L’insulto razzista di Acerbi a Juan Jesus non può essere giustificato o compreso

“Quello che succede in campo, rimane in campo. Quando l’arbitro fischia, finisce lì. Dentro il campo ci sta dire di tutto”. Le parole di Juan Jesus al termine di Inter Napoli sono un modo signorile per proteggere lo status e la reputazione di Francesco Acerbi. Ma non si può cancellare una N-word proferita durante un big match di Serie A, soprattutto nella giornata dedicata alla lotta contro il razzismo. E non esistono giustificazioni o alibi per un insulto razzista detto da una delle colonne portanti della nazionale italiana.

“Acerbi mi ha chiesto scusa, è un ragazzo intelligente”, ha continuato il difensore brasiliano dopo aver segnalato il fatto all’arbitro La Penna, che non ha espulso Acerbi. Ma le scuse non possono più bastare. E quello che succede in campo, non rimane in campo. Perché quella parola e quel pensiero toccano milioni di persone. Perché un uomo, un atleta che dovrebbe essere un esempio, non può permettersi di rovinare una giornata tanto simbolica, quanto, tristemente, attuale.

Se la drammatica e coraggiosa storia personale di Francesco Acerbi continuerà ad ispirare, questa macchia sarà difficilmente dimenticata. Il razzismo non finisce al triplice fischio. Il razzismo finisce quando cessa realmente d’esistere. E il mondo del calcio, ancora una volta, ha dimostrato di essere distantissimo da questo fondamentale traguardo sociale e umano.

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Gianmarco Pacione