Lo skipping come gesto ritmico, espressione politica e coreografia collettiva. Il progetto fotografico di Theresa Rudzki racconta l’energia di una nuova comunità femminile guidata da Federica Scillufo
Nel silenzio ovattato del primo lockdown, mentre il mondo intero cercava nuove routine da interiorizzare tra le mura di casa, Federica Scillufo ha scoperto un gesto che sembrava appartenere al passato, o a mondi sportivi lontani: lo skipping. Un movimento semplice, storicamente legato all’immaginario della scuola o alle sessioni di allenamento di ogni fighter.
Eppure, nel panorama contemporaneo, lo skipping rappresenta molto più di un esercizio fitness: per una community viva, sparsa in tutto il mondo, questa arte sportiva è una grammatica corporea, una forma di espressione, un rituale condiviso. Lo dimostra la storia di Federica, che non solo ha coltivato questa disciplina a livello personale, ma ha anche costruito attorno a sé una rete virtuosa che, da Los Angeles a Bali, da Londra a Milano, guida un movimento sincronizzato che parla di forza, connessione umana, libertà.
Da questa atipica, ma vibrante dinamica, nasce ‘In Sync,’ il progetto fotografico di Theresa Rudzki, che osserva e racconta la community skipping di Federica: un gruppo in costante equilibrio tra performance sportiva, coraggio e tensione estetica. Ne esce un reportage intimo, fatto di corpi che si muovono all’unisono, errori condivisi, sorrisi complici e fiducia tangibile.
Abbiamo parlato con Federica e Theresa di come una semplice corda possa diventare strumento di empowerment, piattaforma creativa e atto collettivo: perché, in fondo, saltare in sincronia è un modo per conoscersi, e riconoscersi.


Federica, hai scoperto lo skipping durante il lockdown del 2020. Cosa ti ha colpito all’inizio, e in che modo questa disciplina ha inciso sulla tua vita?
Federica: “Prima del 2020 pensavo allo skipping come a una cosa da bambini, o a qualcosa che si vede solo in occasione dei warm-up pugilistici. Tutto è cambiato durante il lockdown. Stavo scorrendo Instagram, quando mi è capitato un video di una ragazza che saltava, a ritmo di musica. Sembrava semplicemente qualcosa di divertente. L’ho mostrato al mio compagno e il giorno dopo siamo scesi nella palestra condominiale. Ho visto una corda, l’ho presa… e da allora non ho più smesso.
All’inizio pubblicavo i video dei miei progressi solo per tenerne traccia. Piano piano, ho iniziato a entrare in contatto con altre persone che facevano lo stesso. Ci scambiavamo consigli, routine, condividevamo difficoltà. Oggi, dopo qualche anno, posso dire di aver fatto skipping con persone a Los Angeles, a Bali, a Milano… ovunque io sia andata. È assurdo. C’è questo filo invisibile che ci collega. E l’energia, quando ci incontriamo, è incredibile.
La cosa sorprendente è che lo skipping ha unito tutto quello che ho sempre amato. Ho sempre avuto un rapporto forte con il movimento: danza, nuoto, corsa. Lo skipping ha tutto: ritmo, sfida, libertà. Non servono abbonamenti o attrezzi speciali: solo una corda e un po’ di spazio. E visto che amo viaggiare, è diventata una passione portatile, che posso portare ovunque.”
Theresa, tu invece ti sei avvicinata da spettatrice. Cosa ti ha colpito dello skipping, osservandolo dall’esterno?
Theresa: “Durante il lockdown io e Federica eravamo vicine a Londra. Dalla finestra del nostro balcone vedevo Federica che faceva skipping sulla terrazza. All’inizio mi chiedevo solo: “Cosa sta facendo?” Ma lei continuava, ogni singolo giorno. Ed era bellissimo vederla migliorare.
Poi ho visto un video in cui saltava insieme ad altre due o tre ragazze. C’era un ritmo condiviso, una specie di coreografia fluida. In quel momento ho capito che non era solo esercizio fisico. Era connessione. C’era gioia, sincronizzazione, ma anche una profonda consapevolezza dell’altra. E per me, la sincronia è una metafora potente: significa essere in ascolto, non solo di sé stessi, anche di chi ti circonda.
Mi sono chiesta: e se provassimo a catturare quell’energia in un contesto più curato, più creativo? Non solo in un parco o in uno spazio casuale, ma in un ambiente visivamente appagante. Le ho scritto subito: “Ho un’idea. Parliamone stasera.” Ci siamo sentite al telefono, e così è nato il nostro progetto fotografico.”
Federica, nello skipping c’è un equilibrio unico tra espressione individuale e dinamica di gruppo. Come si gestisce? Avviene in modo naturale o serve molta pratica?
Federica: “La forza dello skipping sta nella sua versatilità — ci sono infinite varianti e stili. C’è chi fa freestyle, chi si concentra sui ‘release’ (quando si lancia e si riprende la corda in aria), chi lavora soprattutto sul footwork. Ognuno porta il proprio stile.
Quando ci incontriamo in gruppo, l’idea è trovare un terreno comune, qualcosa su cui possiamo lavorare insieme. E anche se nei video sembra tutto fluido e facile, posso assicurare che ci sono un sacco di errori e tentativi. Per questo condivido anche i video dei miei fallimenti… la gente deve sapere che c’è lavoro dietro. Ma come per qualsiasi cosa, è la costanza che fa la differenza. Più ci sei, più migliori.
E poi è una disciplina davvero inclusiva… ci sono bambini e persone anche di 60 o 70 anni che fanno skipping. Sembra quasi un linguaggio condiviso. Una cultura. Alla community non interessa quanto sei bravo: conta la passione, e il desiderio di imparare e connettersi.”


