Arc'teryx Winter Tour fa tappa a Milano come un osservatorio itinerante sulla cultura contemporanea della montagna—dove performance, estetica e narrazione convergono
Per questo secondo focus editoriale, puntiamo l’obiettivo su DVD, la serie videografica in corso di Victor Daviet, e sul suo dodicesimo capitolo, Ruby Frequency: un rider, molti collaboratori, e un terreno condiviso in cui stile, sperimentazione e istinto di montagna si incontrano.
Presentato insieme al programma di film e alle installazioni che animano la tappa milanese, Ruby Frequency è meno un “video part” lineare e più una conversazione viva—tra il flow del backcountry e le decisioni millimetriche in sala di montaggio; tra la linea incisa sulla neve e l’inquadratura scolpita in post; tra la gravità terrestre e il sogno cromatico di Marte. Daviet non si limita ad accumulare trick: riduce la distanza tra atleta e autore, trasformando l’azione in una camera d’eco in movimento, dove immagini, musica e color grading si sovrappongono, rispondono e destabilizzano le idee fisse su cosa debba essere un film di snowboard. È qui, in questo dialogo stratificato, che il Winter Tour trova un’altra frequenza intima.
Abbiamo parlato con Victor del motore creativo di DVD, collaborazioni, rischio narrativo e la convinzione che lo snowboard sia meno uno sport e più una forma d’arte, abbracciato ad un costante richiamo della natura.





Puoi raccontarci brevemente come si è evoluto nel tempo il tuo rapporto con lo snowboard—anche in relazione all’arte e allo sport in sé?
Victor Daviet: “Se posso tornare un attimo alle origini: ho iniziato a fare snowboard a 8 anni. E ora ne ho 35, e lo snowboard è ancora la mia vita. Devo tutto allo snowboard. Gli sono estremamente grato. Ho trovato quella passione a 8 anni e ne sono rimasto agganciato. Sono cresciuto nel sud delle Alpi francesi. Ho iniziato in una piccola stazione e, passo dopo passo, ho continuato a evolvere.
Per prima cosa ho gareggiato nel freestyle—halfpipe, big air, slopestyle. Era molto tecnica, meno arte, ma miglioravo ed era un buon modo per crescere. Poi ho capito che non ero davvero un buon competitor. Competere contro i miei amici—cercare di battere i miei amici—non era nelle mie corde. Ho capito che non era per me. Stavo solo seguendo l’onda perché all’epoca tutti gareggiavano, ed era ciò che volevano i miei sponsor. In fondo non ero scarso, ma non era ciò che sentivo mio.
Ho capito che ciò che amavo davvero era scattare, girare, creare. Scattare con i fotografi per finire sulle riviste, cercando le immagini migliori. O lavorare con i film-maker per ottenere le migliori video part. Lì mi riconoscevo, perché era una competizione con me stesso—cercare di migliorare e tirare fuori il meglio, spingere il mio livello in montagna e provare a essere il più creativo possibile con quel giocattolo—il nostro snowboard—in quell’ambiente meraviglioso.
Ho fatto anche un po’ di street—jibbing—ma soprattutto sono un grande amante della natura. Poter giocare con quella “panna”, powder fresca, è stato semplicemente incredibile. Ho la fortuna di farlo da dieci anni. Ho ricevuto riconoscimento dalla community a livello internazionale, ed è bellissimo. Sono stato in tutto il mondo e ho capito che, per me, ogni snowboarder è un pittore che si esprime in esso. Ognuno ha il suo stile. Ti può piacere un quadro o un altro, ma lo snowboard è decisamente una forma d’arte. Non è uno sport.”
E che tipo di “pittore” ti senti?
Victor Daviet: “Uno che dipinge in maniera fluida. Tracciamo linee sulla neve, e secondo me è di una bellezza pazzesca. Fin dagli inizi, stare con artisti davvero talentuosi ha spinto la mia creatività. Stasera presento un film della mia serie DVD, ed è uno short film puramente creativo. Ovviamente c’è tecnica—non voglio essere solo un artista; voglio restare uno snowboarder forte—ma mescolata con una forma d’arte. Ultimamente ho giocato molto con questo progetto, DVD, e lo adoro.
In tutti i miei viaggi cerco di catturare non solo l’azione, ma il dietro le quinte—per conservare buoni ricordi su pellicola. Come atleti viviamo viaggi assurdi, e io sono un grande fan della fotografia in generale. Ho avuto la fortuna di girare con fotografi bravissimi da quando avevo 15 anni, ed è ispirante stare con persone così. È chiaro che un po’ di passione me l'hanno trasmessa.”



