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L’immaginario di Claudia Locurcio ha trovato nel disegno la forma di esprimersi. E il disegno, a sua volta, ha trovato nel tennis uno spazio naturale in cui muoversi

Nel percorso di Claudia, moda, illustrazione e tennis si rincorrono, si cercano e alla fine si incontrano, non per caso: tra gli studi di Fashion design a Milano, i ricami di Gucci, le stampe di Casablanca, gli sketchbook realizzati sugli spalti di un campo da Tennis. 

Prima che diventasse un veloce tratto di colore, il tennis per Claudia è stato sport praticato e immaginario esplorato. Un mondo fatto di outfit e terra rossa, di corpi in tensione e gesti che diventano coreografie, di eleganza solo apparente dietro cui si nascondono fatica, disciplina, ostinazione.

Grazie ai lavori di questa giovane illustratrice pugliese il tennis viene interpretato come forma, memoria e tensione. Non solo come sport da guardare, ma come linguaggio da attraversare con dei pastelli, cercando ogni volta di tenere insieme due verità solo in apparenza opposte: l’eleganza e lo sforzo dello sport della racchetta.

Prima ancora del tennis e dell’arte illustrativa quali sono gli immaginari che ti hanno formato? 

“Disegno praticamente da quando sono nata. Quando ero più piccola — e in realtà fino a pochi anni fa — il mio sogno era lavorare nella moda, diventare fashion designer. È stata un’idea che mi sono portata dietro per tantissimi anni, quindi sicuramente la moda, intesa proprio in senso ampio, è stata la mia forza trainante, la base di tutto quello che ho fatto in quegli anni di formazione.

Ho studiato fashion design a Milano e, da lì, ho iniziato a lavorare. In realtà non ho mai fatto davvero la fashion designer nel senso più classico del termine. Fin da subito, quasi senza averlo scelto io, sono stata spinta verso cose più illustrative, perché evidentemente era quello che emergeva con più forza da ciò che facevo. Il mio primo lavoro, per esempio, è stato per Gucci, dove per tre anni ho lavorato come designer di ricami. Quella è stata un’esperienza molto bella, che mi ha indirizzata ancora di più verso l’arte illustrativa. A livello di immaginario e ispirazioni, ha contato moltissimo il fatto di aver lavorato da Gucci negli anni di Alessandro Michele. Tutto ciò che aveva un feeling rétro, tutto ciò che è vintage, tutto ciò che sa di passato, è diventato una fonte enorme di ispirazione per me. E credo che ancora oggi, nelle illustrazioni che faccio, io cerchi sempre di lasciare un piccolo feeling retrò.

Un’altra esperienza decisiva è stata lavorare per Casablanca, anche lì per tre anni, disegnando stampe e illustrazioni. Non è un brand enorme, ma è molto riconoscibile, e una parte importante della sua identità iconografica è legata al tennis. Casablanca ha sempre esplorato questo sport in modo soprattutto estetico, cercando di ricreare un immaginario fatto di tennis club, di après-sport, di eleganza rilassata. Secondo me sono stati tra i primi a farlo in quel modo, e poi piano piano il tennis è cresciuto tantissimo in popolarità anche a livello visivo, e molti altri brand hanno cominciato a seguire quel filone. Anche questo, inevitabilmente, mi ha formata molto.

Poi, stando in Italia, lavorando da remoto, e sentendo sempre di più il bisogno di fare qualcosa di mio, qualcosa per me stessa, ho iniziato a chiedermi in che modo potessi entrare più attivamente nel mondo del tennis. Non sapevo ancora bene come, ma sentivo che dovevo trovare una strada. Così ho iniziato a condividere i miei disegni, a seguire creator, a cercare connessioni anche fuori dall’Italia, a mettere radici in quel mondo, poco alla volta. Due anni fa sono andata agli Internazionali di Roma e mi ero portata dietro il mio sketchbook. Ho provato a fare qualche disegno lì, mentre guardavo la partita. Non l’avevo mai fatto prima. Non sapevo bene come muovermi. Era tra l’altro praticamente l’ultimo anno di Nadal, e lui si stava allenando sul Centrale. Ho fatto uno schizzo di lui mentre si allenava e lì ho avuto una sensazione molto chiara: volevo che l’arte illustrativa fosse una parte centrale della mia vita. Non dico del mio ‘lavoro’ nel senso più rigido del termine, ma ho capito che volevo continuare a fare esattamente quella cosa.