Theresa, tu arrivi dal mondo della fotografia fashion. Com’è stato allineare la tua lente su un progetto a vocazione sportiva come questo?
Theresa: “Sinceramente è stato, in un certo senso, liberatorio. Nella moda, anche nelle produzioni più editoriali, l’attenzione è sempre rivolta principalmente ai capi. In questo caso, invece, contava di più l’energia, le persone, l’atmosfera. Quel tipo di narrazione ha acceso qualcosa in me.
E poi c’è qualcosa di incredibilmente magnetico nei contesti sportivi. Sono carichi di emozioni che si trovano raramente nei set di moda. Quando scatto un ritratto, lavoro molto sul creare un momento intimo, dove la persona si senta libera di esprimersi. Questo progetto mi ha insegnato che quell’energia si può costruire e percepire anche in un contesto collettivo… e raccontarla in modo autentico.
Quello che fa Federica, insieme a questa community, ha il sapore di qualcosa che va oltre lo sport. È una ridefinizione di esso. Hanno preso l’immaginario classico dello skipping (il pugile o la bambina in strada) e l’hanno trasformato in qualcosa di completamente nuovo, inclusivo, dinamico. Online sta esplodendo: milioni di visualizzazioni, routine, tutorial… e al centro ci sono delle interpreti femminili. È qualcosa che ha un’energia rivoluzionaria.”
Quando hai finalmente fotografato uno di questi incontri, cosa ti ha colpito di più, a livello artistico ed emotivo?
Theresa: “C’è stato un momento che non dimenticherò mai. Erano in otto, tutte donne, che cercavano di eseguire una routine in sincronia. L’obiettivo era semplice: riuscirci una volta. Solo una. Ma per ‘quella singola volta’ servivano concentrazione, ascolto reciproco, ritmo, pazienza. Era ipnotico.
Dal punto di vista visivo, la scena era stratificata: l’intensità fisica mescolata alla leggerezza del gioco, la struttura che si univa all’improvvisazione. Viviamo in una società che premia continuamente l’individuo — il miglioramento personale, l’auto-promozione. Ma lì, in quel momento, tutto ruotava intorno al gruppo. Muoversi insieme. Quello era il cuore dello shooting. E, a pensarci bene, anche il cuore di questa community.
Lo skipping cancella i confini tra sport e arte. C’è una dimensione soggettiva, espressiva: è danza, è performance, è rituale. Per questo me ne sono invaghita. Ed è questo che ho cercato di catturare con la macchina fotografica.”
Federica, pare evidente che lo skipping ti abbia trasformata non solo a livello fisico. In che modo ti ha cambiata?
Federica: “Mi ha insegnato ad essere resiliente. Ci sono così tanti trick che all’inizio non riuscivo a fare… mi innervosivo. Poi vedevo qualcuna che aveva iniziato solo pochi mesi prima di me riuscirci. E pensavo: “Ok, è possibile. Posso arrivarci anch’io.” Impari a essere paziente, costante, a trattarti con gentilezza.
Soprattutto, mi ha dato una voce. Uno spazio in cui poter esprimere gioia, frustrazione, orgoglio… tutto attraverso il movimento. È strano: mai avrei pensato che una corda potesse portarmi in così tanti luoghi e farmi incontrare così tante persone.”