Venendo all’anteprima di stasera: ‘Ruby Frequency’. Il titolo stesso rimanda, come dicevi, al legame con il lato creativo dello snowboard. Perché questo titolo? Che cosa vuole comunicare al pubblico?
Victor Daviet: “Faccio un passo indietro. Per la serie DVD, questo è il volume 12, da tre anni gioco in quello spazio creativo. Collaboro con diversi registi, montatori, musicisti e altri rider. Ogni volta scegliamo un’idea: tu sei un video maker con un concept forte; io porto una proposta; ci conosciamo e creiamo un volume. DVD sta per ‘David Victor Digital’. È un format breve e per questo capitolo abbiamo collaborato con Félix Raffaelli, un giovane video maker di Chamonix—davvero talentuoso. Volevamo fare snowboard su Marte. La neve è sanguigna, rossa, e—come vedrete—il color grading è piuttosto deciso. L’obiettivo era volare, sognare, andare a fare snowboard su Marte. Questo era il senso del capitolo.”
Come dicevi, dopo la prima fase di gare lo snowboard e la produzione visiva hanno preso davvero il sopravvento. Come si intersecano questi due mondi nella tua vita e nel tuo riding? Quanto conta la parte sportiva—lo snowboard come sport—connessa alla dimensione più artistica della produzione?
Victor Daviet: “Alcuni rider lo vedono come sport—perché è uno sport; è alle Olimpiadi e tutto il resto. Ma nella mia visione lo snowboard è la mia passione assoluta. Per me non è uno sport; è una forma d’arte con cui ci esprimiamo in montagna, tracciando linee. Penso che dall’ambiente snowboard stiano nascendo molte tendenze che influenzano l’outdoor; tutto appare più aperto—soprattutto verso la direzione visiva e l’art direction. È bellissimo potersi esprimere così.”



Dai tempi in cui i video di snowboard erano soprattutto trick e soundtrack a oggi. Com’è avvenuta la transizione mentale?
Victor Daviet: “È stata del tutto naturale. Ho filmato video part—trick, trick, trick—per molti anni. Dopo circa dieci anni avevo bisogno di una boccata d’aria fresca. Anche in quei video, però, è lo stile a fare la differenza, e nello snowboard lo stile è tutto. Cerchiamo di spingerlo e possederlo, come veri artisti. Io stavo già sviluppando il mio, ma quando ho avuto l’opportunità—quando ero un po’ saturo della classica video part—ho creato un progetto mio. Ho lanciato la serie DVD, completamente artistica. Poi ho iniziato un’altra serie, Trip Roulette, dove c’è un tipo diverso di creatività: un mix di avventura, ecologia e snowboard. È totalmente diversa da DVD: viaggio verso destinazioni casuali con un ospite e un mezzo di trasporto assegnato. È stato molto appagante, abbiamo vissuto avventure folli.
Per esempio, siamo andati in Norvegia con una vecchia Citroën che va a olio vegetale. Siamo partiti dalla Francia, guidato fino ai fiordi, surfato e poi rientrati. Siamo andati nel Regno Unito in bici per rider su piste di plastica. Abbiamo viaggiato con gli asini, in Pakistan; e in Corsica a vela. È stato davvero divertente. Un progetto creativo, ma meno “artistico” in senso da galleria.”

Che cosa significa per te essere sostenuto in questo processo creativo da un brand come Arc’teryx sia in montagna, sia sul fronte creativo, con la possibilità di mostrare la tua visione?
Victor Daviet: “La cosa grandiosa adesso è che Arc’teryx è molto aperto all’esplorazione fotografica, musicale, e alla creatività in generale: mi dà la possibilità di esprimermi. Non devi essere solo tecnico. Ovviamente vogliono rider tra i migliori, ma una volta lì ti danno la libertà di esprimerti come vuoi, ed è fantastico. Con queste serie credo di aver dimostrato chi sono stato, e ora ho la fiducia dei miei partner. È bellissimo poter prendere un’idea e realizzarla.
Con il team è sempre divertente—tutto scorre naturale. Il team manager fa il DJ; almeno cinque atleti suonano. Quando ci troviamo è pazzesco—ognuno mette musica per ore. Bei momenti, feste con il gruppo. Quando sei circondato da creativi, inizi ad avere idee creative e le condividi senza paura. Ti influenzi a vicenda. È per questo che siamo qui oggi: per ispirarci, sognare e poi realizzare i nostri sogni.”
Con questa lente artistica, esplorando la tua disciplina come qualcosa di profondamente tuo, trovi ancora il tempo per entrare nella tua “zona”, per fare snowboard e basta?
Victor Daviet: “La mia zona è la natura. È lì che faccio reset. È ciò che amo di più. Stare nella natura selvaggia, fare hiking, campeggiare. Qual È la vita reale? secondo me, la vita in barca a vela muovendosi grazie al vento o viaggiare in montagna con le tue gambe: quella è la vita vera. In città viviamo in un mondo parallelo, un po’ finto. Credo che quando sei profondamente connesso alla natura, quello sia il mondo autentico.”









