qualcosa: in ogni quartiere c’era un campo da baseball. Sempre attivo, sempre pieno. Allenamenti, partite, bambini in divisa. In quel momento ero ancora passivo, non stavo cercando di capire. A distanza di qualche tempo, ho compreso come questo sport sia qualcosa di davvero grande, e importante, per l’intera società nipponica”

Hai avuto l'impressione che il baseball, sport dalle radici americane, fosse parte dello stesso processo di ‘artificializzazione’ che hai raccontato in W.E.I.R.D.?

NR: “Direi che è qualcosa di separato. Il baseball non è per me parte della riflessione sulle ‘repliche della natura’ che si pone al centro di W.E.I.R.D.. Fa parte, però, di una riflessione parallela su come alcuni elementi culturali americani siano stati assorbiti, adattati e quasi ritualizzati nella società giapponese. Il baseball, insieme a catene come Starbucks e McDonald's, o i convenience store, rappresenta una sorta di ‘americanizzazione profonda’ del quotidiano. Ma non si tratta di un copia-incolla. È qualcosa di molto più sofisticato: c’è una riproposizione estremamente ordinata, codificata, quasi rituale. Il baseball che ho visto nei parchi e negli stadi non era solo ‘uno sport’: sembrava un rituale collettivo, con un senso dell’ordine, del rispetto e della disciplina che raramente ho visto altrove. All’inizio non capivo, mi domandavo: “Perché ci sono campi da baseball ovunque? Perché sono sempre pieni?”. Poi ho realizzato che si tratta di una delle espressioni più visibili di questa simbiosi culturale tra Giappone e America. Ma con una reinterpretazione tutta giapponese. Niente è lasciato al caso. I diamanti hanno fatto da sfondo, diciamo così, a W.E.I.R.D. Non li ho fotografati come parte del corpus, ma sono entrati nella mia percezione dell’ambiente. Erano ovunque. In qualche modo hanno influenzato la mia lettura del paesaggio urbano: la presenza costante del baseball mi ha fatto riflettere su come certi simboli culturali si integrino perfettamente in un contesto che, in apparenza, sembra lontano”  

E dal punto di vista estetico, cosa ti ha rivelato il baseball giapponese?

NR: “Quando vedi i ragazzini in metro, tutti in divisa, con le mazze e i guantoni, che si preparano ad andare ad allenarsi… Ha il suo fascino. E poi, durante gli allenamenti, ho notato la costante presenza di spettatori, amici, compagni e compagne di scuola che vanno solo a guardare. In Italia, per esempio, è difficile vedere qualcuno che va a guardare gli allenamenti delle squadre giovanili. Figuriamoci a livello scolastico. In Giappone c’è un seguito autentico, anche per queste squadre… Il baseball mi è parsa una parte integrante del tessuto sociale. Poi, mi ha impressionato vedere un diamante nel quartiere dove abitavo: una zona più tradizionale e un po’ fuori dal centro città. Casette basse, magari sullo sfondo un torii arancione… E lì, in mezzo a tutto questo: il campo da baseball. Una composizione visiva fortissima. Qualsiasi persona, se chiude gli occhi e prova a immaginare un campo da baseball, pensa subito a una scena americana: tribune, hot dog, New York o Boston. Lì, invece, ti ritrovi un campo con ragazzi giapponesi che si allenano davanti a un tempio. Per me è stato straniante, ma anche affascinante.”

Un innesto estetico, ma anche culturale dunque… 

NR: “ Mi sono informato. Storicamente, il Giappone aveva una sorta d’impostazione militare dello sport. L’idea non era quella del divertimento, ma dell’addestramento. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’occupazione americana, il baseball venne scelto come sport guida per la riorganizzazione dello sport scolastico. Era già presente, ma venne ‘rilanciato’ come attività educativa e popolare. In Giappone ha attecchito enormemente per queste ragioni. Il Koshien, ad esempio, ovvero il torneo nazionale delle scuole superiori, è un evento seguitissimo. Ci partecipano più di 3.000 squadre, ma solo una per prefettura arriva alla fase finale. Ed è tutto a eliminazione diretta: se perdi, sei fuori. Conoscendo la cultura giapponese e il valore che attribuiscono alla sconfitta… Dev’essere un evento emotivamente fortissimo”

Oltre al baseball, hai incontrato altri elementi che ti hanno fatto percepire questa sorta di ‘dualità culturale’, tra tradizione e globalizzazione?

NR: “Tantissimi. Come dicevo prima, la diffusione massiccia di catene occidentali è uno degli aspetti più evidenti. Ma anche nei luoghi più tradizionali — templi, mercati, laboratori artigiani — si avverte questa tensione tra preservazione e ibridazione. È difficile spiegare a parole. È come se convivessero due livelli: uno antico, radicato, quasi immutabile… E uno contemporaneo, iper-connesso, globalizzato. E i giapponesi riescono, in modo quasi naturale, a farli coesistere”

Chiudiamo con un domanda sul futuro. Cosa dobbiamo aspettarci da W.E.I.R.D. nei prossimi mesi?

NR: “W.E.I.R.D. sarà esposto al Palazzo Ducale di Genova, tra l’11 e il 23 novembre. Il passaggio alla mostra è sicuramente uno step importante. Mettere in dialogo la selezione fotografica con lo spazio espositivo impone una scelta ancora più mirata, coerente con il messaggio. È stimolante e anche un po’ difficile. In parallelo, sto pensando a una nuova fase del progetto, in cui approfondire il rapporto con la natura artificiale-non fisica: ambienti 3D, realtà aumentata, installazioni immersive... Mi interessa sempre di più contaminare la fotografia con altre forme d’arte contemporanea: scultura, suono, performance. La fotografia resterà il cuore del progetto, ma voglio vedere fin dove possa spingersi il suo dialogo con altri linguaggi”

Il progetto è sostenuto da Strategia Fotografia 2024, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.