Mi aveva ispirata molto un pittore che spesso si vede a Roland Garros, e anche un illustratore inglese che anni fa realizzava grafiche e illustrazioni per Wimbledon. Ho pensato che volevo riportare un po’ quella dimensione nel tennis. Così, piano piano, ho iniziato a fare e condividere le mie illustrazioni e i miei sketch. E in modo molto graduale ho cominciato a farmi notare, credo, prima da altre persone dentro la tennis community — creator, appassionati da varie parti del mondo — e infine anche dai brand. Adesso sento di aver preso la direzione giusta.”

Quando e come il tennis è entrato a far parte della tua vita? e come è rimasto?

“Il tennis, nel mio percorso personale, entra inizialmente come una piccola parentesi, ma una parentesi importante. Ci avevo giocato da piccola, alle medie e poi alle superiori, ma non sono mai stata una persona agonistica. Lo facevo per divertirmi. Non sono mai stata particolarmente competitiva, però il tennis mi piaceva molto già allora, soprattutto per il suo immaginario, per tutto quello che rappresentava. Era il 2008, c’erano Nadal, Federer. Era un mondo che esteticamente mi attirava moltissimo. Però sotto, in profondità, non avevo quella miccia atletica o sportiva vera e propria. Eppure è sempre rimasto l’unico sport che mi abbia davvero praticato.

Più recentemente — tre o quattro anni fa — mi sono trovata in un momento di vuoto, o forse di noia, non saprei definirlo meglio. Ho acceso la tv e ho iniziato a guardare gli US Open, la prima giornata, quasi per caso. E da lì non ho più smesso. È successo all’improvviso. Il tennis era sempre stato presente nella mia vita, ma in modo tangenziale. In quel momento, invece, evidentemente mi serviva qualcosa: per distrarmi, per riempire un tempo, per ritrovare un centro. E ho capito che in realtà il tennis era una parte fondamentale della mia vita.

In più, da un po’ di tempo volevo anche tornare a giocarci personalmente. Erano almeno un paio d’anni che avevo questo pensiero fisso: volevo riconnettermi al tennis anche a livello pratico. Però ero pigra, mi sentivo un po’ fuori forma, non sapevo neanche più che livello avessi, dove andare, come ricominciare. Ma quel pallino era rimasto lì. Poi è successo davvero. In concomitanza con questo riavvicinamento da spettatrice, ho ricominciato a prendere lezioni, a giocare. E adesso sì, il tennis fa totalmente parte della mia vita.”

Quando osservi il tennis da illustratrice, qual è la prima cosa che cerchi e che ti colpisce, e che infine diventa soggetto dei tuoi lavori?

“Quando guardo il tennis con un occhio da illustratrice, quello che mi colpisce cambia continuamente. All’inizio, quando ho iniziato a condividere i miei disegni, erano soprattutto giocatori in azione — e dico “banalmente” perché, in un certo senso, disegnare un giocatore in azione è un po’ come fare una fotografia.

Però da quella prima volta in cui ho iniziato a fare disegni a bordo campo, è cambiato il modo in cui percepisco il gesto. Quando disegni dal vivo sei costretta a fare le cose molto velocemente, a catturare il movimento con un tratto rapido. E questo modo di disegnare, così immediato, ha poi influenzato anche il mio modo di disegnare tutti i giorni. Il tratto dinamico, l’azione, il movimento, sono entrati dentro il mio linguaggio visivo.

A volte ho voglia di illustrare il campo, il pubblico, l’ambiente. Altre volte mi interessa soffermarmi su un dettaglio: un braccio che colpisce la palla durante un dritto, una posizione del corpo che magari, dal vivo o in tv, percepisci appena perché tutto è così veloce. Mi affascina quando il gesto diventa quasi coreografico. E’ un cambiamento continuo. Adesso mi piace allargare la visuale, costruire immagini anche con forme, colori, puntini, schizzi, per rappresentare il pubblico o l’energia dell’azione in modo più astratto.”

 

Cosa ti permette di dire il disegno sullo sport che altre arti come la fotografia, forse, non riescono a dire?

“L’arte legata allo sport, rispetto alla fotografia o ad altre forme visive, ha questa capacità particolare di deformare, sintetizzare, accentuare. Attraverso il disegno puoi trasmettere sensazioni diverse. Arte e tennis, in fondo, non sono nemmeno un’associazione nuova. Basta pensare ai poster storici dei tornei: sono sempre stati legati al mondo dell’arte, oppure realizzati con il contributo di artisti chiamati a costruire l’iconografia di un torneo o di un giocatore. Quindi credo che nel tennis ci sia qualcosa di naturalmente affine al linguaggio artistico.