Vedere qualcuno fare skipping può accendere una scintilla, ma tu sei andata molto oltre: hai costruito una community, condiviso il tuo percorso, ispirato altre persone. Cosa ti ha spinta a fare quel passo in più?
Federica: “Per me lo skipping è quasi una forma di meditazione. Correvo, una volta, ma mentre correvo pensavo sempre ad altro: quante calorie stavo bruciando, quanto tempo mancava alla fine della seduta... l’atto fisico era sempre legato a un obiettivo. Con lo skipping, invece, mi diverto. E la cosa incredibile è che, divertendomi, raggiungo anche i miei obiettivi ‘fitness’.
Mi dà un enorme senso di soddisfazione. Ci sono così tanti trick che a volte ti senti sopraffatta, ma puoi davvero misurare i tuoi progressi. Mi responsabilizzo in questo modo: vedere quanto miglioro mi motiva a continuare. Ho ritenuto significativo e importante non tenere tutto questo solo per me.
Poi, quando ho iniziato a condividere i miei video, ho cominciato a ricevere messaggi tipo “Ho iniziato a fare skipping grazie a te” o “Hai cambiato il mio rapporto con il mio corpo”... frasi profondamente motivanti. Parole del genere ti cambiano la giornata.”
Theresa, in che modo l’energia individuale e collettiva dello skipping ha influenzato il tuo processo creativo in questo progetto?
Theresa: “Come dicevo prima, il mio obiettivo principale era raccontare la sincronia e la connessione tra le donne-protagonista… era l’idea centrale della serie. Di solito, affronto i set con una visione molto precisa in mente. In questo caso, però, ho lasciato spazio alla spontaneità. Volevo davvero che ogni persona emergesse con il proprio carattere e il proprio stile. Ho settato il contesto, ma mi sono fatta guidare dal momento.
Ho inseguito un equilibrio tra la fotografia fashion, dove tutto è sotto controllo, e quella documentaristica, dove catturi qualcosa che sta accadendo. Per esempio, c’è stato un momento in cui ho chiesto al gruppo di iniziare a scaldarsi e muoversi liberamente, mentre io giravo attorno con la macchina fotografica. Poi, ho fatte disporre le ragazze in modo più strutturato per catturare il movimento in una forma visivamente più definita.”
Questa esperienza ha cambiato il tuo rapporto con la fotografia sportiva? O con l’immaginario sportivo in generale?
Theresa: “Assolutamente. All’inizio immaginavo che avrebbero eseguito la routine alla perfezione. In realtà, ogni donna aveva un livello diverso di esperienza e ci è voluto del tempo per trovare un ritmo comune. L’intera esperienza mi ha fatto capire quanto sia difficile giungere alla piena sincronia. Lo skipping è uno sport ad alta intensità. Hanno saltato per ore, non in modo continuo, certo, ma comunque ho potuto rendermi conto di quanto questa disciplina richieda una resistenza incredibile.
Quello che ho fotografato, alla fine, non era solo performance atletica individuale, ma l’energia prodotta da quel gruppo. A un certo punto ho chiesto a ognuna di fare una performance solitaria… le altre stavano intorno e incitavano, caricavano. Questo senso di supporto e comunità è un qualcosa che ho trovato solo nello sport. È reale. È emotivo. Ed è raro.”


Federica, oggi dove si colloca lo skipping nel mondo dello sport? Qual è il suo stato dell’arte?
Federica: “Fino a cinque anni fa, lo skipping non veniva nemmeno considerato uno sport. Era cardio, qualcosa che, per l’appunto, facevano i pugili… o che si vedeva nei box di CrossFit. Ora sta evolvendo in fretta. È stato persino introdotto come sport dimostrativo alle Olimpiadi: questo vuol dire che potrebbe diventare uno sport olimpico a tutti gli effetti. Per noi è motivo di orgoglio.
La cosa bella è che è uno sport davvero accessibile: allena tutto il corpo, costa poco, puoi portarlo ovunque. Ti basta una corda da 30 euro e un po’ di spazio. Ma la scelta della corda fa la differenza — l’ho imparato molto presto.”
Oltre alla forma fisica, in che modo lo skipping ha influenzato la tua vita? Questo progetto editoriale parla di empowerment e fiducia personale…
Federica: “Ha cambiato completamente il mio modo di stare al mondo. Ricordo che all’inizio ero insicura, persino a disagio davanti a una fotocamera. Oggi mi sento sicura di me, sia online che nella vita reale. Questa fiducia mi è arrivata dallo skipping… e dal fatto di aver condiviso il mio percorso.
È anche una questione di supporto agli altri. Ricevo tanti messaggi da persone che vorrebbero iniziare ma non sanno da dove partire. Cerco di guidarle, di dir loro di andare con calma. Molti di noi iniziano tardi, io per esempio avevo 30 anni, e pensano: “È troppo tardi, non sarò mai brava.” Ma non è vero. Se ce l’ho fatta io, può farcela chiunque. Basta un po’ di incoraggiamento e gli strumenti giusti.”
C’è una rivoluzione in corso nello sport femminile in generale, dagli stadi calcistici, sempre più pieni, al boom della WNBA, fino agli sport outdoor... Come si inserisce lo skipping in questo panorama più ampio?
Federica: “Credo che possiamo e dobbiamo sentirci parte di quel cambiamento. Quello che stiamo costruendo non è solo una tendenza fitness… è una sottocultura sportiva. Stiamo creando spazi dove le donne si sentono sicure, viste, supportate.
Stiamo allargando le basi di una piattaforma sportiva in cui le donne si mettono alla prova, si sostengono a vicenda, fissano obiettivi… non solo fisici, ma anche emotivi e sociali. Lo skipping ha generato connessioni vere, che superano confini e background. E quel senso di appartenenza ha una forza enorme.”

Un ringraziamento speciale a tutte le donne che hanno partecipato a questo progetto: Claire Smart, Georgina Igwe, Gemma Moses, Iara Monteiro, Imogen Saifie-Blackwell & Sonia Paterson .