Forse è anche una questione di disciplina. Non la voglio paragonare troppo direttamente alla disciplina richiesta dal tennis, ma nel mio tratto penso sempre a qualcosa che deve essere dinamico, veloce, però anche intenzionale. E questo, in un certo senso, me lo ha trasmesso il tennis: il movimento, la velocità, la forza, ma sempre dentro un gesto controllato. Perché altrimenti, per restare nel tennis, la palla finisce fuori dal campo.

C’è poi la questione dell’eleganza, che è centrale ma anche un po’ buffa, in un certo senso. Sì, il tennis è elegante, perché i corpi degli atleti producono forme e coreografie vere e proprie. Se pensiamo, per esempio, al rovescio a una mano di Federer, un fermo immagine può ricordare il movimento di una ballerina. In questo senso, davvero pochi altri sport sono così. Però, allo stesso tempo, mi viene sempre da dire che l’idea del tennis come sport elegante è ormai quasi un falso mito. O meglio: è un mito costruito sull’immaginario. Perché il tennis, in realtà, è anche uno sport estenuante. L’idea dell’eleganza viene da molto lontano, da una tradizione di cento anni fa: la compostezza, l’outfit perfetto, il Tennis club. Ma oggi quella è soprattutto una cornice simbolica. Ed è bellissima, certo, piace anche a me, però so che il vero tennis non è soltanto quello. A me interessa proprio il contrasto tra queste due cose: l’eleganza e lo sforzo.”

Com’è illustrare una partita dal vivo? Che tipo di emozioni ti da e ti interessa trasmettere?

“Quando ho iniziato a disegnare il tennis dal vivo, la sensazione è stata bellissima. In teoria, quel disegno potrei farlo tranquillamente a casa mia, alla mia scrivania — forse anche meglio, senza il sole in faccia, senza il caldo, senza tutte le difficoltà del momento. Però non sarebbe la stessa cosa. Disegnare lì mi aiuta a guardare e a disegnare in un modo che altrove non riuscirei a raggiungere. A livello emotivo, mi lega molto di più a quel momento. Io ho quel disegno fatto in quel posto durante un match, in quel preciso istante. Mi permette di restituire prospettive che magari una fotografia o un inquadratura televisiva classica non avrebbe. Le fotografie nel tennis sono quasi sempre a bordo campo, frontali o laterali. Io magari sono seduta in un angolo diverso e vedo la stessa posa da dietro, o da un punto più obliquo.

Anche questo mi interessa molto: il fatto che siamo abituati a vedere sempre le stesse inquadrature, mentre attraverso l’arte puoi trovare prospettive nuove.”

Cosa cerchi di raccontare quando disegni Tennis?

“Quando mi chiedono che cosa cerco di raccontare con il mio lavoro, mi rendo conto che spesso sono cose che faccio senza interrogarmi troppo, senza fermarmi a teorizzarle. Però credo che, tornando a quello che dicevamo prima, il tennis non sia solo estetica, nonostante molte persone continuino a pensarlo. A me piace mettere al centro gli atleti, i giocatori, naturalmente a modo mio, in forme che cambiano ogni volta. A volte li rappresento in un modo, a volte in un altro. Ma il fulcro resta sempre lì. Perché in fondo è questo che mi piace guardare: sì, mi piace la partita, la competitività, il gioco, ma mi interessa soprattutto l’ammirazione che provo — e che proviamo noi appassionati — per questi atleti. Mi colpisce il modo in cui si muovono, il modo in cui riescono a fare cose che io stessa, pur giocando a tennis, considero sovrumane. Mi affascinano la disciplina, la dedizione, tutte quelle qualità che stanno dietro il gesto.”

 

C’è un torneo che sogni di raccontare attraverso il tuo disegno perché senti che sia affine alla tua arte?

“Se penso a un torneo che mi piacerebbe raccontare dal vivo, la prima risposta che mi viene spontanea è sicuramente lo US Open. Anche perché, come dicevo prima, è stato proprio il torneo che mi ha riacceso qualcosa dentro, che mi ha fatto tornare in modo fortissimo verso il tennis. E poi, al di là del fatto che gli altri Slam siano ovviamente incredibili — e anzi, se parliamo di Roland Garros o di Wimbledon, stiamo parlando di mondi che non hanno davvero paragoni — nello US Open percepisco un’energia molto particolare, unica. Da quello che si vede, da quello che viene raccontato, sembra esserci qualcosa di davvero diverso: lo stadio enorme, il pubblico che fa continuamente rumore, quella specie di caos controllato, quell’intensità urbana.

Mi da l’idea di un torneo in cui la mia arte potrebbe inserirsi in modo naturale. Il mio modo di disegnare è molto veloce, molto dinamico, con colori anche pop, molto accesi, e sento che lo US Open potrebbe essere davvero un contesto molto affine a quello che faccio.”